Farmacoterapia della schizofrenia: qualcosa è cambiato

Drug treatment of schizophrenia: as good as it gets

P. Pancheri

III Clinica Psichiatrica, Università di Roma "La Sapienza"

La farmacoterapia in psichiatria, come in medicina, ha due modalità di evoluzione. Usualmente una precede l’altra, ma entrambe si potenziano a vicenda. La prima modalità procede dai risultati terapeutici al modello interpretativo del disturbo. Se un farmaco o una sostanza ottiene un risultato positivo (miglioramento o guarigione) in un disturbo o una malattia e se sono note le sue modalità di azione, può essere formulata su queste basi un’ipotesi patogenetica. In psichiatria questa è stata la regola fino a tempi relativamente recenti. L’efficacia terapeutica dei neurolettici è stata alla base dell’ipotesi “dopaminergica” della schizofrenia, quella delle benzodiazepine ha sostenuto a lungo l’ipotesi “GABA-ergica” dei disturbi d’ansia e quella dei farmaci antidepressivi ha promosso l’elaborazione di vari modelli “serotoninergici” o “noradrenergici” della depressione. Questo approccio è valido ed efficace ma si basa necessariamente su dati parziali legati alle limitazioni dello strumento farmacologico usato. Ad esempio, nel caso della schizofrenia, l’efficacia sui sintomi positivi della malattia da parte dei farmaci antagonisti D2 non ha permesso di comprendere per molto tempo l’ipofrontalità come base patogenetica dei sintomi negativi.

La seconda modalità si basa sulla messa a punto e sull’utilizzazione di farmaci sulla base di un modello interpretativo patogenetico del disturbo, ricavato da indagini dirette. Questa modalità di sviluppo e di utilizzazione dei farmaci in psichiatria è indubbiamente più razionale e potenzialmente più efficace della precedente, ma è strettamente dipendente dalla quantità e dalla qualità dei dati empirici “diretti” che sostengono il modello. Un modello teorico, infatti, basato su scarse evidenze sperimentali o cliniche, ha il rischio di essere inutile o di condurre ad approcci terapeutici errati.

Per molto tempo, i dati diretti a sostegno di specifiche ipotesi patogenetiche per i singoli disturbi psichiatrici sono stati estremamente scarsi. Di conseguenza, le ipotesi patogenetiche si sono basate essenzialmente sull’approccio “terapeutico” qui sopra descritto. Negli ultimi 10 anni, tuttavia, la situazione è profondamente cambiata e l’utilizzazione di mezzi di indagine morfologica e funzionale in vivo, il perfezionamento delle tecniche istopatologiche e il perfezionamento delle tecniche psicofisiologiche hanno permesso di costruire modelli più attendibili per i disturbi psichiatrici principali. Le conoscenze sulla patofisiologia della schizofrenia ne sono un caso esemplare e alcuni modelli interpretativi possono essere considerati come una utile guida per la terapia.

Naturalmente, queste due modalità che possono essere rispettivamente definite come “dal basso in alto” e “dall’alto in basso” si sostengono reciprocamente con una modalità circolare. I dati farmacologici clinici permettono inizialmente di formulare un modello approssimato che va confermato, perfezionato o corretto con dati diretti. Il modello viene utilizzato a sua volta per perfezionare l’approccio terapeutico. I risultati della nuova terapia a loro volta possono confermare o disconfermare il nuovo modello e così via.

Questa modalità “circolare” di approccio terapeutico è particolarmente evidente nello sviluppo della farmacoterapia dei disturbi dello spettro schizofrenico. Oggi, infatti, ci troviamo al punto di passaggio tra risultati della “dissezione farmacologica” come base per la comprensione della patofisiologia della schizofrenia e modelli basati su evidenze dirette come guida all’intervento terapeutico. Questi ultimi, come vedremo nell’analisi che segue, sono destinati ad acquisire una importanza sempre crescente nei prossimi anni. In questo contesto, la terapia della schizofrenia si presenta come un modello generale per la terapia di altri disturbi psichiatrici.

Ipofrontalità: evidenze dirette

Per quasi trenta anni il modello dominante è stato quello della “iperattività dopaminergica” basato su di un elementare, ma errato sillogismo:

A) deliri, allucinazioni e disorganizzazione sono i sintomi più caratteristici della schizofrenia;
B) i farmaci “antidopaminergici” (bloccanti D2) permettono di ridurre o eliminare questi sintomi;
C) di conseguenza la patofisiologia della schizofrenia è basata su di una iperattività dopaminergica (probabilmente a livello mesolimbico).

La base principale per questo approccio era rappresentata dalla ben nota correlazione tra affinità farmacologica per i recettori D2 e “attività terapeutica” (Fig. 2) (1). Naturalmente, non sfuggiva a nessun clinico che, nella maggioranza dei casi, il controllo di deliri, allucinazioni e disorganizzazione, non curava se non in modo molto parziale la schizofrenia e che nessuno dei farmaci disponibili eliminava o riduceva in modo rilevante il nucleo della malattia rappresentato dall’apatia, dall’alogia, dall’assenza della capacità di programmare, dall’impoverimento ideoaffettivo. Tuttavia, l’assenza di dati relativi all’efficacia della farmacoterapia e, soprattutto, la mancanza di evidenze dirette, non permetteva la formulazione di modelli alternativi o complementari.

Negli ultimi quindici anni, progressivamente, si è accumulata una crescente massa di dati che hanno spostato l’interesse di clinici e di ricercatori sulla ipoattività funzionale di una particolare struttura cerebrale: la corteccia frontale dorsolaterale (DLPC) come possibile sede principale della “lesione” alla base del disturbo schizofrenico.

Alterazioni morfologiche della DLPC

La TAC prima e la RMN poi hanno permesso di esplorare le alterazioni morfologiche in vivo nei pazienti schizofrenici con notevole precisione. Sono state riscontrate differenze, rispetto ai controlli normali, in varie strutture cerebrali. Il dato di più frequente riscontro è la dilatazione dei ventricoli cerebrali, ma sono state dimostrate alterazioni volumetriche a livello della corteccia temporale, delle strutture limbiche (ippocampo), del talamo, del verme cerebellare e, in particolare, delle strutture del “lobo frontale” (2-7). La presenza di alterazioni multiple e diffuse, anche se non specifiche e il riscontro quasi costante di una riduzione delle strutture corticali ha suggerito la possibilità di un’alterazione neuronale diffusa nella schizofrenia.

Nella DLPC queste alterazioni macroscopiche in vivo sono particolarmente evidenti. Il dato più rilevante è quello di una riduzione di volume della corteccia prefrontale (8-10). Questa riduzione volumetrica è più netta nella corteccia prefrontale inferiore e sembra interessare prevalentemente la sostanza grigia (10). Inoltre essa appare correlata ad una riduzione volumetrica di alcune strutture sottocorticali (8). è interessante rilevare come queste alterazioni siano più nette nella schizofrenia con prevalenti sintomi negativi mentre appaiono inferiori nei pazienti con prevalenti sintomi positivi (11).

Questi dati suggeriscono la possibilità che, nella schizofrenia, strutture filogenetiche più recenti siano alterate in modo selettivo o che, comunque, una loro disfunzione abbia conseguenze più devastanti sul piano comportamentale di quanto non avvenga per il mal funzionamento di altre aree cerebrali. In ogni caso, la presenza associata di alterazioni morfologiche in altre strutture suggerisce una disfunzione più a livello di circuiti che non di singole aree isolate. In particolare, i dati morfologici in vivo suggeriscono una alterazione che interessa il circuito DLPC-sistema limbico-talamo.

Non tutti i lavori, tuttavia, che hanno esplorato la morfologia del lobo frontale “in toto” hanno confermato la riduzione globale del suo volume nella schizofrenia. Un lavoro recente ha spiegato queste discordanze dimostrando una selettività di alterazione che coinvolge prevalentemente la superficie corticale (più che il suo spessore) di alcune aree specifiche del lobo frontale. Le caratteristiche dell’alterazione sono tali da dare un supporto alla possibilità di una alterazione del neurosviluppo cerebrale (12).

Una conferma delle alterazioni che interessano la corteccia prefrontale nella schizofrenia vengono dagli studi post-mortem e in particolare dai lavori più recenti di istopatologia. In un lavoro recente è stato calcolato il rapporto tra superficie esterna e superficie interna della regione prefrontale. I risultati depongono per una alterazione di questo rapporto nella schizofrenia e danno un ulteriore supporto all’ipotesi di un aumento nel neurosviluppo cerebrale (13).

L’ipotesi di un’alterazione del neurosviluppo ha avuto una conferma dagli studi di istopatologia che hanno messo in evidenza un alterato posizionamento dei neuroni interstiziali nella sostanza bianca dei lobi prefrontali dovuta ad una alterazione nella migrazione neuronale o nella morte neuronale programmata, eventi si verificano nel 2� mese di gravidanza (14).

Questi recenti studi di istopatologia hanno inoltre messo in evidenza come nel lobo prefrontale dei malati schizofrenici non vi sia perdita neuronale (15) ma piuttosto una riduzione di volume del corpo cellulare (16) e una riduzione delle spine dendritiche nella DLPC (17).

Nel complesso i dati morfologici in vivo e post-mortem permettono di fare alcune considerazioni.
La prima considerazione è che, nella schizofrenia vi è una riduzione del volume di alcune aree specifiche della corteccia prefrontale e, in particolare della DLPC delle strutture ventrali e mediali.
La seconda considerazione è che a queste alterazioni “macroscopiche” sottende una riduzione del volume dei corpi cellulari e un minor sviluppo delle spine dendritiche.
La terza considerazione è che le alterazioni della corteccia prefrontale possono essere associate ad alterazioni volumetriche di strutture talamiche e temporali profonde che fanno parte del sistema limbico.
La quarta considerazione è che varie linee di evidenza suggeriscono che queste alterazioni sono pre-esistenti alle prime manifestazioni della malattia e possono essere attribuite a deviazioni del neurosviluppo, avvenute probabilmente nel 2� trimestre di gravidanza.

Alterazioni funzionali della DLPC

Le tecniche di brain imaging funzionale (PET, SPECT, fRMN) hanno permesso di integrare i dati morfologici e di meglio chiarire la natura delle alterazioni della DLPC nella schizofrenia.

Un primo gruppo di lavori, ha esplorato l’attivazione differenziale della DLPC in schizofrenici e controlli normali durante l’esecuzione di compiti che impegnano in modo specifico il funzionamento della corteccia frontale. Il test più usato a questo scopo è il Wisconsin Card Sosting Test (WCS). I primi studi hanno esplorato il CBF con la tecnica dell’inalazione dello Xenon 133. Questi studi hanno concordemente messo in evidenza che durante l’esecuzione di un compito “frontale” come il WCS nella schizofrenia si osserva una minore attivazione della DLPC e che questa minore attivazione è correlata al basso livello di performance, aumento dell’irrorazione nella DLPC e attivazione monoaminergica, come dimostrato dal dosaggio nel liquor di acido omovanillico (HVA) e di acido 5-idrossi- indole-acetico (5-HIIA) (18). Infine, questi lavori hanno anche confermato come nella schizofrenia sia alterato il funzionamento non solo della DLPC ma anche delle strutture limbiche sottocorticali ad essa funzionalmente collegate (19,20).

