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T. Cantelmi, C. Del Miglio, M. Talli, A. D'andrea - Vol. 6, Marzo 2000, num.1

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Articolo regolare/Regular article

Internet Related Psychopathology: primi dati sperimentali, aspetti clinici e note critiche
Internet-related psychopathology: first experimental data, clinical aspects and critical notes

T. Cantelmi*, C. Del Miglio**, M. Talli**, A. D’Andrea***

* DSM-ASL Roma G, Istituto di Psicologia, Pontificia Università Gregoriana
** Cattedra di Psicologia Generale, Università di Roma "La Sapienza"
*** Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Psicologia Medica, Università di Roma "La Sapienza"

Parole chiave:
Dipendenza • Internet • Comunicazione virtuale • Psicopatologia
Key words:
Addiction • Internet • Virtual comunication • Psychopathology

Introduzione

Benché nata circa 30 anni fa la rete ha avuto la sua esplosione e la sua consacrazione quale nuovo media a diffusione planetaria solo in questo decennio, con la nascita del Web, il sistema di comunicazione ipertestuale ed ipermediale che ha di fatto trasformato Internet da strumento di comunicazione fondamentalmente accademico e militare (e in ogni caso rilegato ad un numero limitato di persone) nel fenomeno di massa (e per taluni di moda) che tanto fa parlare di sé.

In realtà al di là dei facili sensazionalismi massmediologici Internet è, e sempre più lo sarà, uno straordinario e innovativo strumento di comunicazione, destinato ad entrare nella quotidianità di un numero di persone sempre maggiore.

Come per qualsiasi fenomeno di portata planetaria, accanto agli iniziali entusiasmi e clamori sui vantaggi apportati da tale tecnologia, sempre più persone si sono interrogate sui rischi psicopatologici connessi all’uso della rete, avanzando l’ipotesi di un possibile disturbo indotto da Internet: si parla di IAD, ovvero di Internet Addiction Disorder.

Chi ne soffre non frequenta la rete per necessità o per svago, ma risponde ad un impulso irrefrenabile e soprattutto incontenibile di usare Internet per il maggior tempo possibile, con l’inevitabile compromissione della propria sfera socio-lavorativa. La durata interminabile dei collegamenti è infatti una caratteristica immancabile di questa dipendenza, mentre le altre attività e gli altri rapporti passano in secondo piano, fin quasi a scomparire dal panorama quotidiano ed affettivo dell’Internet-dipendente. E naturalmente l’impossibilità di collegarsi provoca un disagio profondo, un senso di privazione e di angoscia che può culminare in vere e proprie crisi d’astinenza.

In questo articolo si riporta in appendice l’esperienza clinica relativa ad un ristretto gruppo di pazienti osservati e trattati in ambulatorio, attraverso la quale si evidenzia come Internet non solo consenta una fuga dalla propria realtà, ma permetta anche una sorta di intensa "eccitazione" con la possibilità di provare nuove e incontrollate emozioni connesse con il superamento di ogni limite personale e spazio-temporale.

Inoltre si riportano i dati relativi alla prima ricerca sperimentale condotta in Italia sui possibili effetti psicopatologici legati alle condotte on-line. Dai risultati emerge un primo profilo di personalità dell’Internet- dipendente, probabilmente rispondente a quanto offerto dalla rete circa la possibilità di veicolare emozioni e impulsi in modo socialmente congruo.

La dimensione virtuale

La maggior parte dei documenti che sono reperibili in rete sono di tipo ipertestuale, intendendo per "ipertesto" un’opera a struttura articolata le cui parti sono consultabili in ordine non sequenziale attraverso collegamenti diretti denominati "link". (rispetto ad un documento lineare, come un comune testo di un libro, l’"ipertesto" ha un potere informativo di gran lunga superiore). Quando lo stesso documento presenta codici multimediali diversi come suoni, immagini, filmati, ecc. si viene a creare un "ipermedia" (il noto world wide web comprende esclusivamente documenti ipermediali), un "luogo nuovo" dove le informazioni fruiscono non sequenzialmente ma contemporaneamente. In questo luogo, pieno di immagini incalzanti, suoni emozionanti, scritte lampeggianti, colori vivaci, e altro ancora, gli eventi si susseguono ad una velocità molto elevata alla quale il fisico e la mente, forse, non sono abituati (1) .L’anarchia ipertestuale che imperversa in rete può favorire una modalità di fruizione a "zapping" estremizzato: l’attenzione dell’utente tende ad essere sospinta verso una catena ininterrotta di brevi sequenze temporali, così che l’occhio non abbia il tempo di posarsi su alcunché se non per quella frazione di tempo necessaria per intuire dove spostarsi di nuovo (2). Un vero e proprio bombardamento sensoriale.

