sopsi         

Loading

I. Zanon, I. Bertin, A.Fabbri Bombi, G. Colombo - Vol. 8, December 2002, Issue 4

Testo Immagini Bibliografia Summary Indice

Articolo originale/Original article

Trance Dissociativa e Internet Dipendenza: studio su un campione di utenti della Rete
Dissociative Trance and Internet Addiction: study on a sample of web users

I. Zanon, I. Bertin*, A.Fabbri Bombi, G. Colombo

Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Università di Padova;
* Dipartimento di Salute Mentale, Padova


Key words: Internet • Computer (Monitor) Dissociative Trance • Internet Addiction

Correspondence: Dr. Giovanni Colombo, III Servizio Psichiatrico (Ospedale Civile), via Giustiniani 2, 35128 Padova, Italy - Tel. +39 49 8213829

Introduzione

La storia recente mostra come ogni novità apportata su vasta scala sociale possa determinare delle reazioni ambivalenti, contrastate e contrastanti.

La rivoluzione della civiltà elettronica comporta indubbiamente una serie di aspetti problematici, proprio in virtù della complessità delle trasformazioni in corso, della crescente rapidità con la quale esse si vengono a realizzare e del loro forte impatto sulle nostre capacità adattive, sugli equilibri affettivi e relazionali, sull’assetto cognitivo.

È proprio la crescita tumultuosa di Internet e delle sue applicazioni che induce ad investigare le eventuali implicazioni psicopatologiche dell’uso e/o abuso della Rete. Internet si presenta come una realtà per molti aspetti ancora poco conosciuta, vissuta da molti come fuori controllo e capace di meravigliare anche l’esperto navigatore, ma comunque ricca di potenzialità per tutti e in tutti i campi del sapere.

Internet è stato paragonato da Daniele La Barbera (1) ad un «Giano bifronte»: se un volto è rivolto all’evoluzione, al progresso, all’arricchimento, e alla semplificazione dei processi di scambio delle informazioni, l’altro invece guarda verso aree di rischio, di cui ancora non se ne conosce con esattezza l’entità. Rispetto al problema dell’identità, per esempio, vengono a contrapporsi due diverse posizioni teoriche: secondo la concezione catastrofista la Rete è uno strumento di potenziale frammentazione dell’identità personale, mentre secondo la visione apologetica la Rete è ritenuta uno strumento utile per scoprire i molteplici sé.

Internet, infatti, se da un lato è sinonimo di progresso, di sviluppo, ed è visto come una tecnologia che rende la vita più comoda, dall’altro porta con sé dei rischi, noti come Trance Dissociativa da Videoterminale, Dipendenza da Internet ed in generale a quanto è stato definito come IRP (Internet Related Psychopathology), che comprende tutta quella costellazione di disturbi psichici inerenti Internet, che sono ancora ben lontani dall’essere sistematizzati e definiti. Internet si rifiuta di presentare un volto unico o decifrabile, esso è per sua natura una realtà complessa e conflittuale; il presente lavoro intende fornire un contributo di ricerca sul rapporto che Internet induce con fenomeni dissociativi e di dipendenza.

Si possono distinguere al momento due principali patologie indotte da Internet: la Trance Dissociativa da Videoterminale e la Dipendenza da Internet.

La Trance Dissociativa da Videoterminale

Nel DSM IV i disturbi dissociativi rientrano nelle categorie dell’asse I e la loro caratteristica essenziale è la «sconnessione delle funzioni, solitamente integrate, della coscienza, della memoria, della identità o della percezione dell’ambiente», mentre il disturbo da Trance Dissociativa è compendiato nella serie di proposte di nuove categorie e assi che sono stati indicati per un possibile futuro inserimento nel DSM. Attualmente questa patologia si trova nell’Appendice B del DSM-IV, nella categoria «Criteri e Assi utilizzabili per ulteriori studi» (2).

Per «dissociazione», quindi, si intende la separazione di una parte o di un gruppo di processi mentali dal resto della coscienza, con la conseguenza che questa parte sentirà e si comporterà come un’identità mentale indipendente dalla personalità globale che, a quel punto, risulterà incapace di esercitare alcun controllo sulla porzione scissa (3) (4).

Le alterazioni possono essere improvvise o graduali, transitorie o croniche.

La Trance Dissociativa da Videoterminale è una forma di dissociazione collegata ad una dipendenza patologica dal computer e dalle sue molteplici applicazioni, che vanno assumendo un ruolo dilagante nella vita di ciascuno di noi; si tratta di un’esperienza per cui un individuo viene catturato dal gioco o dall’attività informatica a cui si dedica, rimanendone «posseduto» fino al punto di perdere il controllo di sé e della situazione.

Con il concetto di «trance» si vuole descrivere un’alterazione dello stato di coscienza simile al sonno, ma con caratteristiche elettroencefaliche non dissimili da quelle dello stato di veglia. Durante lo stato di trance l’individuo perde consapevolezza e contatto con la realtà fino al ritorno alla condizione normale accompagnata da amnesia.