Studi successivi, condotti con la SPECT (21-,23) e con la PET (24-28) hanno confermato la ipoattivazione funzionale della DLPC sotto stimolo specifico nei pazienti schizofrenici. In modo più specifico questi studi hanno suggerito il coinvolgimento di un circuito prefrontale-talamico-cerebellare (24), una possibile lateralizzazione a sinistra dell’alterazione (21) e una sua potenziale reversibilità (26).

Il secondo gruppo di lavori ha esplorato i correlati funzionali nella DLPC, di una particolare e altamente specifica attività di quest’ultima: la cosiddetta “memoria di lavoro” (Working Memory, WM).

La memoria di lavori viene definita come quel processo cognitivo “automatico” che permette di trattenere nella memoria una serie di informazioni necessarie per le rappresentazioni interne che permettono di pianificare e guidare il comportamento. Essa rappresenta quindi un “magazzino” di informazioni temporanee che vengono continuamente aggiornate, selezionate e ordinate in funzione di richieste esterne o interne. La memoria di lavoro è quindi lo strumento essenziale per effettuare piano e progetti e effettuare quella operazione che è stata definita “memoria del futuro”. La memoria di lavoro coinvolge sia le informazioni verbali che le informazioni visive-spaziali. Per quanto riguarda queste ultime, è stata identificata un’area cerebrale specifica, nell’ambito della DLPC (27,29). Naturalmente, non tutto il lobo prefrontale e non tutta la DLPC sono coinvolte nel funzionamento della WM, ma quest’ultima rappresenta un punto centrale nei processi cognitivi associati alla “frontalità”.

Nella schizofrenia la memoria e in particolare la memoria di lavori appaiono profondamente alterate (30-35). Il malfunzionamento della memoria di lavoro è generalizzato (riguarda la WM verbale come quella spaziale), induce difficoltà nei processi di elaborazione e, può portare a difficoltà di comprensione del linguaggio e tende a persistere nel tempo anche dopo la remissione della sintomatologia (36-52). L’alterazione della memoria di lavoro nella schizofrenia è correlata ad una riduzione dell’attivazione della DLPC. Quasi tutti gli studi effettuati con SPECT, PET e fRMN hanno messo in evidenza come, durante l’esecuzione di compiti specifici per la valutazione della WM, negli schizofrenici si abbia una riduzione rispetto ai controlli, sia della prestazione che dell’attivazione della DLPC (53-55). Due studi, effettuati dal medesimo gruppo hanno dato risultati discordanti. Ciò è stato attribuito alla differente metodologia di valutazione utilizzata (33,34).

L’attivazione della WM può essere aumentata, nei pazienti schizofrenici, potenziando l’attività dopaminergica durante l’esecuzione di compiti specifici. Ciò è stato osservato con la somministrazione sperimentale di anfetamine che hanno indotto un miglioramento funzionale proporzionale al deficit (56). Inoltre, la sostituzione di una terapia neurolettica tipica con antipsicotici atipici (a bassa potenza di blocco sui recettori D2) induce un miglioramento nelle prestazioni della WM (57,58). Uno studio recente, usando una metodologia di indagine in vivo particolarmente sofisticata ha dimostrato come, nella schizofrenia, alterazioni della WM (misurate col Wisconsin Card Sosting test e con test più specifico per la WM) e ipoattivazione della DLPC (misurata con la PET) siano in rapporto con la concentrazione nella DLPC di un marker lesionale rappresentato dal N-acetilaspartato (misurato con la RM spettroscopica). Questa correlazione non è stata riscontrata né in altre aree encefaliche dei pazienti schizofrenici né nei controlli normali (32).

Tutti questi dati suggeriscono alcune conclusioni.
La prima conclusione è che, nella schizofrenia esiste un deficit funzionale selettivo nella memoria di lavoro. Questo deficit rappresenta probabilmente il nucleo centrale dei disturbi “cognitivi” della schizofrenia ed è alla base di gran parte dei sintomi definiti come “negativi”.
La seconda conclusione è che l’alterazione della WM è correlata ad una ipoattivazione funzionale della DLPFC o comunque di alcune sue aree specifiche. Questa ipoattivazione funzionale e il deficit nella WM sono in supporto ad una riduzione dell’attività dopaminergica zonale.
La terza conclusione è che alterazioni cognitive (memoria di lavoro), ipoattivazione funzionale, riduzione della sua attività dopaminergica e patologia neuronale nella DLPFC sono variabili strettamente correlate tra loro e che sono a loro volta in rapporto con almeno una parte dei sintomi clinici definiti come “negativi”.

Alterazioni biochimiche e recettoriali nella DLPFC

Le alterazioni morfologiche in vivo, i dati di istopatologia e le modificazione funzionali si associano, a livello molecolare, ad una alterazione della densità e/o della sensibilità dei principali recettori cerebrali.

Recettori e attività DA

Mentre non sono state riscontrate differenze significative nella densità dei recettori D2 nella DLPC, questa differenza è stata riscontrata per quanto riguarda i recettori D1. Questi ultimi, esplorati con la PET in un gruppo di schizofrenici hanno mostrato una riduzione significativa di densità/sensibilità correlata alla gravità dei sintomi negativi e alla performance al Wisconsin Card Sorting Test (59,60). Data l’azione facilitatoria dei recettori D1 sui recettori D2 per la trasmissione dopaminergica è stato ipotizzato che l’alterazione recettoriale D1 possa essere alla base della compromissione della memoria di lavoro.
Anche l’attività recettoriale D3 e D4 appare gravemente compromessa nella corteccia prefrontale. Il livello di molecole di RNA messaggio che codificano i recettori D3 e D4 è ridotto in modo selettivo nella corteccia orbitofrontale dei malati schizofrenici (61).
La riduzione dell’attività dopaminergica nella DLPFC suggerita dalla down regulation dei recettori DA è supportata dai dati relativi ai dosaggi di HVA nel liquor di pazienti schizofrenici. Si è visto che i livelli di HVA liquorali sono inversamente proporzionali all’entità dell’atrofia corticale (misurata con la RMN) sia in condizioni basali che sotto stimolo (62,63).
Si è visto inoltre che, nella schizofrenia, gli assoni con risposta positiva alla tirosina-idrossilasi (enzima coinvolto nella sintesi della dopamina) hanno una lunghezza inferiore a quella dei controlli (64) portando alla conclusione che nella DLPFC vi è un’alterata trasmissione dopaminergica.
Una situazione opposta di aumentata sensibilità recettoriale DA sotto stimolo si verifica invece nelle strutture sottocorticali funzionalmente collegate alla DLPFC. Quest’attività iperdopaminergica sottocorticale (striatale) si manifesta in occasione dei primi episodi e delle ricadute con sintomi positivi, ma non nei periodi intervallari. Lo stimolo con amfetamina determina, in queste condizioni un aumento del rilascio di dopamina e un peggioramento dei sintomi psicotici (positivi) (65,66).
E’ stato anche documentato che la ridotta attività DA prefrontale può avere una sua base molecolare in una riduzione delle proteine sinaptiche.

Recettori e attività 5-HT

Vari studi, condotti sia su tessuti post mortem che con tecniche di indagine “in vivo” hanno mostrato come la distribuzione recettoriale 5-HT nella corteccia prefrontale sia alterata. Ciò assume una particolare importanza alla luce degli effetti terapeutici di farmaci bloccanti in modo più o meno selettivo il riassorbimento di 5-HT.
Non tutti i componenti della famiglia dei recettori 5-HT sono stati esplorati. Le principali evidenze riguardano i recettori 5-HT1A e 5-HT2A/2C.
Il binding dei recettori 5-HT1A è risultato costantemente aumentato nella corteccia prefrontale, e in particolare nella sua sezione ventrale (corteccia orbitofrontale) (67-69) mentre il binding per i recettori 5-HT2A è risultato invece ridotto nella DLPC (70,71).

Recettori e attività GABA

Diversi studi indicano un’alterata trasmissione GABA nella corteccia prefrontale (72,73,74,75). è stata riscontrata una riduzione dell’RNA messaggero responsabile della sintesi del GABA (76,77), una riduzione dell’azione inibitoria del GABA sulle cellule piramidali (78), una minore attività GABA geneticamente determinata (79).
Nel complesso i dati relativi all’attività recettoriale della CFDL nei malati schizofrenici possono essere sintetizzati:

1. Riduzione dell’attività recettoriale D1 – D3 – D4. Questo dato conferma la ipoattività DA della DLPC e tende a suggerire che la “ipofrontalità” messa in evidenza con altre metodologie è essenzialmente basata su di una riduzione dell’attività dopaminergica corticofrontale.
2. Squilibrio funzionale tra i recettori 5-HT1A (aumentati) e i recettori 5-HT2 (ridotti).
3. Riduzione diffusa dell’attività GABA.

Ipofrontalità: lesione “primaria” della schizofrenia

Tutti i dati sopra analizzati possono essere definiti come “evidenze dirette”, in contrasto con i dati derivati dalla “dissezione farmacologica” che verranno analizzati in seguito. Questi dati convergono nel dimostrare che, nella schizofrenia vi sono alterazioni strutturali e funzionali relativamente specifiche a carico del lobo prefrontale e, in particolare, a carico di alcune aree particolari. La corteccia frontale dorsolaterale (DLPFC) è l’area maggiormente interessata, ma appaiono coinvolte altre strutture come la corteccia orbito frontale. Nel loro insieme questi dati indicano una riduzione dell’attività funzionale della DLPFC, caratterizzata principalmente da una disattivazione della sua attività dopaminergica, basata a sua volta su una riduzione delle spine dendritiche (riduzione delle sinapsi), una riduzione dei corpi cellulari, un’alterazione della migrazione neuronale e una riduzione della densità/sensibilità dei recettori dopaminergici. Ciò si accompagna a segni di danno neuronale rilevati in vivo con la misura del N-acetilaspartato. Varie linee di evidenza clinico-sperimentale indicano l’alta probabilità che l’ipofrontalità e le alterazioni che ad essa sottendono siano: 1) preesistenti al primo episodio di malattia, 2) provocate da una alterazione del neurosviluppo prenatale nel secondo trimestre di gravidanza.

I dati relativi all’ipofrontalità mostrano anche come l’alterazione della DLPC si accompagni ad alterazioni morfologiche e funzionali di altre strutture più profonde, in particolare del talamo, del cervelletto e delle parti profonde del lobo temporale che appartengono al sistema limbico. Ciò indica che, nella schizofrenia vi è un’alterazione anatomo-funzionale di un circuito complesso, dove il ruolo centrale è assunto dal lobo prefrontale (e in particolare dalla DLPFC).

A partire dai primi anni ’80, sulla base soprattutto di dati sperimentali sull’animale, si gettano le prime basi per un modello integrato della patofisiologia della schizofrenia che in seguito dovrà avere un supporto crescente di dati clinici e sperimentali. I primi dati sul ratto mostrano infatti che lesioni sperimentali della corteccia frontale aumentano il turnover DA in strutture profonde come l’accumbens e lo striato (80,81). In seguito queste prime osservazioni sono state ripetutamente confermate (82-86) indicando la possibilità di un’azione di controllo tonico dopaminergico da parte della corteccia prefrontale intatta sull’attività dopaminergica delle strutture sottostanti.