Un’altra caratteristica della comunicazione virtuale è la facilità con cui è possibile realizzare l’anonimato, che spinge alcuni utenti ad assumere identità fittizie, diverse da quella reale e a dare sfogo a ciò che in linguaggio psicoanalitico potrebbe essere definito "comportamento regressivo": disinibizione generalizzata, uso eccessivo di proposizione di natura sessuale e generosità insolita (3). Sono eloquenti e sicuramente provocatorie le parole di Leland: "la rete è … un porto sicuro per una certa fluidità di identità in cui si può giocare con il genere maschile o femminile senza dover dare risposte precise. Al momento siamo tutti bisessuali" (4).

Questo quadro risulta particolarmente evidente se si prendono in considerazione le comunità virtuali dei muders, cioè di coloro che partecipano a quel particolare gioco di ruolo derivato dal Dungeon and Dragons, dove ci si abitua a vivere la vita di un personaggio completamente inventato dai giocatori e i cui comportamenti immaginari dipendono da quelli altrettanto fantasiosi degli altri. Si vengono quindi a costruire, nel gioco, delle identità alternative nei cui panni il giocatore si cala, talvolta confondendole fra loro e mischiandole alla propria identità normale. Si verrebbe così a creare una sostanziale frammentazione del sé dai risvolti preoccupanti.

Secondo la Turkle (5) però la simulazione di altre identità non sarebbe di per sé patologica, e inquadrabile come dissimulazione della propria personalità. "Noi viviamo un’esistenza dove sempre più spesso dobbiamo assumere ruoli diversi. Una donna può essere amante la notte, madre a colazione e avvocato al lavoro. Un uomo può essere manager in ufficio e prendersi cura del bambino a casa. Così, anche senza le reti di computer, le persone sperimentano differenti ruoli e sono obbligate a pensare alla propria identità in termini di molteplicità".

Un altro aspetto interessate del cyberspazio riguarda il superamento dei normali vincoli spazio-temporali imposti dalla realtà: con un "clik" è possibile annullare le enormi distanze geografiche e culturali e dare contemporaneamente all’utente da una parte la sensazione di onnipotenza, anche se virtuale, e dall’altra la possibilità di sviluppare differenti aspetti del sé (6).

Ma quale comunicazione è possibile realizzare con questa tecnologia ed in particolare con i servizi IRC o E-mail (i più usati in rete)?

Nei dialoghi degli utenti dediti all’uso di tali servizi si osserva spesso un tipo di comunicazione molto sintetica e piuttosto incomprensibile a chi non la pratica, piena di abbreviazioni, nomignoli, termini tecnici, acronimi ed emoticons (insiemi di caratteri usati per indicare gli stati emotivi dello scrivente). È una sorta di "dialetto ipertecnologico" così deprivato di risorse espressive da lasciare a figurine piangenti o ridenti (emoticons) il compito di articolare il senso di una comunicazione (2).

Una nuova entità diagnostica

Le valutazioni fatte sui possibili rischi psicopatologici della comunicazione multimediale hanno portato alla identificazione di una nuova entità diagnostica, la IAD (Internet Addiction Disorder), una forma di abuso-dipendenza rispetto ad Internet che, come sostenuto dalla Canadian Medical Association "è reale come l’alcoolismo, provoca come le altre patologie da dipendenza problemi sociali, craving, sintomi astinenziali, isolamento sociale, problemi coniugali e prestazionali, problemi economici e lavorativi".

I soggetti più a rischio per lo sviluppo della IAD sono compresi fra i 15 e i 40 anni, con difficoltà comunicative legate a problemi psicologici, psichiatrici, emarginazione, problemi familiari e relazionali; l’elevato grado di informatizzazione negli ambienti lavorativi, i lavori notturni e isolati, l’isolamento geografico rappresenterebbero altri importanti fattori di rischio per lo sviluppo della dipendenza (7).