Lo stato di trance può riscontrarsi nella suggestione ipnotica, nella sintomatologia dell’isteria, in alcune forme di epilessia o in stati di eccitazione che possono investire interi gruppi impegnati in rituali mistico religiosi (5). Per gli antropologi lo stato di trance è anche un’esperienza di passaggio e di trasformazione – come indica l’etimologia latina transitus – esperienza scandita da una fase di crisi, trascendimento e ripresa di sé, a cui corrispondono motivi e significati diversi a seconda del contesto culturale, ma tutti volti a determinare il passaggio da uno stato di disordine individuale o collettivo a uno stato di ordine, dove nel disordine emergono la malattia fisica e lo stato di squilibrio psichico e nell’ordine la guarigione e la creazione di un nuovo equilibrio (6).

La manifestazione essenziale del «Disturbo da Trance Dissociativa» – così come viene proposta nell’Appendice B del DSM-IV – è uno stato involontario di trance che non è previsto dalla cultura della persona come parte normale di una pratica culturale o religiosa e che causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione funzionale.

Attualmente nel DSM-IV il Disturbo da Trance Dissociativa non è direttamente correlato alla patologia conseguente l’uso di Internet o dei videogame, ma nella sua abbozzata configurazione ben si presta all’inserimento nosologico dei disturbi della coscienza specificatamente indotti dalle nuove applicazioni del computer e delle realtà virtuali.

Secondo Caretti (7) la Trance Dissociativa da Videoterminale è uno stato involontario di trance legato alla dipendenza patologica dal computer e caratterizzato da un’alterazione temporanea marcata dello stato di coscienza, oppure perdita del senso abituale dell’identità personale con il rimpiazzamento o no di un’identità alternativa che influenza e dissolve l’identità abituale.

La Dipendenza da Internet

Un tempo la vita reale si contrapponeva a quella del sogno, spazio privilegiato per esprimere desideri inconsci e per vivere, sia pure sotto il controllo della censura onirica, tensioni e pulsioni inappagate; oggi questa dimensione fantastica ci si presenta attraverso il potenziale tecnologico dell’elettronica e può essere talmente coinvolgente che si parla sempre più di Internet-dipendenza: un comportamento che viene considerato da psichiatri e psicologi come una delle tante forme di dipendenza dal desiderio compulsivo di praticare un certo comportamento, si tratti di bucarsi, o di sniffare, di giocare d’azzardo, o di restare aggrappati allo schermo del PC.

L’infelicità e la solitudine creano un terreno di coltura favorevole per tutti i tipi di dipendenza; e la nostra stessa cultura comporta spesso l’induzione di comportamenti tossicomanici; così l’Internet-dipendenza diventa un fenomeno trasversale, che attraversa i confini costituiti da età, sesso e condizioni sociali, culturali ed economiche.

Secondo la Canadian Medical Association la IAD (Internet Addiction Disorder) è una forma di abuso-dipendenza rispetto ad Internet che è reale come l’alcolismo, provoca come le altre patologie da dipendenza problemi sociali, craving, sintomi astinenziali, isolamento sociale, problemi coniugali e prestazionali, problemi economici e lavorativi.

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) (2) definisce la dipendenza come una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a menomazione o a disagio clinicamente significativi; la Young (8) (9) sembra superare il concetto di dipendenza legata ad una sostanza inserendo la sindrome IAD all’interno delle dipendenze cosiddette comportamentali, come il gioco d’azzardo o la bulimia; non una tossicodipendenza, ma non per questo meno pericolosa.

Gli Internet dipendenti, al pari degli alcolisti o dei tossicodipendenti, hanno grossi problemi negli ambiti principali della vita quotidiana: famiglia, lavoro, relazioni, scuola; essi, inoltre, tentano in tutti i modi di nascondere la loro abitudine allo scopo di mantenerla, esattamente come fanno gli alcolisti o i tossicodipendenti; infine molti utenti di Internet, quando si sono imposti di dare un taglio netto con la loro abitudine, si trovano a dover affrontare sintomi di astinenza paragonabili a quelli correlati all’uso di sostanze stupefacenti.

Eppure Internet non è una sostanza che viene ingerita ed è proprio questo che provoca confusione in molti Internet-dipendenti, che semplicemente non riconoscono, o non vogliono ammettere, di esserne diventati psicologicamente dipendenti. Internet è qualcosa che fa parte di un computer, sostengono queste persone, e non si può sviluppare una dipendenza da un semplice oggetto. Negli ultimi vent’anni, gli psicologi e gli esperti delle dipendenze hanno cominciato a riconoscere che è invece possibile sviluppare dipendenza da altre cose, oltre che da sostanze chimiche. Si parla perciò di comportamento tossicomanico per abitudini diverse come il vizio del gioco e delle scommesse, la bulimia cronica, i comportamenti sessuali di tipo compulsivo ed il guardare la televisione in modo ossessivo; nelle dipendenze comportamentali le persone sviluppano dipendenza da quello che fanno e da ciò che provano mentre lo fanno. Funziona allo stesso modo anche per gli Internet-dipendenti: gli individui, infatti, divengono dipendenti dalle sensazioni provate in questa comunità virtuale. Può essere per loro il solo momento in cui si sentono così liberi e disinibiti, in cui qualcun altro si interessa a loro, si sentono desiderati ed in comunicazione con gli altri. È naturale che poi vogliano stare su Internet sempre di più, per catturare questi sentimenti positivi e portarli nella loro esistenza quotidiana.