L’ipotesi della coesistenza di un’attività DA ridotta nella DLPC con un’attività DA aumentata nelle strutture profonde per una riduzione o perdita del controllo corticale era stata già avanzata da altri autori, ma è stata oggetto di una trattazione sistematica da parte di Weinberger nel 1987 (87). L’Autore integrava i dati della ipo-iperattività DA nella schizofrenia suggerendo la possibilità di una “lesione neuronale” primaria di origine prenatale o postnatale a manifestazione tardiva (post-adolescenziale) dopo un periodo di latenza.

Successivamente, sulla base di dati clinici e sperimentali crescenti questo modello è stato sempre più perfezionato ed ha avuto sempre maggiori consensi (88-90). Recentemente, questo modello ha avuto un’importante conferma da alcuni studi in vivo effettuati da un gruppo di lavoro dell’NIH. In alcuni gruppi di schizofrenici, è stata misurata la concentrazione neuronale dell’N-Acetil-Aspartato (NAA). Cambiamenti in questa concentrazione riflettono alterazioni nell’integrità o nella funzionalità dei neuroni, o mutamenti nella loro densità. Negli stessi pazienti è stata valutata mediante SPECT l’attività DA nello striato. Inoltre è stata valutata in questi pazienti il rendimento della memoria di lavoro. è stato trovato che la riduzione di NAA, espressione di “danno neuronale” nella DLPC è correlata con una perdita della condizione tonica di attivazione dopaminergica nelle strutture sottocorticali con comparsa di una condizione di iperattività irregolare di tipo fasico in queste strutture (91,92). Inoltre, è stato visto che l’entità della “lesione neuronale” è correlata alla riduzione di prestazione di tests che esplorano una funzione specifica della corteccia frontale, la memoria di lavoro (WM) (93). Questi dati sono stati confermati dagli studi sui primati dove l’induzione di una lesione prefrontale ha avuto come conseguenza un aumento dell’attività DA nello striato sotto stimolo amfetaminico. I meccanismi biochimici recettoriali che sottendono questo gioco complesso di ipoattivazione-iperattivazione DA sono relativamente complessi. Ad esempio le proiezioni glutamatergiche corticali che potenziano la risposta dopaminergica sottocorticale sono inibite dalle proiezioni frontali dopaminergiche, tramite gli interneuroni GABA.
Inoltre, sembra che i recettori D1 abbiano un ruolo rilevante nel mantenimento dell’attivazione DA sulle strutture sottocorticali.

Il modello dell’attività dopaminergica tonico-fasica

Tutte le evidenze dirette (non farmacologiche) ci permettono di formulare un modello patogenetico della schizofrenia che può essere sintetizzato nei punti seguenti.

In condizioni di normalità strutturale e funzionale la corteccia frontale (DLPFC) ha un’attività dopaminergica stabile che permette lo svolgimento delle normali attività cognitive e in particolare l’attività della memoria di lavoro. Quest’attività tonica, inoltre, forse attraverso proiezioni glutamatergiche che interagiscono con le strutture DA sottocorticali, mantiene sotto controllo l’attività DA di queste ultime strutture, in particolare il n. accumbens e le strutture profonde del lobo temporale che fanno parte del sistema limbico. A queste strutture è concessa un’attività dopaminergica oscillante ma in misura moderata in rapporto alle esigenze di adattamento comportamentale ed emozionale agli stimoli.

Nella schizofrenia si verificano, in via sequenziale due condizioni. La prima è un’alterazione (riduzione) dell’attività DA nella DLPC a seguito di una patologia lesionale dei neuroni risalente probabilmente al secondo mese di gravidanza. Ciò comporta la perdita o la riduzione dell’attività tonica DA con perdita della possibilità di modulazione e di controllo sull’attività DA dei centri sottocorticali. Quest’ultima, liberata dal controllo tonico corticale, acquisisce uno schema di attivazione incontrollato, di tipo fasico o intermittente. Sul piano clinico questa iperattività DA incontrollata si manifesta attraverso deliri, allucinazioni, disorganizzazione. L’ipoattivazione DA frontale si manifesta attraverso i deficit cognitivi caratteristici della malattia, nella compromissione della memoria di lavoro, nell’incapacità di programmazione, nell’abulia, apatia, nell’alogia e, più in generale in quelli che vengono genericamente definiti come sintomi negativi.

Questo modello generale spiega la variabilità sintomatologica della malattia in funzione delle varie condizioni di stato e di decorso e permette di meglio comprendere l’azione dei farmaci usati nella terapia della schizofrenia.

Inoltre, il modello aiuta a dare una risposta ad un antico problema: se esiste o meno una alterazione “primaria” da cui possano essere fatte derivare, in via secondaria tutte le altre alterazioni, morfologiche e funzionali, che caratterizzano la malattia.

Vi è ampia evidenza sia clinica che sperimentale che, nella schizofrenia, la lesione primaria è costituita dalle sottili alterazioni morfologiche e strutturali che condizionano l’alterato funzionamento o l’ipoattività dopaminergica della corteccia frontale e, in particolare, della DLPFC. Ne consegue che ai sintomi cognitivi, emozionali e comportamentali associati a questa ipofunzione va dato il ruolo psicopatologico di “sintomi primitivi“.

Dato che, in questo modello, l’iperattività critica, occasionale o fasica, cui come anche alcune condizioni di iperattività stabile dopaminergica sono associati alla dimensione trasformazione della realtà sintomi quali deliri, allucinazioni e disorganizzazione vanno considerati come “sintomi secondari”.

Una simile intuizione l’aveva avuta E. Bleuler quando aveva diviso i sintomi della schizofrenia in “principali” ed “accessori” su base esclusivamente dell’osservazione clinica (94).

Una posizione particolare, occupa, in questo modello, quell’insieme di sintomi che, nelle analisi statistiche multivariate si configura in una dimensione indipendente caratterizzata dalla “disorganizzazione” della comunicazione, delle emozioni e del comportamento. La disorganizzazione può essere presente sia nel contesto di un quadro dominante di ipoattività dopaminergica frontale (con prevalenti sintomi “negativi”) che in situazioni caratterizzate da iperattività dopaminergica sottocorticale (con prevalenti sintomi positivi). In alcuni casi, la dimensione disorganizzazione può essere assente o sotto rappresentata. È utile ricordare che Bleuler considerava, la “dissociazione” nella gerarchia dei sintomi della schizofrenia come il sintomo “primario” della malattia.

Il modello dell’ipoattivazione DA primaria con perdita della funzione tonica o dell’iperattivazione DA secondaria sottocorticale con innesco di un’attività fasica non permette di interpretare in modo adeguato la dimensione “disorganizzazione”.

Per questo scopo appare necessaria un’integrazione del modello sulla base di alcuni dati che appaiono da esso sottovalutati. N. Andreasen, in un lavoro pubblicato su Science nel 1994 (95) aveva dimostrato che, quando veniva controllata e neutralizzata la variabilità delle anomalie morfologiche riscontrate in vivo con la RMN, l’unico dato costante in tutti i pazienti erano le alterazioni morfologiche a carico del talamo. Una lunga serie di lavori ha confermato che il talamo nella schizofrenia presenta una serie di alterazioni morfologiche, funzionali e recettoriali paragonabili a quelle riscontrate nella DLPC (96-105).

Il talamo è la principale struttura di elaborazione primaria, di filtro, e di ordinamento delle informazioni sensoriali. Invia informazioni a tutte le aree cerebrali specializzate ma soprattutto innesca in modo privilegiato la DLPFC per fornire un flusso ordinato di informazioni necessario per l’elaborazione dei processi cognitivi. A sua volta l’attività talamica è controllata dalla DLPC (106-114).

Può essere dunque ipotizzata un’alterazione in un secondo circuito (cortico-talamico e talamo corticale) che dipende non solo dalle alterazioni morfofunzionali della DLPC ma anche da analoghe alterazioni nella struttura talamica.

Il peso e l’importanza di un’alterazione di questo circuito nella dimensione “disorganizzazione” deve essere ancora provato. Analogamente va provato che le alterazioni talamiche siano di tipo “primario” come quelle della DLPC o non ne siano una conseguenza.

Ipofrontalità e dissezione farmacologica

Il modello interpretativo attuale della patogenesi della schizofrenia prevede un’alterazione (lesione) primaria della corteccia frontale, responsabile dei disturbi cognitivi e dei sintomi negativi e una alterazione secondaria a livello delle strutture sottocorticali responsabile di deliri, allucinazioni o disorganizzazione. Le due alterazioni funzionali coesistenti sarebbero un’ipofunzione dei circuiti dopaminergici frontali e un’iperattivazione dei circuiti dopaminergici che interessano l’accumbens e altre strutture limbiche.
Alla luce di questo modello è opportuno esaminare l’azione dei farmaci comunemente usati per la terapia della schizofrenia.

Farmaci bloccanti selettivi o preferenziali dei recettori D2-D3

è ben nota la correlazione esistente tra affinità antagonista per i recettori D2 e controllo dei sintomi positivi della schizofrenia (115-119) che è stata alla base per molti anni del modello iperdopaminergico della schizofrenia. In tempi più recenti con la visualizzazione dell’occupazione recettoriale D2 è stato visto che il controllo terapeutico della dimensione “trasformazione della realtà” si ottiene con un blocco D2 oscillante tra il 70 e l’80% (120-123). Un blocco di entità maggiore, con i farmaci tipici fa peggiorare i sintomi EP (124,125), mentre se è di entità minore riduce l’efficacia terapeutica.

Per quanto riguarda invece l’effetto del blocco D2 ai dosaggi comunemente utilizzati, sulla condizione di ipofrontalità e dei sintomi ad essa associati, diverse linee di evidenza tendono a suggerire che i bloccanti D2, alle alte dosi usualmente impiegate per il controllo dei sintomi positivi, tendono a peggiorare questa condizione. I neurolettici “tipici” soprattutto se usati per lungo tempo e a dosi elevate inducono invariabilmente una serie di sintomi negativi secondari molto simili a quelli primari descritti nella sindrome da deficit di Carpenter (126). Questi dati sono stati interpretati come un ulteriore riduzione, indotta dai farmaci dell’attività dopaminergica in sede prefrontale.

In alcuni casi, tuttavia, il trattamento con bloccanti D2 selettivi può indurre un miglioramento anche nei sintomi negativi. è questa un’evenienza non frequente che si verifica soprattutto con l’utilizzazione di farmaci atipici a bassi dosaggi. In parte ciò è dovuto all’eliminazione di alcuni sintomi negativi secondari ai sintomi positivi controllati dal farmaco (ad esempio la chiusura sociale secondaria ai deliri di persecuzione) ma in parte può essere dovuta ad un’azione diretta di potenziamento dell’attività dopaminergica prefrontale. Per comprendere questo meccanismo è opportuno ricordare la maggiore sensibilità dei recettori presinaptici inibitori rispetto ai recettori post-sinaptici eccitatori (circa 10:1). Una bassa concentrazione sinaptica di un farmaco bloccante D2 può di conseguenza potenziare la trasmissione dopaminergica nelle regioni dove essa è ridotta, mentre un’alta concentrazione del medesimo farmaco tende invece a ridurla nelle regioni dove essa è aumentata.

Questi meccanismi, alla luce del modello patogenetico della schizofrenia, possono anche spiegare il controllo di sintomi positivi con bassi dosaggi di bloccanti D2 selettivi che si osserva talvolta nella clinica. è possibile che in questi casi, anche se non si verifica l’occupazione recettoriale D2 del 70% si abbia invece un blocco selettivo del recettore pre-sinaptico, con potenziamento dell’attività DA prefrontale, ripresa della sua attività tonica e conseguente riduzione dell’attività fasica sottocorticale.