In particolare sarebbero maggiormente esposte alla nuova sindrome personalità caratterizzate da tratti ossessivo-compulsivi e/o tendenti al ritiro nelle relazioni sociali e/o con aspetti di inibizione nei rapporti interpersonali (8). Per questi soggetti la IAD può rappresentare un nuovo tipo di "comportamento di evitamento" grazie al quale possono rifugiarsi nella rete per non affrontare le proprie problematiche esistenziali (6).

L’utente all’inizio sente il bisogno di aumentere in tempo trascorso in rete (limite critico per evitare lo sviluppo della sindrome sembrano essere 5-6 ore giornaliere di collegamento); in seguito s’instaura subdolamente la consapevolezza di non poter riuscire a sospendere o quanto meno a ridurre l’uso di Internet.

Quindi il paziente sviluppa delle vere e proprie crisi di astinenza culminanti nel tentativo di sedazione, ritornando al proprio terminale, che provoca però un effetto limitato e poco durevole.

Nell’approfondimento degli studi sulla sindrome si sono identificate due tipologie di retomani:

a) gli IA (Internet Addiction) con pregressa psicopatologia, rappresentati da pazienti con disturbi dell’area affettiva (9) o con tratti ossessivo-compulsivi (8).

b) gli IA senza pregressa psicopatologia, nei quali lo sviluppo della sindrome da Internet Dipendenza dà valore all’ipotesi secondo la quale il rischio psicopatologico dell’uso della rete deriva dalle stesse caratteristiche tecniche della comunicazione telematica, che consentirebbero al soggetto di vivere una condizione di onnipotenza (6).

Dall’analisi off-line di alcuni pazienti con sintomatologia IAD-correlata (10) si sono anche ipotizzati livelli di dipendenza dalla rete sempre maggiori seguendo un percorso virtuale, che porta progressivamente ad una vera e propria rete-dipendenza passando attraverso diverse fasi. Una fase iniziale definita della tossicofilia nella quale è presente un’attenzione ossessiva per la mail-box, periodo lurker (dei "guardoni" caratterizzato da sguardi fugaci a diversi siti), polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la rete. Questa prima fase è caratterizzata da un incremento del tempo di permanenza in rete, malessere off-line, intensa partecipazione a chat e gruppi di discussione, collegamenti in ore notturne con perdita di sonno.

La seconda fase, definibile tossicomanica, correlata a fenomeni psicopatologici è caratterizzata dall’incontro con le MUD e da collegamenti così prolungati da determinare compromissione della vita relazionale, sociale e professionale.

E-mail freccia2.jpg (2489 byte) Lurker freccia2.jpg (2489 byte)

IRC e USENET freccia2.jpg (2489 byte) MUD

(area tossicofilica)

(area tossicomanica)

Internet Related Psychopathology

Quando in rete si parla di Internet Addiction Disorder come di un disturbo specifico connesso all’abuso di Internet, si dimentica la natura complessa e polimorfa di questo media nonché la molteplicità dei bisogni indivituali che la stessa rete può soddisfare. Una tecnologia capace per le proprie caratteristiche tecniche di facilitare o addirittura causare l’emergere di alcuni fenomeni psicologici/psicopatologici non può che riferirsi all’insieme di bisogni e scopi propri dell’utente che trovano in quel tipo di tecnologia una soddisfazione immediata (11). Ne deriva una costellazione di disturbi, da noi compresi nella nuova categoria diagnostica "Internet Related Psychopathology" (IRP), ancora molto lontani dall’essere sistematizzati e definiti. Tra le nuove cyber addiction più importanti e già supportate da una casistica clinica sufficiente (soprattutto statunitense) ricordiamo:

Cybersex Addiction
Il termine cybersex riguarda tutte quelle attività di carattere sessuale svolte in rete mediante l’uso dei servizi e-mail, IRC, canali CUSeeMe, ecc. Per chi è dedito e dipendente da questa attività il sesso migliore è quello che si fa con un partner attraente e compiacente ma senza alcun tipo di coinvolgimento.
Negli Stati Uniti si stima che 1/5 dei soggetti con diagnosi IAD sia dipendente da attività sessuali on-line (12).