Sono le stesse caratteristiche della Rete che possono costituire una trappola per chi la usa, una ragnatela a possibile potenziale patogeno. La Young (10) ha rilevato come alla base della dipendenza vi sia una qualche forma di fuga dalla realtà quotidiana e dai problemi che in genere affiggono l’individuo: Internet consente sì di dimenticare ogni problema per il tempo passato on-line, ma il rovescio della medaglia è che questa fuga è solo temporanea.

La IAD si è imposta all’attenzione del mondo quando, in modo provocatorio, lo psichiatra Ivan Goldberg propose, nel 1995, dei criteri diagnostici mutuati dalla diagnostica per le dipendenze del DSM; Goldberg avanzò la proposta di diagnosticare una IAD qualora venissero individuati nella persona alcuni segni clinici di tolleranza e/o astinenza, riscontrabili varie volte nel corso dello stesso anno.

Griffiths (11) definisce dipendenze tecnologiche quelle dipendenze non chimiche (comportamentali) che comportano un’interazione uomo-macchina; possono essere sia passive (televisione), che attive (videogiochi), ed in genere hanno la proprietà di induzione e rinforzo, che possono contribuire e favorire tendenze alla dipendenza.

Dall’analisi di un gruppo di soggetti effettuata in una loro ricerca, Cantelmi e Talli (12) ritengono che sia possibile, in linea generale, individuare livelli di dipendenza progressivamente maggiori seguendo un percorso per così dire «virtuale», che porta l’utente di Internet a divenire progressivamente un vero e proprio rete-dipendente. È possibile così schematizzare tale percorso:

E-MAIL --->LURKER --->IRC e USENET ---->MUD*

(area della tossicofilia) (area della tossicomania)

Cantelmi e D’Andrea (13) inseriscono l’IAD all’interno della nuova categoria diagnostica di «Internet Related Psycopathology» (IRP); tra le nuove cyber-addiction essi riportano solo quelle già supportate da una casistica clinica sufficiente (14) (15) e quelle più pertinenti alla realtà del nostro paese: Compulsive on-line gambling (gioco d’azzardo on-line compulsivo), Cybersexual addiction (dipendenza da cyber-sesso), Cyber-relationship addiction (dipendenza da cyber-relazioni), MUD addiction (dipendenza da giochi di ruolo on-line) e Information overload addiction (dipendenza da eccessive informazioni).

Materiali e Metodi

Scopi e ipotesi della ricerca

Il presente lavoro non ha alcuna finalità clinica, ma epidemiologica. Vista la notevole diffusione di Internet negli ultimi anni ci sembrava interessante rilevare e analizzare gli effetti di questa tecnologia sulla psiche dell’uomo. Sicuramente Internet non va visto come la causa di tutti i mali, anzi ha fornito ad ognuno notevoli comodità e continua a rendere la vita di molti più facile e pratica. Ma le insidie si celano anche qui, ed il nostro intento è stato quello di metterle alla luce e di definirne l’entità, senza per questo creare falsi allarmismi.

Vediamo quindi di elencare le ipotesi di ricerca da cui siamo partiti.

– Si postula che esista una differenza significativa nei livelli di dissociazione di coscienza tra coloro che sono grandi «consumatori» di Internet (per almeno tre ore al giorno) e coloro che non utilizzano tale tecnologia (o perlomeno ne usufruiscono in maniera molto ridotta e limitata nel tempo).

– Si ipotizza, inoltre, l’esistenza di diversi livelli dissociativi all’interno della stessa categoria di utilizzatori di Internet, presumendo infatti che:

 1. coloro che utilizzano Internet solo ed esclusivamente per lavoro non dovrebbero presentare alti livelli di dissociazione (o comunque dovrebbero riferire un numero inferiore di esperienze dissociative rispetto a tutti gli altri utenti di Internet che lo usano anche per lavoro, ma non solo);

 2. coloro che utilizzano le chat-line come servizio di Internet dovrebbero presentare dei livelli di dissociazione più elevati rispetto a coloro che, pur utilizzando la Rete, non usufruiscono di questo servizio.