Il meccanismo del blocco recettoriale D2 presinaptico potrebbe anche spiegare l’efficacia sui sintomi negativi di alcuni farmaci antipsicotici atipici a bassa occupazione recettoriale D2, e in particolare quello della clozapina che esercita la sua superiore attività terapeutica sia sui sintomi positivi che sui sintomi negativi con una occupazione recettoriale pari al 30-60%. Naturalmente, questo non è l’unico meccanismo di azione sulla ipofrontalità da parte degli antipsicotici atipici ma l’efficacia terapeutica del blocco presinaptico D2 è compatibile con quanto atteso dal modello.

Recentemente, sono stati usati farmaci, per la terapia della schizofrenia negativa che, in rapporto al dosaggio utilizzato, agiscono selettivamente sui recettori presinaptici della dopamina. è questo il caso di alcune benzoamidi sostituite, e in particolare dell’amisulpride.

L’amisulpride, alle dosi di 100-200 mg. ha un’occupazione selettiva dei recettori presinaptici D2-D3 (127) che hanno la loro massima concentrazione in sede limbica e prefrontale (128,129). A queste dosi amisulpride ha dimostrato un’efficacia terapeutica significativa nella schizofrenia negativa associata probabilmente ad una riattivazione dopaminergica frontale (130-135).

Farmaci bloccanti i recettori 5-HT2

I farmaci “antipsicotici” denominati “atipici” in quanto dissociano l’effetto terapeutico dai disturbi EP, come avviene con i farmaci “tipici”, hanno la comune caratteristica farmacodinamica di un elevato blocco dei recettori 5-HT2, associato ad un più debole blocco dei recettori D2. Appartengono a questa classe Clozapina, Risperidone, Olanzapina, Sertindolo, Ziprasidone, Quetiapina e Zotepina.

Tutti gli studi controllati effettuati con questi farmaci verso un bloccante D2 di elevata potenza e di ampio uso clinico (Aloperidolo) hanno mostrato una efficacia sui sintomi positivi comparabili a quest’ultimo ma una efficacia superiore sui sintomi negativi. Benché sia oggetto di discussione se il miglioramento riguardi principalmente i sintomi negativi secondari, sembra accertato, negli studi a lungo termine e nella misura dei deficit cognitivi che questi farmaci abbiano anche un’azione sui sintomi negativi primari. Inoltre, alcuni studi effettuati in add-on con un bloccante selettivo dei recettori 5-HT2 nella schizofrenia cronica hanno mostrato un miglioramento significativo su alcuni sintomi negativi (136,137). Va comunque rilevato che uno studio recente non ha confermato questi risultati, probabilmente per l’eterogeneità della popolazione esplorata e per l’inefficiente periodo di osservazione (138). Attualmente è in fase sperimentale un nuovo bloccante selettivo 5-HT2 (MDL 100,907) per la terapia dei sintomi negativi che ha mostrato, negli studi animali, di potenziare nettamente l’attività dopaminergica nella corteccia prefrontale mediale (139,140).

In effetti, varie linee di evidenza sperimentale e clinica, suggeriscono che il blocco dei recettori 5-HT2 possa avere un’azione terapeutica nella schizofrenia mediata da potenziamento dell’attività dopaminergica a livello della corteccia prefrontale (141,142).

Le strette interazioni a vari livelli, dei sistemi 5-HT e DA, gli studi di lesione e deplezione sul sistema 5-HT, gli studi di elettrofisiologia in vivo nell’animale, gli studi di microdialisi e di dati della farmacologia sperimentale suggeriscono un’azione di controllo sul sistema DA da parte del sistema 5-HT. La somministrazione sistemica di antagonisti 5-HT2 (Clozapina e Amperozide) aumenta il rilascio di DA selettivamente nella corteccia prefrontale. Anche l’infusione locale di Ritanserina nella corteccia mediale prefrontale aumenta il rilascio di DA. Questi ed altri studi, danno una solida base sperimentale all’ipotesi che il blocco selettivo dei recettori 5-HT2 comporti un potenziamento dell’attività tonica dopaminergica nella corteccia prefrontale (142-145).

Le evidenze cliniche, e i dati della sperimentazione animale hanno portato in un primo tempo a formulare un modello generico definito ipotesi serotonergica-dopaminergica della schizofrenia (146-148) e, successivamente, ad elaborare un modello più articolato basato sul potenziamento dell’attività dopaminergica prefrontale a seguito del blocco selettivo dei recettori 5-HT2 (149-151,141).

Il potenziamento dell’attività DA in sede cortico-frontale diventa così la chiave di volta nella terapia della schizofrenia. Tutti i farmaci antipsicotici atipici hanno la caratteristica di indurre il medesimo blocco subtotale dei recettori 5-HT2 (152-154) e di indurre un blocco di entità variabile, ma inferiore a quello degli antipsicotico tipici (particolarmente basso nella Clozapina, considerato il più efficace tra gli antipsicotici conosciuti) sui recettori D2. Ci si può chiedere se l’efficacia di questi farmaci non sia da porre in rapporto ad un’azione sul disturbo primario, l’ipofrontalità, con un doppio meccanismo di potenziamento dell’attività DA nella corteccia prefrontale: il blocco 5-HT2 e il blocco D2 presinaptico.

Farmaci antidepressivi

Nella categoria dei farmaci “antidepressivi” vengono comprese molecole ad azione farmacodinamica eterogenea, ma che hanno in comune una “dimostrata efficacia” nella terapia dei disturbi dello spettro depressivo.

Molti di questi farmaci sono stati oggetto di studi sia aperti che controllati per la terapia della schizofrenia negativa, quasi sempre come terapia aggiuntiva alla terapia antipsicotica di base. Alcuni studi più recenti, condotti con metodologia più accurata, hanno valutato l’efficacia del farmaco sui sintomi negativi primari escludendo la possibile azione sui sintomi negativi secondari dovuti alla presenza di una concomitante sintomatologia depressiva. Nella prospettiva della conferma/disconferma del modello dell’ipofrontalità è utile analizzare il rapporto riscontrato tra attivazione dopaminergica e miglioramento ottenuto sulla sintomatologia negativa.

Per quanto riguarda i triciclici, farmaci a debole azione dopaminergica diretta, l’efficacia terapeutica sembra da porsi prevalentemente in rapporto alla loro azione antidepressiva (155-157). Tra i farmaci triciclici, una maggiore azione può essere riconosciuta alla clomipramina, molecola con una moderata azione di blocco sui recettori D2 (158).

Gli SSRI sono stati oggetto di vari studi controllati (159). Fluoxetina e fluvoxamina hanno dimostrato una moderata efficacia (160-163), ma uno studio con il citalopram ha dato risultati negativi (164). Uno studio in aperto con sertralina ha dato invece risultati positivi (165). Va osservato, a proposito dalla sertralina, come questa molecola, tra tutti gli SSRI, sia caratterizzata dalla maggiore attività di inibizione del riassorbimento della dopamina (166). Questa maggiore azione dopaminergica è stata posta in rapporto alla specifica azione della sertralina sulle funzioni cognitive nella depressione dell’anziano (167,168) e rende la sertralina un farmaco potenzialmente efficace per la terapia della sintomatologia negativa direttamente dipendente dall’ipofrontalità della schizofrenia.

Di particolare interesse, in questo contesto, l’azione di farmaci antidepressivi ad azione di blocco sui recettori noradrenergici alfa2. Dati recenti di sperimentazione animale hanno indicato come un bloccante selettivo dei recettori alfa2 potenzi l’attività dopaminergica a livello cortico frontale (169,170). Inoltre, la particolare efficacia della clozapina nella schizofrenia farmacoresistente è stata posta in rapporto alla sua maggiore azione di blocco sui recettori alfa2 (171), che almeno nella corteccia prefrontale, riguarda il sottotipo alfa2A (172). La Mirtazapina, molecola antidepressiva con azione di blocco sui recettori alfa2 (in minor misura di blocco sui recettori 5-HT2) ha dimostrato una netta efficacia, in add-on a 5 mg di aloperidolo, nel trattamento dei sintomi negativi. Nonostante la breve durata del periodo di osservazione (6 settimane) si è ottenuta una riduzione del 42% nella sintomatologia negativa di pazienti refrattari ad altri trattamenti (173).

Questi dati sembrano dare un ulteriore supporto alla possibilità che, alla base della patofisiologia della schizofrenia vi sia una condizione di ipofrontalità dopaminergica. Va tuttavia tenuto presente che in tutti questi studi la terapia con antidepressivi è stata aggiuntiva ad un trattamento di base con bloccanti D2 “tipici”.

Terapia patogenetica e terapia sintomatica della schizofrenia

Il modello della lesione primaria nella corteccia prefrontale (DLPFC) permette di distinguere tra interventi patogenetici e interventi sintomatici. Gli interventi patogenetici sono quelli finalizzati a ripristinare e a normalizzare l’attività dopaminergica nella DLPC, patologicamente ridotta nella schizofrenia. Gli interventi sintomatici hanno invece lo scopo di ridurre l’iperattività dopaminergica, episodica o “fasica” delle strutture sottocorticali, conseguenza dell’alterazione primaria della DLPC.

I due tipi di intervento possono coesistere, come nel caso di ogni altra terapia medica, ma è chiaro che ogni strategia terapeutica a lungo termine deve essere basata sulla terapia patogenetica. Questo in attesa di una futura terapia “etiologica” basata sul controllo della trasduzione genica che permetta di rendere reversibili le altre razioni strutturali pre-frontali che sono alla base della schizofrenia.

Teoricamente, sulla base del modello della “lesione primaria prefrontale” una terapia patogenetica efficace dovrebbe essere in grado di portare ad una remissione totale di tutta la sintomatologia schizofrenica, anche senza fare ricorso ad una terapia sintomatica. Nella prassi clinica, tuttavia, vanno tenuti presenti alcuni problemi legati ai limiti dell’attuale farmacoterapia.

Il problema dei tempi di risposta

I tempi di risposta ad una terapia “antidopaminergica” clinica basata sul blocco recettoriale D2-D3 sono relativamente rapidi. L’inizio del miglioramento dei sintomi “positivi” si verifica entro 2-3 settimane dal raggiungimento della dose terapeutica e dalla saturazione recettoriale minima del 70%. Questa latenza terapeutica è stata posta in rapporto al tempo necessario perché si verifichi, a seguito del blocco recettoriale una ipersensibilità (up-regulation) dei recettori DA sia pre- che post-sinaptici. L’aumentata sensibilità dei recettori presinaptici inibitori porterebbe ad una riduzione dell’attività dopaminergica e, di conseguenza, al miglioramento dei sintomi positivi della malattia.

Questi tempi di risposta sono in accordo con una scarsità o un’assenza di patologia “lesionale” delle strutture profonde interessate nell’iperattivazione dopaminergica, almeno per quanto riguarda i primi episodi della malattia. Il controllo sintomatico dell’iperattività DA sottocorticale e dei sintomi ad essa associati naturalmente lascia immodificata l’ipoattività DA in sede corticofrontale e in alcuni casi la peggiora, con induzione della sindrome negativa da neurolettici.

I tempi di risposta delle terapie pro-dopaminergiche finalizzate a potenziare l’attività DA nella DLPFC sono molto più lunghi. Nel caso di forme schizofreniche a sintomatologia prevalentemente o esclusivamente negativa l’inizio del miglioramento richiede diverse settimane o qualche mese. Successivamente i miglioramenti sintomatologici sono lenti fino a raggiungere una stabilizzazione.

E’ possibile che questa maggiore latenza terapeutica dei farmaci che potenziano l’attività dopaminergica nella DLPFC sia da porsi in rapporto al loro diverso meccanismo di azione. Vi è infatti motivo di ritenere che l’ipoattivazione dopaminergica “primaria” sia preesistente al primo episodio di malattia. Il cosiddetto “primo episodio”, caratterizzato da sintomi positivi, è quasi costantemente preceduto da un periodo più o meno lungo di alterazioni cognitive, emozionali e comportamentali indicative di una progressiva alterazione della attività DA prefrontale (174,175). Ciò da un supporto all’ipotesi che, prima della comparsa dei sintomi positivi, si siano verificate alterazioni stabili neuronali a livello della trasduzione genica.

Le alterazioni della trasduzione genica a livello del DNA molecolare si riflettono sulla sintesi proteica, sull’organizzazione sinaptica, sulla struttura recettoriale potenziando la condizione di disorganizzazione dell’attività tonica frontocorticale fino alla comparsa dei sintomi positivi. Ne consegue che un intervento terapeutico finalizzato a riorganizzare la funzionalità della DLPFC richiede un tempo relativamente lungo, per agire, con un meccanismo inverso, sulla trasduzione genica neuronale e quindi, sulle alterazioni molecolari da essa sostenute. Un supporto a questa ipotesi è dato dal fatto che la clozapina, il farmaco più efficace nella terapia della schizofrenia, ha una dimostrata attività a livello della trasduzione genica nella corteccia prefrontale, a differenza dei farmaci antipsicotici “tipici” (176-180).

A prescindere comunque da ogni possibile interpretazione il dato di fatto di una maggiore latenza terapeutica delle terapie pro-dopaminergiche, porta ad alcune considerazioni per quanto riguarda la prassi terapeutica.

La prima considerazione è che una terapia pro-dopaminergica di tipo patogenetico è la base di ogni intervento in tutte le forme di schizofrenia negativa. Forme “simplex”, forme “croniche” stabilizzate, schizofrenia “residua”, forme con “deficit” primario rientrano in questo gruppo. È interessante notare che le terapie pro-dopaminergiche specifiche non conducano mai o quasi mai a riaccensioni psicotiche con sintomi positivi.
La seconda considerazione è che è possibile, anche se non ancora provato, che una terapia pro-dopaminergica possa avere un efficace controllo anche sui sintomi “positivi” della schizofrenia. Il problema pratico è che, data la latenza di una terapia patogenetica, nella maggior parte dei casi il tempo di remissione dei sintomi positivi a seguito della normalizzazione dell’attività tonica DA prefrontale non è compatibile con le esigenze di un rapido controllo comportamentale. Di conseguenza, nella schizofrenia positiva, la strategia terapeutica è opportuno che sia a livello sia patogenetico che sintomatico.

Il problema del potenziamento dell’attività DA nella DLPC

Sulla base del modello patogenetico dell’alterazione primaria della schizofrenia, la terapia di base è finalizzata al ripristino dell’attività tonica dopaminergica corticofrontale.
I farmaci che abbiamo a disposizione per questo scopo, agiscono con meccanismi diversi e possono avere risposte differenti in rapporto alla variabilità di stato e di decorso della malattia. Di conseguenza, l’entità della risposta può variare notevolmente, nel medesimo caso in rapporto alla molecola utilizzata.
Nel caso della terapia patogenetica l’associazione di farmaci rappresenta la regola più che l’eccezione. I farmaci pro-dopaminergici possono infatti agire in modo sinergico.

Bibliografia

1 Seeman P.
Dopamine receptors and the dopamine hypothesis of schizophrenia.
Synapse 1987;1:133-52.

2 Stanley JA, Pettegrew JW, Keshavan MS.
Magnetic resonance spectroscopy in schizophrenia: methodological issues and findings-part I.
Biol Psychiatry 2000;48:357-68.

3 Zakzanis KK, Poulin P, Hansen KT, Jolic D.
Searching the schizophrenic brain for temporal lobe deficits: a systematic review and meta-analysis.
Psychol Med 2000;30:491-504.

4 DeLisi LE.
Defining the course of brain structural change and plasticity in schizophrenia.
Psychiatry Res 1999;92:1-9.

5 Henn FA, Braus DF.
Structural neuroimaging in schizophrenia. An integrative view of neuromorphology.
Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci 1999;249(Suppl.4): 48-56.

6 Bogerts B.
The neuropathology of schizophrenic diseases: historical aspects and present knowledge.
Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci 1999;249(Suppl.4): 2-13.

7 Pearlson GD, Marsh L.
Structural brain imaging in schizophrenia: a selective review.
Biol Psychiatry 1999;46:627-49.

8 Breier A, Buchanan RW, Elkashef A, Munson RC, Kirkpatrick B, Gellad F.
Brain morphology and schizophrenia. A magnetic resonance imaging study of limbic, prefrontal cortex, and caudate structures.
Arch Gen Psychiatry 1992;49:921-26.

9 Raine A, Lencz T, Reynolds GP, Harrison G, Sheard C, Medley I, et al.
An evaluation of structural and functional prefrontal deficits in schizophrenia: MRI and neuropsychological measures.
Psychiatry Res 1992;45:123-37.

10 Buchanan RW, Vladar K, Barta PE, Pearlson GD.
Structural evaluation of the prefrontal cortex in schizophrenia.
Am J Psychiatry 1998;155:1049-55.

11 Wible CG, Shenton ME, Hokama H, Kikinis R, Jolesz FA, Metcalf D, et al.
Prefrontal cortex and schizophrenia. A quantitative magnetic resonance imaging study.
Arch Gen Psychiatry 1995;52:279-88.

12 Crespo-Facorro B, Kim J, Andreasen NC, O’Leary DS, Magnotta V.
Regional frontal abnormalities in schizophrenia: a quantitative gray matter volume and cortical surface size study.
Biol Psychiatry 2000;48:110-9.

13 Vogeley K, Schneider-Axmann T, Pfeiffer U, Tepest R, Bayer TA, Bogerts B, et al.
Disturbed gyrification of the prefrontal region in male schizophrenic patients: A morphometric postmortem study.
Am J Psychiatry 2000;157:34-9.

14 Akbarian S, Kim JJ, Potkin SG, Hetrick WP, Bunney WE Jr, et al.
Maldistribution of interstitial neurons in prefrontal white matter of the brains of schizophrenic patients.
Arch Gen Psychiatry 1996;53:425-36.

15 Selemon LD, Rajkowska G, Goldman-Rakic PS.
Elevated neuronal density in prefrontal area 46 in brains from schizophrenic patients: application of a three-dimensional, stereologic counting method.
J Comp Neurol 1998;392:402-12.

16 Rajkowska G, Selemon LD, Goldman-Rakic PS.
Neuronal and glial somal size in the prefrontal cortex: a postmortem morphometric study of schizophrenia and Huntington disease.
Arch Gen Psychiatry 1998;55:215-24.

17 Glantz LA, Lewis DA.
Decreased dendritic spine density on prefrontal cortical pyramidal neurons in schizophrenia.
Arch Gen Psychiatry 2000;57:65-73.

18 Weinberger DR, Berman KF, Zec RF.
Physiologic dysfunction of dorsolateral prefrontal cortex in schizophrenia. I. Regional cerebral blood flow evidence.
Arch Gen Psychiatry 1986;43:114-24.

19 Weinberger DR, Berman KF, Illowsky BP.
Physiological dysfunction of dorsolateral prefrontal cortex in schizophrenia. III. A new cohort and evidence for a monoaminergic mechanism.
Arch Gen Psychiatry 1988;45:609-15.

20 Berman KF, Illowsky BP, Weinberger DR.
Physiological dysfunction of dorsolateral prefrontal cortex in schizophrenia. IV. Further evidence for regional and behavioral specificity.
Arch Gen Psychiatry 1988;45:616-22.

21 Catafau AM, Parellada E, Lomena FJ, Bernardo M, Pavia J, Ros D, et al.
Prefrontal and temporal blood flow in schizophrenia: resting and activation technetium-99m-HMPAO SPECT patterns in young neuroleptic-naive patients with acute disease.
J Nucl Med 1994;35:935-41.

22 Parellada E, Catafau AM, Bernardo M, Lomena F, Gonzalez-Monclus E, Setoain J.
Prefrontal dysfunction in young acute neuroleptic-naive schizophrenic patients: a resting and activation SPECT study.
Psychiatry Res 1994;55:131-9.

23 Rubin P, Holm S, Friberg L, Videbech P, Andersen HS, Bendsen BB, et al.
Altered modulation of prefrontal and subcortical brain activity in newly diagnosed schizophrenia and schizophreniform disorder. A regional cerebral blood flow study.
Arch Gen Psychiatry 1991;48:987-95.

24 Andreasen NC, O’Leary DS, Cizadlo T, Arndt S, Rezai K, Ponto LL, et al.
Schizophrenia and cognitive dysmetria: a positron-emission tomography study of dysfunctional prefrontal-thalamic-cerebellar circuitry.
Proc Natl Acad Sci USA 1996;93:9985-90.

25 Spence SA, Hirsch SR, Brooks DJ, Grasby PM.
Prefrontal cortex activity in people with schizophrenia and control subjects. Evidence from positron emission tomography for remission of ‘hypofrontality’ with recovery from acute schizophrenia.
Br J Psychiatry 1998;172:316-23.

26 Kim JJ, Mohamed S, Andreasen NC, O’Leary DS, Watkins GL, Boles Ponto LL, et al.
Regional neural dysfunctions in chronic schizophrenia studied with positron emission tomography.
Am J Psychiatry 2000;157:542-8.

27 Hazlett EA, Buchsbaum MS, Jeu LA, Nenadic I, Fleischman MB, Shihabuddin L, et al.
Hypofrontality in unmedicated schizophrenia patients studied with PET during performance of a serial verbal learning task.
Schizophr Res 2000;43:33-46.

28 Friston KJ.
The dorsolateral prefrontal cortex, schizophrenia and PET.
J Neural Transm 1992;(Suppl.)37:79-93.

29 Gruber O, Kleinschmidt A, Binkofski F, Steinmetz H, von Cramon DY.
Cerebral correlates of working memory for temporal information.
Neuroreport 2000;11:1689-93.

30 Goldman-Rakic PS.
Working memory dysfunction in schizophrenia.
J Neuropsychiatry Clin Neurosci 1994;6:348-57.

31 Goldman-Rakic PS.
The physiological approach: functional architecture of working memory and disordered cognition in schizophrenia.
Biol Psychiatry 1999;46:650-61.

32 Bertolino A, Esposito G, Callicott JH, Mattay VS, Van Horn JD, Frank JA, et al.
Specific relationship between prefrontal neuronal N-acetylaspartate and activation of the working memory cortical network in schizophrenia.
Am J Psychiatry 2000;157:26-33.

33 Manoach DS, Gollub RL, Benson ES, Searl MM, Goff DC, Halpern E, et al.
Schizophrenic subjects show aberrant fMRI activation of dorsolateral prefrontal cortex and basal ganglia during working memory performance.
Biol Psychiatry 2000;48:99-109.