– Allo stesso modo si presume vi siano delle differenze significative nei punteggi al test per la Dipendenza da Internet suddivise a seconda della tipologia di utente:

 1. coloro che utilizzano Internet solo ed esclusivamente per lavoro non dovrebbero presentare alti livelli di dipendenza da Internet, o almeno dovrebbero avere un livello di dipendenza inferiore rispetto a tutti gli altri utenti di Internet che lo usano per lavoro, ma non solo;

 2. coloro che utilizzano le chat-line come servizio di Internet dovrebbero presentare dei livelli di dipendenza più elevati rispetto a coloro che, pur utilizzando la Rete, non usufruiscono di questo servizio.

– Si postula, poi, che vi sia un certo legame tra i disturbi dissociativi legati all’uso di Internet e la nuova dipendenza denominata Internet Addiction Disorder; si presume, infatti, che chi è maggiormente predisposto a sviluppare disturbi dissociativi, e usa molto Internet, possa in seguito divenire un utente dipendente da Internet.

Il campione

Il campione della presente ricerca è composto da 220 soggetti reperiti off-line e suddivisi in 2 gruppi: al primo gruppo, definibile gruppo sperimentale, appartengono 110 individui utilizzatori di Internet per almeno tre ore al giorno; si è operata la scelta di tre ore come criterio discriminativo, in quanto si è voluto andare oltre un utilizzo routinario, ma ridotto di Internet, e non si è voluto superare il limite delle 6 ore quotidiane di utilizzo, che si sono già rivelate patologiche da Cantelmi et al. (16). Tra gli utenti di Internet vi è chi usa questa tecnologia prevalentemente per lavoro, chi per studio e chi per hobby; infatti i soggetti sono stati reperiti in due aziende di programmazione e di creazione di pagine web del padovano, in un «Caffè Internet», nei centri di calcolo dell’Università di Padova e alcuni sono stati contattati direttamente a casa loro. Anche il secondo gruppo – gruppo di controllo – è composto da 110 individui con le medesime caratteristiche socio-demografiche del gruppo sperimentale; a questo secondo gruppo appartengono tutti quei soggetti che non utilizzano Internet o che lo usano per un esiguo numero di ore alla settimana.

Il gruppo come composizione non è omogeneo al suo interno, ma rispecchia le statistiche presentate da Cantelmi et al. (17), riguardanti i dati a disposizione relativi agli utenti italiani di Internet.

Il campione globale comprende:

1. 220 soggetti di età compresa tra i 20 ed i 42 anni;

2. una netta prevalenza di uomini, con una percentuale del 72%, in quanto maggiori utilizzatori della Rete;

3. soggetti in possesso di un titolo di studio superiore (laurea o diploma); l’81% dei soggetti è in possesso del diploma di scuola superiore, il rimanente 19%, invece, possiede una laurea;

4. soggetti provenienti esclusivamente dal Veneto;

5. una netta prevalenza di soggetti celibi/nubili rispetto ai coniugati; le percentuali sono così suddivise: l’80% dei soggetti è nubile/celibe, mentre il rimanente 20% è coniugato/a; completamente assenti sono invece i soggetti divorziati o separati.

In Tabella I vengono riportati i valori delle caratteristiche socio-demografiche del campione suddivise per i due gruppi: gli utenti di Internet e il gruppo di controllo.

In fase di raccolta dei dati si sono esclusi i soggetti che assumevano psicofarmaci o che presentavano gravi patologie psichiatriche, in quanto questi fattori potevano interferire con i risultati forniti alla DES; queste informazioni sono state raccolte con una apposita scheda che richiedeva informazioni mediche a tutti i soggetti.

La procedura

Per la realizzazione della ricerca si è fatto ricorso ad una metodologia di indagine off-line, cioè i soggetti non sono stati contattati tramite Internet, ma personalmente.

Ai soggetti del gruppo sperimentale (utilizzatori di Internet) sono stati sottoposti due questionari: la DES, allo scopo di misurare le esperienze dissociative, e l’IAT, per determinare il livello di Dipendenza da Internet.

Ai soggetti del gruppo di controllo, invece, è stata somministrata solo la DES.

Inoltre, allegate ai test sono state somministrate due schede informative: una allo scopo di raccogliere i dati socio-demografici relativi ai soggetti che hanno partecipato alla ricerca (comune di residenza, età, sesso, titolo di studio e stato civile) e l’altra che raccoglieva informazioni mediche (farmaci assunti, in particolare psicofarmaci, presenza di qualche disagio psicologico e/o di malattie fisiche e presenza/assenza di eventi traumatici subiti nell’infanzia) al fine di tener conto della complessità dei processi dissociativi e per cogliere alcune delle caratteristiche che possono rendere più vulnerabili i soggetti.

Il tempo di somministrazione della batteria di test variava dai 10 minuti (per i non-utilizzatori di Internet), alla mezz’ora (per gli utenti di Internet).

Gli strumenti utilizzati

Nella presente ricerca si sono usati, come visto in precedenza, due questionari: la DES e l’IAT.

DES (Dissociative Experience Scale)

È una scala di autovalutazione costruita nel 1986 in America da Bernstein e Putnam allo scopo di indagare il peso dei fenomeni dissociativi nel quotidiano, ma soprattutto allo scopo di ottenere uno strumento di screening per individuare soggetti con gravi disturbi dissociativi. Gli autori hanno costruito la DES come misura di tratto psicologico (opposta a misura di stato), utilizzando come criterio operativo di dissociazione la «mancanza della normale integrazione di pensieri, sentimenti ed esperienze nel flusso di coscienza e memoria» (18). Si tratta di un test di screening composto da 28 item; il testo delle frasi fornisce una definizione delle esperienze dissociative (alcune delle quali esperite anche da soggetti normali), che includono sentimenti di depersonalizzazione, deja vu, disturbi d’identità, derealizzazioni, disturbi cognitivi, di memoria e della coscienza.

IAT (Internet Addiction Test)

L’Internet Addiction Test è un questionario sviluppato dalla Young (9) dell’Università di Pittsburgh e fa parte di una serie di strumenti clinici di valutazione volti ad indagare le problematiche psicologiche connesse all’uso di Internet.

Si contraddistingue dal precedente «Internet Addiction Survey» di 162 item e sempre formulato dalla Young (8), in quanto valuta specificatamente il grado di rischio psicopatologico correlato all’uso di Internet. Più in dettaglio le domande mirano ad identificare coloro che fanno di Internet un uso prolungato fino a trascurare gli affetti familiari, il lavoro, lo studio, le relazioni sociali e la propria persona (notti insonni, ansia, agitazione psicomotoria, depressione legata al fatto di essere off-line, sogni e fantasie riguardanti Internet).

Cantelmi, Del Miglio, Talli, e D’Andrea (14) considerano non dipendenti esclusivamente i soggetti che presentano un punteggio inferiore a 50.

Nella presente ricerca vengono considerati dipendenti i soggetti che presentano nell’IAT un punteggio superiore a 60, in accordo con quanto affermato dalla Young (9).

Risultati

Si sono confrontati in un primo tempo i punteggi ottenuti alla scala DES tra il gruppo che utilizza Internet per almeno tre ore al giorno e il gruppo di controllo, che non usa Internet, o comunque lo fa per un numero limitato di ore. La Tabella II presenta le differenze nei punteggi medi ottenuti alla DES.

La media alla DES dei 110 soggetti che non utilizzano Internet è uguale a 5,82, e questo risultato è in linea con quelli riportati dalla letteratura per la popolazione generale e visibili in Tabella III, mentre la media dei 110 soggetti che utilizzano Internet è pari a 14,51, valore più elevato rispetto a quello riscontrato in precedenti indagini sulla popolazione generale.

Applicando il test U di Mann-Whitney con l’utilizzo di Internet come variabile indipendente si ottiene che U = 2.898 (con z = -6,667) è significativo perché p < ,05, (infatti p = ,000). Possiamo dunque concludere che i due campioni provengono da popolazioni diverse, il che sta ad indicare che coloro che utilizzano Internet hanno punteggi significativamente più alti nella scala DES rispetto al gruppo di controllo; cioè abbiamo maggiori possibilità di riscontrare esperienze dissociative nel gruppo di utenti di Internet. Ciò, però, non significa che sia l’utilizzo della Rete a scatenare tali disturbi, in quanto non è stata riscontrata una relazione di causa-effetto; quindi non è dato sapere se sia Internet a causare modificazioni di coscienza o se invece sia la presenza di tali disordini a rendere i soggetti più predisposti all’uso della Rete. Poiché precedenti ricerche hanno dimostrato che i punteggi alti alla DES sono correlati all’estroversione misurata con l’EPI** (20), se ne può dedurre che siano proprio alcune particolari caratteristiche di personalità che spingono e motivano i soggetti «più estroversi» ad utilizzare Internet.

Si è poi proceduto ad analizzare nel campione di ricerca degli utenti di Internet le eventuali differenze nella scala DES tra coloro che utilizzano Internet solo ed esclusivamente per lavoro e al lavoro, e coloro che usufruiscono di tale strumento anche o solo in ambienti diversi (casa, scuola, «caffè Internet»).

Vengono riportati in Tabella IV i punteggi medi dei gruppi di utenti di Internet, suddivisi in base allo scopo del collegamento, al fine di verificare l’ipotesi secondo la quale la media alla DES di coloro che usano Internet solo per lavoro sia molto più bassa se confrontata con quella degli altri gruppi.

Emerge subito come il gruppo di 12 utenti di Internet che utilizza tale strumento solo per lavoro abbia una media molto bassa se confrontata con gli altri gruppi e addirittura inferiore a quella del gruppo di controllo (che è pari a 5,82). Questo confermerebbe che gli elevati punteggi alla DES nella popolazione che usa Internet non sono conseguenti all’uso di tale strumento, ma che piuttosto avvenga il contrario, e cioè che sono le tendenze dissociative di tali soggetti a renderli maggiormente predisposti all’utilizzo di tale tecnica.