34 Manoach DS, Press DZ, Thangaraj V, Searl MM, Goff DC, Halpern E, et al.
Schizophrenic subjects activate dorsolateral prefrontal cortex during a working memory task, as measured by fMRI.
Biol Psychiatry 1999;45:1128-37.

35 Huguelet P, Zanello A, Nicastro R.
A study of visual and auditory verbal working memory in schizophrenic patients compared to healthy subjects.
Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci 2000;250:79-85.

36 Keefe RS, Roitman SE, Harvey PD, Blum CS, DuPre RL, Prieto DM, et al.
A pen-and-paper human analogue of a monkey prefrontal cortex activation task: spatial working memory in patients with schizophrenia.
Schizophr Res 1995;17:25-33.

37 Park S, Holzman PS.
Schizophrenics show spatial working memory deficits.
Arch Gen Psychiatry 1992;49:975-82.

38 Park S, Holzman PS.
Association of working memory deficit and eye tracking dysfunction in schizophrenia.
Schizophr Res 1993;11:55-61.

39 Park S, Holzman PS, Goldman-Rakic PS.
Spatial working memory deficits in the relatives of schizophrenic patients.
Arch Gen Psychiatry 1995;52:821-8.

40 Condray R, Steinhauer SR, van Kammen DP, Kasparek A.
Working memory capacity predicts language comprehension in schizophrenic patients.
Schizophr Res 1996;20:1-13.

41 Fleming K, Goldberg TE, Binks S, Randolph C, Gold JM, Weinberger DR.
Visuospatial working memory in patients with schizophrenia.
Biol Psychiatry 1997;41:43-9.

42 Gold JM, Carpenter C, Randolph C, Goldberg TE, Weinberger DR.
Auditory working memory and Wisconsin Card Sorting Test performance in schizophrenia.
Arch Gen Psychiatry 1997;54:159-65.

43 Sullivan EV, Shear PK, Zipursky RB, Sagar HJ, Pfefferbaum A.
Patterns of content, contextual, and working memory impairments in schizophrenia and nonamnesic alcoholism.
Neuropsychology 1997;11:195-206.

44 Keefe RS, Lees-Roitman SE, Dupre RL.
Performance of patients with schizophrenia on a pen and paper visuospatial working memory task with short delay.
Schizophr Res 1997;26:9-14.

45 Spindler KA, Sullivan EV, Menon V, Lim KO, Pfefferbaum A.
Deficits in multiple systems of working memory in schizophrenia.
Schizophr Res 1997;27:1-10.

46 Stone M, Gabrieli JD, Stebbins GT, Sullivan EV.
Working and strategic memory deficits in schizophrenia.
Neuropsychology 1998;12:278-88.

47 Salame P, Danion JM, Peretti S, Cuervo C.
The state of functioning of working memory in schizophrenia.
Schizophr Res 1998;30:11-29.

48 Karatekin C, Asarnow RF.
Working memory in childhood-onset schizophrenia and attention-deficit/hyperactivity disorder.
Psychiatry Res 1998;80:165-76.

49 Wexler BE, Stevens AA, Bowers AA, Sernyak MJ, Goldman-Rakic PS.
Word and tone working memory deficits in schizophrenia.
Arch Gen Psychiatry 1998;55:1093-6.

50 Snitz BE, Curtis CE, Zald DH, Katsanis J, Iacono WG.
Neuropsychological and oculomotor correlates of spatial working memory performance in schizophrenia patients and controls.
Schizophr Res 1999;38:37-50.

51 Park S, Puschel J, Sauter BH, Rentsch M, Hell D.
Spatial working memory deficits and clinical symptoms in schizophrenia: a 4-month follow-up study.
Biol Psychiatry 1999;46:392-400.

52 Conklin HM, Curtis CE, Katsanis J, Iacono WG.
Verbal working memory impairment in schizophrenia patients and their first-degree relatives: evidence from the digit span task.
Am J Psychiatry 2000;157:275-7.

53 Callicott JH, Ramsey NF, Tallent K, Bertolino A, Knable MB, Coppola R, et al.
Functional magnetic resonance imaging brain mapping in psychiatry: methodological issues illustrated in a study of working memory in schizophrenia.
Neuropsychopharmacology 1998;18:186-96.

54 Carter CS, Perlstein W, Ganguli R, Brar J, Mintun M, Cohen JD.
Functional hypofrontality and working memory dysfunction in schizophrenia.
Am J Psychiatry 1998;155:1285-7.

55 Stevens AA, Goldman-Rakic PS, Gore JC, Fulbright RK, Wexler BE.
Cortical dysfunction in schizophrenia during auditory word and tone working memory demonstrated by functional magnetic resonance imaging.
Arch Gen Psychiatry 1998;55:1097-103.

56 Kirrane RM, Mitropoulou V, Nunn M, New AS, Harvey PD, Schopick F, et al.
Effects of amphetamine on visuospatial working memory performance in schizophrenia spectrum personality disorder.
Neuropsychopharmacology 2000;22:14-8.

57 Honey GD, Bullmore ET, Soni W, Varatheesan M, Williams SC, Sharma T.
Differences in frontal cortical activation by a working memory task after substitution of risperidone for typical antipsychotic drugs in patients with schizophrenia.
Proc Natl Acad Sci USA 1999;96:13432-7.

58 Green MF, Marshall BD Jr, Wirshing WC, Ames D, Marder SR, McGurk S, et al.
Does risperidone improve verbal working memory in treatment-resistant schizophrenia?
Am J Psychiatry 1997;154:799-804.

59 Okubo Y, Suhara T, Suzuki K, Kobayashi K, Inoue O, Terasaki O, et al.
Decreased prefrontal dopamine D1 receptors in schizophrenia revealed by PET.
Nature 1997;385:634-6.

60 Okubo Y, Suhara T, Sudo Y, Toru M.
Possible role of dopamine D1 receptors in schizophrenia.
Mol Psychiatry 1997;2:291-2.

61 Meador-Woodruff JH, Haroutunian V, Powchik P, Davidson M, Davis KL, Watson SJ.
Dopamine receptor transcript expression in striatum and prefrontal and occipital cortex. Focal abnormalities in orbitofrontal cortex in schizophrenia.
Arch Gen Psychiatry 1997;54:1089-95.

62 Doran AR, Boronow J, Weinberger DR, Wolkowitz OM, Breier A, Pickar D.
Structural brain pathology in schizophrenia revisited. Prefrontal cortex pathology is inversely correlated with cerebrospinal fluid levels of homovanillic acid.
Neuropsychopharmacology 1987;1:25-32.

63 Breier A, Davis OR, Buchanan RW, Moricle LA, Munson RC.
Effects of metabolic perturbation on plasma homovanillic acid in schizophrenia. Relationship to prefrontal cortex volume.
Arch Gen Psychiatry 1993;50:541-50.

64 Akil M, Pierri JN, Whitehead RE, Edgar CL, Mohila C, Sampson AR, et al.
Lamina-specific alterations in the dopamine innervation of the prefrontal cortex in schizophrenic subjects.
Am J Psychiatry 1999;156:1580-9.

65 Abi-Dargham A, Gil R, Krystal J, Baldwin RM, Seibyl JP, Bowers M, et al.
Increased striatal dopamine transmission in schizophrenia: confirmation in a second cohort.
Am J Psychiatry 1998;155:761-7.

66 Laruelle M, Abi-Dargham A, Gil R, Kegeles L, Innis R.
Increased dopamine transmission in schizophrenia: relationship to illness phases.
Biol Psychiatry 1999;46:56-72.

67 Simpson MD, Lubman DI, Slater P, Deakin JF.
Autoradiography with [3H]8-OH-DPAT reveals increases in 5-HT1A receptors in ventral prefrontal cortex in schizophrenia.
Biol Psychiatry 1996;39:919-28.

68 Sumiyoshi T, Stockmeier CA, Overholser JC, Dilley GE, Meltzer HY.
Serotonin1A receptors are increased in postmortem prefrontal cortex in schizophrenia.
Brain Res 1996;708:209-14.

69 Hashimoto T, Nishino N, Nakai H, Tanaka C.
Increase in serotonin 5-HT1A receptors in prefrontal and temporal cortices of brains from patients with chronic schizophrenia.
Life Sci 1991;48:355-63.

70 Laruelle M, Abi-Dargham A, Casanova MF, Toti R, Weinberger DR, Kleinman JE.
Selective abnormalities of prefrontal serotonergic receptors in schizophrenia. A postmortem study.
Arch Gen Psychiatry 1993;50:810-8.

71 Dean B, Hussain T, Hayes W, Scarr E, Kitsoulis S, Hill C, et al.
Changes in serotonin2A and GABAA receptors in schizophrenia: studies on the human dorsolateral prefrontal cortex.
J Neurochem 1999;72:1593-9.

72 Pierri JN, Chaudry AS, Woo TU, Lewis DA.
Alterations in chandelier neuron axon terminals in the prefrontal cortex of schizophrenic subjects.
Am J Psychiatry 1999;156:1709-19.

73 Ohnuma T, Augood SJ, Arai H, McKenna PJ, Emson PC.
Measurement of GABAergic parameters in the prefrontal cortex in schizophrenia: focus on GABA content, GABAA receptor alpha-1 subunit messenger RNA and human GABA transporter-1 (HGAT-1) messenger RNA expression.
Neuroscience 1999;93:441-8.

74 Lewis DA, Pierri JN, Volk DW, Melchitzky DS, Woo TU.
Altered GABA neurotransmission and prefrontal cortical dysfunction in schizophrenia.
Biol Psychiatry 1999;46:616-26.

75 Lewis DA.
Chandelier cells: shedding light on altered cortical circuitry in schizophrenia.
Mol Psychiatry 1998;3:468-71,466-677.

76 Akbarian S, Kim JJ, Potkin SG, Hagman JO, Tafazzoli A, Bunney WE Jr et al.
Gene expression for glutamic acid decarboxylase is reduced without loss of neurons in prefrontal cortex of schizophrenics.
Arch Gen Psychiatry 1995;52:258-66; discussion 267-78.

77 Akbarian S, Huntsman MM, Kim JJ, Tafazzoli A, Potkin SG, Bunney WE Jr, et al.
GABAA receptor subunit gene expression in human prefrontal cortex: comparison of schizophrenics and controls.
Cereb Cortex 1995;5:550-60.

78 Benes FM, Vincent SL, Marie A, Khan Y.
Up-regulation of GABAA receptor binding on neurons of the prefrontal cortex in schizophrenic subjects.
Neuroscience 1996;75:1021-31.

79 Huntsman MM, Tran BV, Potkin SG, Bunney WE Jr, Jones EG.
Altered ratios of alternatively spliced long and short gamma2 subunit mRNAs of the gamma-amino butyrate type A receptor in prefrontal cortex of schizophrenics.
Proc Natl Acad Sci USA 1998;95:15066-71.

80 Carter CJ, Pycock CJ.
Behavioural and biochemical effects of dopamine and noradrenaline depletion within the medial prefrontal cortex of the rat.
Brain Res 1980;192:163-76.

81 Pycock CJ, Kerwin RW, Carter CJ.
Effect of lesion of cortical dopamine terminals on subcortical dopamine receptors in rats.
Nature 1980;286:74-6.

82 Taber MT, Das S, Fibiger HC.
Cortical regulation of subcortical dopamine release: mediation via the ventral tegmental area.
J Neurochem 1995;65:1407-10.