Applicando l’analisi della varianza ad un criterio di classificazione per ranghi di Kruskal-Wallis (che verifica appunto le differenze tra i ranghi medi in modo da determinare se tali diversità siano di un’entità tale da non essere probabile che i campioni provengano dalla stessa popolazione), con il collegamento come variabile indipendente, otteniamo che Chi-quadro (con gradi di libertà = 5) = 17,409, per p < ,05 è significativo (infatti p = ,004).

Da questi dati è emerso che almeno una coppia di campioni ha delle differenze significative, cioè almeno un campione proviene da una popolazione con mediane diverse, in quanto i ranghi medi di ogni campione sono tra loro diversi.

Osservando i punteggi medi ed i ranghi, dunque, possiamo affermare che la differenza tra il gruppo che usa Internet esclusivamente per lavoro e gli altri gruppi di utenti è significativa; quindi l’utilizzo che un individuo fa della Rete è correlato alla presenza in esso di disturbi dissociativi, o meglio, sembrerebbe che lo scopo per cui un utente si collega possa essere correlato e sia associato al punteggio alla DES e quindi dalla presenza più o meno rilevante di una «predisposizione» dissociativa.

Allo stesso modo, ma utilizzando il test U di Mann-Whitney, si sono rilevate differenze nei punteggi alla scala DES tra coloro che utilizzano come servizio le chat-line e coloro che usano Internet senza usufruire di questo servizio. In Tabella V vengono riportati i punteggi medi ottenuti dai soggetti che chattano e non chattano alla scala DES.

Applicando il test U di Mann-Whitney, con l’utilizzo delle chat-line come variabile indipendente, si ottiene che U = 971,5 (con z = -3,033), è significativo per p < ,05 (perché p = ,002).

Possiamo notare come la differenza tra i due gruppi risulti significativa, permettendoci di affermare che coloro che chattano denotano livelli di dissociazione più elevati rispetto a coloro che pur usando Internet, non utilizzano questa modalità comunicativa. Ciò non ci permette di sostenere che siano le chat-line a determinare tale differenza fra i due gruppi e dunque che siano le chat a causare l’insorgenza di una tendenza alla dissociazione; infatti potrebbero essere le caratteristiche di personalità collegate alla tendenza dissociativa a spingere questi utenti ad utilizzare questo servizio e quindi potrebbe essere la loro maggiore estroversione – correlata ai punteggi elevati alla DES – a predisporre questi individui all’utilizzo delle chat-line. Non è possibile pertanto rivendicare un rapporto causale tra le due variabili, quanto annotare una relazione.

Anche per l’Internet Addiction Test si sono calcolate le differenze nei punteggi conseguiti dai vari utenti di Internet. Si è cercato di verificare se coloro che chattano presentano un punteggio per la dipendenza più elevato rispetto a coloro che, pur utilizzando Internet, non usufruiscono di questo servizio, in linea con quanto riportato da Cantelmi, Del Miglio, Talli, D’Andrea (2000) (17). In Tabella VI vengono riportati i punteggi medi ottenuti all’IAT da coloro che chattano e da coloro che, pur utilizzando Internet, non chattano.

Applicando il test U di Mann-Whitney, con l’utilizzo delle chat-line come variabile indipendente, si ottiene che U = 963 (con z = -3,087) è significativo per p < ,50, poiché p = ,002

Dai risultati ottenuti si può osservare come esista una differenza significativa nel livello di dipendenza, misurato attraverso l’IAT, tra coloro che usano Internet per chattare e coloro che invece non usano questo tipo di servizio. Quindi è più probabile che un individuo che usa Internet per almeno tre ore al giorno e che si trova ad occupare parte del tempo che trascorre in Rete chattando presenti una maggiore dipendenza da Internet rispetto a coloro che utilizzano per lo stesso tempo tale tecnologia, ma senza chattare. Possiamo quindi affermare che le chat-line costituiscono un elemento psicopatogeno, in quanto danno maggiore dipendenza dalla Rete, anche se non sappiamo che tipo di soggetti sia più vulnerabile o se siano proprio i soggetti già dipendenti da Internet a ricercare e a «perdersi» in questo tipo di servizi, che non fanno altro che incrementare il loro livello di dipendenza.

Allo stesso modo si sono confrontati i punteggi nel test della Young tra coloro che utilizzano Internet solo ed esclusivamente per lavoro e coloro che invece lo utilizzano a 360°, collegandosi anche da casa, da scuola e dai «Caffè Internet», e non solo dal posto di lavoro.

La Tabella VII riassume i punteggi medi ottenuti dai vari utenti di Internet nell’IAT e i ranghi medi di ogni categoria di utenti.

Si può già osservare come la media del punteggio all’IAT del gruppo di coloro che usano Internet solo per lavoro sia più bassa in confronto a tutte le altre e come i ranghi medi di coloro che usano Internet esclusivamente per lavoro si differenzino da quelli di tutte le altre categorie di utenti.

Applicando l’analisi della varianza ad un criterio di classificazione per ranghi di Kruskal-Wallis, con il collegamento come variabile indipendente, otteniamo un Chi-quadro (con gradi di libertà = 5) = 15,806, ed è significativo per p < ,05, infatti p = ,007.

Possiamo dunque affermare che almeno uno dei 6 campioni indipendenti proviene da una popolazione diversa e che la media di uno dei sei gruppi è significativamente diversa dalle altre. E osservando i dati della Tabella VII si nota come sia proprio il gruppo dei 12 utenti che usano Internet solo per lavoro a presentare un livello di dipendenza molto basso, quasi che l’uso di tale tecnologia solo per scopi professionali agisca da garanzia contro l’insorgere della dipendenza; forse è proprio la consapevolezza di questi soggetti riguardo al fatto che tale strumento serve solo per lavoro, e il maggiore controllo e la precisione quindi che essi hanno su di esso, a far sì che Internet non costituisca un fattore di rischio; o forse è proprio chi ha una minore tendenza a sviluppare una dipendenza che sceglie Internet solo come strumento di lavoro.

Conclusioni

La nostra ricerca è partita dall’ipotesi che esistessero delle differenze nei livelli di integrazione della coscienza tra coloro che utilizzano Internet in maniera assidua e costante e coloro che invece ne fanno un uso piuttosto moderato o non lo utilizzano affatto. Nel nostro campione gli utenti di Internet presentano con maggiore frequenza e probabilità disturbi dissociativi, cioè sono più carenti in quella che è la funzione integrativa tipica della coscienza. Non ci è dato sapere se ciò sia dovuto all’utilizzo di Internet, poiché non è stata stabilita nessuna relazione di causa-effetto; si sa, comunque, che i due fenomeni (dissociazione e uso di Internet) sono tra di loro associati e questo dato potrebbe essere interessante per valutare Internet come probabile fattore di rischio nell’insorgenza di un disturbo dissociativo; una spiegazione alternativa potrebbe essere ricondotta all’ipotesi che coloro che presentano un maggior numero di esperienze dissociative potrebbero, per le loro caratteristiche di personalità – e tra tutte spicca l’estroversione –, essere attratti da questo strumento e utilizzarlo con più frequenza rispetto a coloro che non manifestano tratti dissociativi.

È stata poi riscontrata, nella nostra popolazione, una maggiore tendenza ad un difetto d’integrazione della coscienza in coloro che utilizzano le chat-line come servizio di Internet rispetto a coloro che, pur utilizzando Internet, non si servono di questa applicazione; questo è uno dei servizi più accattivanti che la Rete offre e, come vedremo in seguito (in accordo con la letteratura), l’IRC si è rivelato uno dei servizi con il maggiore indice di assuefazione alla Rete da parte degli utenti. È proprio il fatto che in queste stanze virtuali le persone si incontrano in maniera casuale, senza un contesto comune di riferimento, a far sì che si possano sviluppare fenomeni regressivi e dissociativi, che portano alla creazione di nuovi personaggi con cui l’utente tende ad identificarsi. Tali esperienze dissociative e regressive (quali ad esempio il gender switching) sono dovute al fatto che non esiste un tessuto psicosociale e relazionale in grado di contenere, elaborare e attribuire un significato a tali vissuti. Virtualmente, per chiunque lo voglia, è possibile cambiare la propria condizione, costruirsi un ruolo, crearsi una identità diversa, mutare il proprio sesso, … Oppure potrebbero essere proprio le esperienze dissociative che questi individui vivono a renderli maggiormente predisposti all’utilizzo delle chat-line.

Analogamente si era ipotizzato che coloro che utilizzano Internet esclusivamente per motivi di lavoro e non si dilettano tra tutte le opportunità che la Rete fornisce non dovrebbero presentare un gran numero di esperienze dissociative e, comunque, ne dovrebbero avere in misura minore rispetto a tutti gli altri utenti che usufruiscono di Internet in maniera più estesa. Infatti, l’utilizzo di Internet esclusivamente dal posto di lavoro permette di agire in modo più controllato su tale tecnologia ed evita l’accesso a tutti quei servizi che vengono, a ragione, accusati di creare dipendenza e assuefazione. Sembra, dunque, che l’utilizzo di Internet solo con fini lavorativi o didattici sia una garanzia contro l’insorgere di disturbi dissociativi; questo risultato potrebbe anche essere spiegato col fatto che, avendo questi soggetti dei livelli di dissociazione non molto elevati – elemento legato alle loro caratteristiche di personalità maggiormente rivolte verso l’introversione –, essi scelgano di utilizzare Internet come mezzo di lavoro agendo su di esso in modo preciso e controllato.