83 Deutch AY.
The regulation of subcortical dopamine systems by the prefrontal cortex: interactions of central dopamine systems and the pathogenesis of schizophrenia.
J Neural Transm 1992;(Suppl.)36:61-89.

84 Brake WG, Flores G, Francis D, Meaney MJ, Srivastava LK, Gratton A.
Enhanced nucleus accumbens dopamine and plasma corticosterone stress responses in adult rats with neonatal excitotoxic lesions to the medial prefrontal cortex.
Neuroscience 2000;96:687-95.

85 Doherty MD, Gratton A.
NMDA receptors in nucleus accumbens modulate stress-induced dopamine release in nucleus accumbens and ventral tegmental area.
Synapse 1997;26:225-34.

86 Jones MW, Kilpatrick IC, Phillipson OT.
Thalamic control of subcortical dopamine function in the rat and the effects of lesions applied to the medial prefrontal cortex.
Brain Res 1988;475:8-20.

87 Weinberger DR.
Implications of normal brain development for the pathogenesis of schizophrenia.
Arch Gen Psychiatry 1987;44: 660-9.

88 Davis KL, Kahn RS, Ko G, Davidson M.
Dopamine in schizophrenia: a review and reconceptualization.
Am J Psychiatry 1991;148:1474-86.

89 Grace AA.
Phasic versus tonic dopamine release and the modulation of dopamine system responsivity: a hypothesis for the etiology of schizophrenia.
Neuroscience 1991;41:1-24.

90 Yang CR, Seamans JK, Gorelova N.
Developing a neuronal model for the pathophysiology of schizophrenia based on the nature of electrophysiological actions of dopamine in the prefrontal cortex.
Neuropsychopharmacology 1999;21:161-94.

91 Bertolino A, Knable MB, Saunders RC, Callicott JH, Kolachana B, Mattay VS et al.
The relationship between dorsolateral prefrontal N-acetylaspartate measures and striatal dopamine activity in schizophrenia.
Biol Psychiatry 1999;45:660-7.

92 Bertolino A, Breier A, Callicott JH, Adler C, Mattay VS, Shapiro M, et al.
The relationship between dorsolateral prefrontal neuronal N-acetylaspartate and evoked release of striatal dopamine in schizophrenia.
Neuropsychopharmacology 2000;22:125-32.

93 Bertolino A, Esposito G, Callicott JH, Mattay VS, Van Horn JD, Frank JA, et al.
Specific relationship between prefrontal neuronal N-acetylaspartate and activation of the working memory cortical network in schizophrenia.
Am J Psychiatry 2000;157:26-33.

94 Bleuler E.
Dementia praecox oder Gruppe der Schizophrenien.
Verlag von Franz Deuticke, Leipzig und Wien 1911.

95 Andreasen NC, Arndt S, Swayze V 2nd, Cizadlo T, Flaum M, O’Leary D, et al.
Thalamic abnormalities in schizophrenia visualized through magnetic resonance image averaging.
Science 1994;266:294-8.

96 Danos P, Baumann B, Bernstein HG, Franz M, Stauch R, Northoff G, Krell D, et al.
Schizophrenia and anteroventral thalamic nucleus: selective decrease of parvalbumin-immunoreactive thalamocortical projection neurons.
Psychiatry Res 1998;82:1-10.

97 Hazlett EA, Buchsbaum MS, Byne W, Wei TC, Spiegel-Cohen J, Geneve C, et al.
Three-dimensional analysis with MRI and PET of the size, shape, and function of the thalamus in the schizophrenia spectrum.
Am J Psychiatry 1999;156:1190-9.

98 Seidman LJ, Faraone SV, Goldstein JM, Goodman JM, Kremen WS, Toomey R, et al.
Thalamic and amygdala-hippocampal volume reductions in first-degree relatives of patients with schizophrenia: an MRI-based morphometric analysis.
Biol Psychiatry 1999;46:941-54.

99 Davidsson P, Gottfries J, Bogdanovic N, Ekman R, Karlsson I, Gottfries CG, et al.
The synaptic-vesicle-specific proteins rab3a and synaptophysin are reduced in thalamus and related cortical brain regions in schizophrenic brains.
Schizophr Res 1999;40:23-29.

100 Landen M, Davidsson P, Gottfries CG, Grenfeldt B, Stridsberg M, Blennow K.
Reduction of the small synaptic vesicle protein synaptophysin but not the large dense core chromogranins in the left thalamus of subjects with schizophrenia.
Biol Psychiatry 1999;46:1698-702.

101 Richardson-Burns SM, Haroutunian V, Davis KL, Watson SJ, Meador-Woodruff JH.
Metabotropic glutamate receptor mRNA expression in the schizophrenic thalamus.
Biol Psychiatry 2000;47:22-8.

102 Deicken RF, Johnson C, Eliaz Y, Schuff N.
Reduced concentrations of thalamic N-acetylaspartate in male patients with schizophrenia.
Am J Psychiatry 2000;157:644-7.

103 Omori M, Murata T, Kimura H, Koshimoto Y, Kado H, Ishimori Y et al.
Thalamic abnormalities in patients with schizophrenia revealed by proton magnetic resonance spectroscopy.
Psychiatry Res 2000;98:155-62.

104 Young KA, Manaye KF, Liang C, Hicks PB, German DC.
Reduced number of mediodorsal and anterior thalamic neurons in schizophrenia.
Biol Psychiatry 2000;47:944-53.

105 Popken GJ, Bunney WE Jr, Potkin SG, Jones EG.
Subnucleus-specific loss of neurons in medial thalamus of schizophrenics.
Proc Natl Acad Sci USA 2000;97:9276-80.

106 Jacobson S, Trojanowski JQ.
Corticothalamic neurons and thalamocortical terminal fields: an investigation in rat using horseradish peroxidase and autoradiography.
Brain Res 1975;85:385-401.

107 Orona E, Gabriel M.
Multiple-unit activity of the prefrontal cortex and mediodorsal thalamic nucleus during acquisition of discriminative avoidance behavior in rabbits.
Brain Res 1983;263:295-312.

108 Preuss TM, Goldman-Rakic PS.
Crossed corticothalamic and thalamocortical connections of macaque prefrontal cortex.
J Comp Neurol 1987;257:269-81.

109 Yeterian EH, Pandya DN.
Corticothalamic connections of paralimbic regions in the rhesus monkey.
J Comp Neurol 1988;269:130-46.

110 Siwek DF, Pandya DN.
Prefrontal projections to the mediodorsal nucleus of the thalamus in the rhesus monkey.
J Comp Neurol 1991;312:509-24.

111 Kuroda M, Sugiura T, Shinkai M, Murakami K, Oda S, Kishi K.
Synaptic organization and prefrontal corticothalamic termination in the mediodorsal thalamic nucleus of the cat.
J Hirnforsch 1993;34:417-30.

112 Kuroda M, Murakami K, Oda S, Shinkai M, Kishi K.
Direct synaptic connections between thalamocortical axon terminals from the mediodorsal thalamic nucleus (MD) and corticothalamic neurons to MD in the prefrontal cortex.
Brain Res 1993;612:339-44.

113 Kuroda M, Yokofujita J, Murakami K.
An ultrastructural study of the neural circuit between the prefrontal cortex and the mediodorsal nucleus of the thalamus.
Prog Neurobiol 1998;54:417-58.

114 Negyessy L, Hamori J, Bentivoglio M.
Contralateral cortical projection to the mediodorsal thalamic nucleus: origin and synaptic organization in the rat.
Neuroscience 1998;84:741-53.

115 Grigoriadis D, Seeman P.
The dopamine/neuroleptic receptor.
Can J Neurol Sci 1984;11(Suppl.1): 108-13.

116 Seeman P.
Dopamine receptors and the dopamine hypothesis of schizophrenia.
Synapse 1987;1:133-52.

117 Seeman P, Titeler M, Tedesco J, Weinreich P, Sinclair D.
Brain receptors for dopamine and neuroleptics.
Adv Biochem Psychopharmacol 1978;19:167-76.

118 Seeman P, Van Tol HH.
Dopamine receptor pharmacology.
Trends Pharmacol Sci 1994;15:264-70.

119 Pickar D, Litman RE, Konicki PE, Wolkowitz OM, Breier A.
Neurochemical and neural mechanisms of positive and negative symptoms in schizophrenia.
Mod Probl Pharmacopsychiatry 1990;24:124-51.

120 Nyberg S, Farde L, Halldin C, Dahl ML, Bertilsson L.
D2 dopamine receptor occupancy during low-dose treatment with haloperidol decanoate.
Am J Psychiatry 1995;152:173-8.

121 Farde L, Hall H, Ehrin E, Sedvall G.
Quantitative analysis of D2 dopamine receptor binding in the living human brain by PET.
Science 1986;231:258-61.

122 Farde L, Wiesel FA, Nordström AL, Sedvall G.
D1- and D2-dopamine receptor occupancy during treatment with conventional and atypical neuroleptics.
Psychopharmacology (Berl) 1989;99(Suppl): S28-S31.

123 Farde L, Wiesel FA, Halldin C, Sedvall G.
Central D2-dopamine receptor occupancy in schizophrenic patients treated with antipsychotic drugs.
Arch Gen Psychiatry 1988;45:71-6.

124 Farde L, Nordström AL, Wiesel FA, Pauli S, Halldin C, Sedvall G.
Positron emission tomographic analysis of central D1 and D2 dopamine receptor occupancy in patients treated with classical neuroleptics and clozapine. Relation to extrapyramidal side effects.
Arch Gen Psychiatry 1992;49:538-44.

125 Farde L, Nordström AL.
PET examination of central D2 dopamine receptor occupancy in relation to extrapyramidal syndromes in patients being treated with neuroleptic drugs.
Psychopharmacol Ser 1993;10:94-100.

126 Kirkpatrick B, Buchanan RW, McKenney PD, Alphs LD, Carpenter WT Jr.
The Schedule for the Deficit syndrome: an instrument for research in schizophrenia.
Psychiatry Research 1989;30:119-23.

127 Cudennec A, Fage D, Benavides J, Scatton B.
Effects of amisulpride, an atypical antipsychotic which blocks preferentially presynaptic dopamine autoreceptors, on integrated functional cerebral activity in the rat.
Brain Res 1997;768:257-65.

128 Gurevich EV, Joyce JN.
Distribution of dopamine D3 receptor expressing neurons in the human forebrain: comparison with D2 receptor expressing neurons.
Neuropsychopharmacology 1999;20:60-80.

129 Murray AM, Ryoo HL, Gurevich E, Joyce JN.
Localization of dopamine D3 receptors to mesolimbic and D2 receptors to mesostriatal regions of human forebrain.
Proc Natl Acad Sci USA 1994;91:11271-5.

130 Rein W, Turjanski S.
Clinical update on amisulpride in deficit schizophrenia.
Int Clin Psychopharmacol 1997;12(Suppl.2): S19-S27.

131 Speller JC, Barnes TR, Curson DA, Pantelis C, Alberts JL.
One-year, low-dose neuroleptic study of in-patients with chronic schizophrenia characterised by persistent negative symptoms. Amisulpride v. haloperidol.
Br J Psychiatry 1997;171:564-8.

132 Chabannes JP, Pelissolo A, Farah S, Gérard D.
Évaluation de l’éfficacité et de la tolérance de l’amisulpride dans le traitement des psychoses schizophréniques.
Encéphale 1998;24:386-92.

133 Danion JM, Rein W, Fleurot O.
Improvement of schizophrenic patients with primary negative symptoms treated with amisulpride. Amisulpride Study Group.
Am J Psychiatry 1999;156:610-6.

134 Peuskens J, Bech P, Moller HJ, Bale R, Fleurot O, Rein W.
Amisulpride vs. risperidone in the treatment of acute exacerbations of schizophrenia. Amisulpride study group.
Psychiatry Res 1999;88:107-7.

135 Colonna L, Saleem P, Dondey-Nouvel L, Rein W.
Long-term safety and efficacy of amisulpride in subchronic or chronic schizophrenia. Amisulpride Study Group.
Int Clin Psychopharmacol 2000;15:13-22.

136 Gelders YG.
Thymosthenic agents, a novel approach in the treatment of schizophrenia.
Br J Psychiatry 1989;155(Suppl.5): 33-36.

137 Duinkerke SJ, Botter PA, Jansen AA, van Dongen PA, van Haaften AJ, Boom AJ, et al.
Ritanserin, a selective 5-HT2/1C antagonist, and negative symptoms in schizophrenia. A placebo-controlled double-blind trial.
Br J Psychiatry 1993;163:451-5.

138 Den Boer JA, Vahlne J-O, Post P, Heck AH, Daubenton F, Olbrich R.
Ritanserin as add-on medication to neuroleptic therapy for patients with chronic or subchronic schizophrenia.
Hum Psychopharmacol 2000;15:179-89.

139 Schmidt CJ, Fadayel GM.
The selective 5-HT2A receptor antagonist, MDL 100,907, increases dopamine efflux in the prefrontal cortex of the rat.
Eur J Pharmacol 1995;273:273-9.

140 Schmidt CJ, Fadayel GM, Sullivan CK, Taylor VL.
5-HT2 receptors exert a state-dependent regulation of dopaminergic function: studies with MDL 100,907 and the amphetamine analogue, 3,4-methylenedioxymethamphetamine.
Eur J Pharmacol 1992;223:65-74.

141 Svensson TH, Mathe JM, Andersson JL, Nomikos GG, Hildebrand BE, Marcus M.
Mode of action of atypical neuroleptics in relation to the phencyclidine model of schizophrenia: role of 5-HT2 receptor and alpha 1-adrenoceptor antagonism.
J Clin Psychopharmacol 1995;15(Suppl.1): 11S-18S.

142 Lieberman JA, Mailman RB, Duncan G, Sikich L, Chakos M, Nichols DE, et al.
Serotonergic basis of antipsychotic drug effects in schizophrenia.
Biol Psychiatry 1998;44:1099-117.

143 Iyer RN, Bradberry CW.
Serotonin-mediated increase in prefrontal cortex dopamine release: pharmacological characterization.
J Pharmacol Exp Ther 1996;277:40-7.

144 Schmidt CJ, Fadayel GM.
Regional effects of MK-801 on dopamine release: effects of competitive NMDA or 5-HT2A receptor blockade.
J Pharmacol Exp Ther 1996;277:1541-9.

145 Ashby CR Jr, Wang RY.
Effects of antipsychotic drugs on 5-HT2 receptors in the medial prefrontal cortex: microiontophoretic studies.
Brain Res 1990;506:346-8.

146 Meltzer HY.
Clinical studies on the mechanism of action of clozapine: the dopamine-serotonin hypothesis of schizophrenia.
Psychopharmacology (Berl) 1989;99(Suppl): S18-27.

147 Meltzer HY.
The importance of serotonin-dopamine interactions in the action of clozapine.
Br J Psychiatry 1992;160(Suppl.17): 22-9.

148 Meltzer HY.
The role of serotonin in schizophrenia and the place of serotonin-dopamine antagonist antipsychotics.
J Clin Psychopharmacol 1995;15(Suppl.1): 2S-3S.

149 Hertel P, Nomikos GG, Iurlo M, Svensson TH.
Risperidone: regional effects in vivo on release and metabolism of dopamine and serotonin in the rat brain.
Psychopharmacology (Berl) 1996;124:74-86.

150 Svensson TH, Mathe JM, Nomikos GG, Schilstrom B, Marcus M, Fagerquist M.
Interactions between catecholamines and serotonin: relevance to the pharmacology of schizophrenia.
Adv Pharmacol 1998;42:814-8.

151 Hertel P, Nomikos GG, Svensson TH.
The antipsychotic drug risperidone interacts with auto- and hetero-receptors regulating serotonin output in the rat frontal cortex.
Neuropharmacology 1999;38:1175-84.

152 Travis MJ, Busatto GF, Pilowsky LS, Mulligan R, Acton PD, Gacinovic S, et al.
5-HT2A receptor blockade in patients with schizophrenia treated with risperidone or clozapine. A SPET study using the novel 5-HT2A ligand 123I-5-I-R-91150.
Br J Psychiatry 1998;173:236-41.

153 Lewis R, Kapur S, Jones C, DaSilva J, Brown GM, Wilson AA, et al.
Serotonin 5-HT2 receptors in schizophrenia: a PET study using [18F]setoperone in neuroleptic-naive patients and normal subjects.
Am J Psychiatry 1999;156:72-8.

154 Trichard C, Paillere-Martinot ML, Attar-Levy D, Recassens C, Monnet F, Martinot JL.
Binding of antipsychotic drugs to cortical 5-HT2A receptors: a PET study of chlorpromazine, clozapine, and amisulpride in schizophrenic patients.
Am J Psychiatry 1998;155:505-8.

155 Siris SG, Bermanzohn PC, Gonzalez A, Mason SE, White CV, Shuwall MA.
The use of antidepressants for negative symptoms in a subset of schizophrenic patients.
Psychopharmacol Bull 1991;27:331-5.

156 Siris SG, Mason SE, Bermanzohn PC, Alvir JM, McCorry TA.
Adjunctive imipramine maintenance in post-psychotic depression/negative symptoms.
Psychopharmacol Bull 1990;26:91-4.

157 Collins AD, Dundas J.
A double-blind trial of amitriptyline/perphenazine, perphenazine and placebo in chronic withdrawn inert schizophrenics.
Br J Psychiatry 1967;113:1425-9.

158 Suhara T, Inoue O, Kobayasi K.
Effect of desipramine on dopamine receptor binding in vivo.
Life Sci 1990;47:2119-26.

159 Evins AE, Goff DC.
Adjunctive antidepressant drug therapies in the treatment of negative symptoms of schizophrenia.
CNS Drugs 1996;6:130-47.

160 Goff DC, Midha KK, Sarid-Segal O, Hubbard JW, Amico E.
A placebo-controlled trial of fluoxetine added to neuroleptic in patients with schizophrenia.
Psychopharmacology (Berl) 1995;117:417-23.

161 Spina E, De Domenico P, Ruello C, Longobardo N, Gitto C, Ancione M, et al.
Adjunctive fluoxetine in the treatment of negative symptoms in chronic schizophrenic patients.
Int Clin Psychopharmacol 1994;9:281-5.

162 Stanford SC.
Prozac: panacea or puzzle?
Trends Pharmacol Sci 1996;17:150-4.

163 Silver H, Nassar A.
Fluvoxamine improves negative symptoms in treated chronic schizophrenia: an add-on double-blind, placebo-controlled study.
Biol Psychiatry 1992;31:698-704.

164 Salokangas RK, Saarijarvi S, Taiminen T, Kallioniemi H, Lehto H, Niemi H, et al.
Citalopram as an adjuvant in chronic schizophrenia: a double-blind placebo-controlled study.
Acta Psychiatr Scand 1996;94:175-80.

165 Thakore JH, Berti C, Dinan TG.
An open trial of adjunctive sertraline in the treatment of chronic schizophrenia.
Acta Psychiatr Scand 1996;94:194-7.

166 Lane RM, O’Hanlon JF.
Cognitive and psychomotor effects of antidepressants with emphasis on selective serotonin reuptake inhibitors and the depressed elderly patient.
Germ J Psychiatry 1999;2:1-42.

167 Finkel SI, Richter EM, Clary CM, Batzar E.
Comparative efficacy of sertraline vs. fluoxetine in patients age 70 or over with major depression.
Am J Geriatr Psychiatry 1999;7:221-7.

168 Schmitt JAJ, Kruizinga M, Teunisse S, Riedel WJ.
SSRI effects on vigilance and cognition: a placebo-controlled comparison of sertraline and paroxetine.
Poster presented at the 12th ECNP Congress, London, United Kingdom, 21-25 September 1999.

169 Hertel P, Fagerquist MV, Svensson TH.
Enhanced cortical dopamine output and antipsychotic-like effects of raclopride by alpha2 adrenoceptor blockade.
Science 1999;286:105-7.

170 Hertel P, Nomikos GG, Svensson TH.
Idazoxan preferentially increases dopamine output in the rat medial prefrontal cortex at the nerve terminal level.
Eur J Pharmacol 1999;371:153-8.

171 Kalkman HO, Neumann V, Hoyer D, Tricklebank MD.
The role of alpha2-adrenoceptor antagonism in the anti-cataleptic properties of the atypical neuroleptic agent, clozapine, in the rat.
Br J Pharmacol 1998;124:1550-6.

172 Blake TJ, Tillery CE, Reynolds GP.
Antipsychotic drug affinities at alpha2-adrenoceptor subtypes in post-mortem human brain.
J Psychopharmacol 1998;12:151-4.

173 Berk M, Ichim C, Brook S.
Efficacy of mirtazapine in the treatment of the negative symptoms of schizophrenia: a double-blind randomised placebo controlled study.
Poster presented at the 153rd Annual Meeting of the American Psychiatric Association (APA), Chicago, 13-18 May 2000. Abstract Books NR 383.

174 Pancheri P.
La schizofrenia ad insorgenza precoce.
In: Pancheri P, Pfanner P, eds. Il Punto su: Psicofarmacoterapia nei Disturbi Psichiatrici dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Firenze: Scientific Press 1999:237-278.

175 Pacitti F, Caredda M, Brugnoli R, Pancheri P.
Disturbi schizofrenici: inizio del cambiamento e inizio della malattia.
Rivista di Psichiatria 1993;28:169-77.

176 Robertson GS, Fibiger HC.
Neuroleptics increase c-fos expression in the forebrain: contrasting effects of haloperidol and clozapine.
Neuroscience 1992;46:315-28.

177 Robertson GS, Matsumura H, Fibiger HC.
Induction patterns of Fos-like immunoreactivity in the forebrain as predictors of atypical antipsychotic activity.
J Pharmacol Exp Ther 1994;271:1058-66.

178 Fink-Jensen A, Kristensen P.
Effects of typical and atypical neuroleptics on Fos protein expression in the rat forebrain.
Neurosci Lett 1994;182:115-8.

179 Semba J, Sakai M, Miyoshi R, Mataga N, Fukamauchi F, Kito S.
Differential expression of c-fos mRNA in rat prefrontal cortex, striatum, N. accumbens and lateral septum after typical and atypical antipsychotics: an in situ hybridization study.
Neurochem Int 1996;29:435-42.

180 Semba J, Sakai MW, Suhara T, Akanuma N.
Differential effects of acute and chronic treatment with typical and atypical neuroleptics on c-fos mRNA expression in rat forebrain regions using non-radioactive in situ hybridization.
Neurochem Int 1999;34:269-77.