Si è analizzato anche il fenomeno dell’Internet Addiction da un punto di vista sperimentale; questa dipendenza viene annoverata tra le new addictions, cioè le nuove dipendenze non dovute all’uso di una sostanza, ma definite dipendenze comportamentali (tra di esse rientrano pure la bulimia ed il gioco d’azzardo patologico). È probabile che certe applicazioni di Internet abbiano una natura più addictive di altre (17); è ipotizzabile, infatti, che la caratteristica stessa dell’interattività delle IRC comporti una gratificazione tale da innescare un rinforzo del comportamento più di quanto non avvenga per applicazioni in cui l’utente è confinato in un ruolo passivo. E questo è stato pienamente confermato dal nostro lavoro, in quanto i soggetti che utilizzano le chat-line hanno ottenuto dei livelli di dipendenza più elevati, rispetto a coloro che, pur utilizzando Internet, non si servono di tale applicazione. Ma può anche essere la predisposizione di questi soggetti a sviluppare dipendenza che fa loro scegliere le chat-line come servizio di Internet.

È stato anche evidenziato che coloro che si dedicano ad Internet esclusivamente per motivi di lavoro presentano dei livelli di dipendenza nettamente inferiori rispetto a tutte le altre categorie di utenti. Ciò può essere sempre ricondotto al fatto che questi soggetti agiscono sulla Rete con delle finalità precise, e questo consente loro un maggiore controllo sulla presente tecnologia; ma può anche essere spiegato con il fatto che, avendo essi una minore tendenza alla dipendenza, scelgano Internet solo come strumento di lavoro, agendo su di esso in modo rigido, ripetitivo e controllato.

«Psicopatologia e Internet»: sembra questo il binomio destinato a suscitare, in un futuro non troppo lontano, una vasta gamma di reazioni: da allarmi più o meno giustificati per dipendenze e abusi ad entusiasmi per le enormi potenzialità.

Il forte interesse che tali patologie suscitano è legato alla sensazione di stare per esplorare un territorio nuovo del quale cominciamo appena adesso a intravedere i contorni. L’ambito delle patologie emergenti e del disagio psicologico legati alla diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione ed alle esperienze virtuali che esse rendono possibili richiede, infatti, di confrontarsi con i cambiamenti ai quali sta andando incontro la nostra mente, sotto la spinta di una sollecitazione evolutiva senza precedenti nella storia dell’uomo; ancora una volta siamo stati chiamati ad orientarci nell’approccio ad una serie di fenomeni che, mentre promettono l’accesso a mondi sconfinati di conoscenza e di esperienza, ci chiedono, a volte, un prezzo elevato per le possibili conseguenze emozionali, dissociative, cognitive, per i fenomeni di fuga virtuale di tipo autistico interattivo, per i non rari casi di abuso e dipendenza mediatica, per le situazioni di «information overload», per l’influenza, infine, che l’esposizione intensa alle dimensioni telematiche può esercitare sull’assetto profondo dell’identità personale. È con questo atteggiamento, insieme interrogativo e problematico verso il futuro di cui la civiltà elettronica ci sta rapidamente spalancando le porte, che è stato condotto questo lavoro.

NOTE

* Il primo approccio alla Rete è spesso mediato dall’uso delle e-mail e riguarda principalmente utenti non dipendenti; a questo primo stadio segue la fase Lurker (guardoni), considerata lo stadio «larvale» della vita di un rete-dipendente, in cui l’utente passa fugacemente da un sito all’altro, in una pratica silenziosa che gli permette da una parte di non attrarre ancora l’attenzione su di sé, e dall’altra di acquisire conoscenza sul gergo che gli permetterà nella fase successiva, quella IRC (Internet Relay Chat) di avere una sufficiente capacità di comunicare in Rete.

Approdato all’IRC, l’utente ha la possibilità di dialogare in tempo reale da un capo all’altro del pianeta con altri utenti della Rete, utilizzando una conversazione illusoria in cui ciò che viene detto non viene ascoltato da tutti, ma solo da chi è interessato.L’utente che a questo punto si trova nell’area della tossicofilia (caratterizzata da incremento del tempo di permanenza on-line, malessere off-line, collegamenti notturni con perdita di sonno) comincerà ad alternare l’uso delle IRC con quello dei MUD (Multi-User Dungeous), una forma di realtà virtuale basata sul testo, spesso di natura avventurosa, fantastica o fantascientifica.Il passaggio ai MUD rappresenta l’ingresso, dell’ormai dipendente, nell’area della tossicomania, caratterizzata dalla presenza di collegamenti on-line tanto prolungati da compromettere la vita relazionale, sociale e professionale del soggetto.

Al contrario dei canali IRC, i MUD hanno una loro architettura caratterizzata da stanze, gallerie, porte da aprire, oggetti inanimati su cui si può inciampare o aggirare.I MUD sono di gran lunga l’elemento che produce più dipendenza in Rete e rappresentano lo stadio finale, il più tossico, di un rete-dipendente.

** L’EPI (Eysenk Personality Inventory) è uno strumento che fornisce un indice sintetico delle tre dimensioni principali della personalità secondo la teoria formulata dal suo autore; esse sono: psicoticismo, nevroticismo ed estroversione; in particolare, l’estroversione rappresenta un tratto di integrazione nel sociale 19.