Compulsive on-line gambling
Il gioco d’azzardo compulsivo è un disturbo già da tempo riconosciuto e contemplato dal manuale diagnostico dei disturbi mentali (13). La possibilità di accedere da casa a casinò virtuali, oppure a siti per scommettitori, facilita sicuramente lo sviluppo di tale compulsione, che può divenire ancora più grave e deleteria per la vita di relazione ed economica, e interessare fasce di età sempre più giovani. Il bambino che accidentalmente si trovi collegato a questi siti, può liberamente entrarvi dichiarando un’età maggiore di quella effettiva. In alcuni college statunitensi sono stati scoperti molti studenti giocare d’azzardo con le carte di credito dei propri genitori (12).

MUDs Addiction
Le MUDs (Multi-users dungeon o Multi-user dimension) sono giochi di ruolo che utilizzano la rete per dare la possibilità agli utenti di giocare fra loro simultaneamente. Di solito prevedono la creazione di un personaggio, spesso di natura fantastica, con cui il soggetto si identifica e gioca. Il giocatore può decidere le caratteristiche fisiche o mentali del suo alter-ego, i luoghi che visiterà, e altro ancora. Se i giochi di ruolo tradizionali presentano notevoli elementi di depersonalizzazione, le Muds possono essere ancora più "tossiche" perché si avvalgono di una tecnologia che rende meno plausibile ed evidente il contesto ludico facilitando l’identificazione del giocatore con il personaggio (10).

Cyber relationship Addiction
Una parte delle persone affette da IAD provano una forte spinta a stabilire relazioni amicali/affettive mediante e-mail, chat rooms o newsgroup a scapito dei loro rapporti reali familiari e sociali. Spesso la conoscenza che si crea tra le persone che abitualmente si collegano fra loro rimane confinata entro i limiti della rete. Viene per così dire allontanata l’idea di conoscersi realmente per mantenere un immagine (virtuale) di sé e dell’altro soddisfacente o addirittura idealizzata (12).

Information overload Addiction
Questa dipendenza si caratterizza per la ricerca estenuante di informazioni, protratta dall’individuo per gran parte del tempo di collegamento. Le informazioni vengono ricercate attraverso attività come il web surfing (passare da un sito all’altro) e/o indagini senza fine su materiali allocati su banche dati. "Ci sono persone che desiderano accedere immediatamente al massimo aggiornamento possibile sulle informazioni correnti, trovandosi poi intrappolati in un eccesso informativo" (12).

Lo studio "Glued to the Screen: An investigation into information addiction worldwide" basato su un campione di 1000 persone di varia nazionalità (inglese, statunitense, tedesca, ecc.) evidenzia che più del 50% delle persone intervistate ricerca in modo accanito le informazione presenti in rete (12).

L’introduzione del modello ACE (acronimo di Accessibility, Control e Excitement) da parte della Young e del suo "Center for on-line addiction" (12) consente di identificare i principali fattori facilitanti e/o predisponenti l’insorgere di questi disturbi (in realtà l’autrice utilizza tale modello esclusivamente per spiegare i comportamenti ossessivo-compulsivo relativi alla categoria "net compulsion"):

Accessibilità. Prima dell’avvento di Internet, attività come il gioco d’azzardo o lo shopping venivano svolte in luoghi specifici più o meno accessibili dall’individuo. L’introduzione e la diffusione della rete ha consentito di ridurre enormemente i tempi di accesso ai singoli servizi (ora alla portata di un click), così da rendere possibile la gratificazione immediata di ogni più piccolo bisogno.

Controllo. Il controllo personale che l’individuo può esercitare sulle proprie attività on-line è molto alto, spesso maggiore di quello che è possibile esercitare nella vita reale. Ad esempio molti siti finanziari consentono la transazione dei titoli presenti in borsa e il controllo in tempo reale degli andamenti delle singole quotazioni. Non è da sottovalutare nemmeno il controllo che è possibile esercitare sulle reazioni delle persone presenti ad esempio in una chat.

Eccitazione. Navigare in rete può senza dubbio costituire un’esperienza emozionante per l’enorme quantità di stimoli a cui è possibile sottoporsi. La comunicazione multimediale si caratterizza sostanzialmente per la presenza di colori vivaci, immagini sorprendenti e suoni emozionanti (10,14).Quello che è possibile fare in rete, grazie anche alla possibilità di mantenere l’anonimato, non sempre risulta possibile nella vita reale. Si pensi ad esempio al fenomeno del cyber travestitismo.

Una ricerca esplorativa

Materiali e metodo

A fronte di sempre più riscontri clinici, nei primi mesi del 1999 si è avviato uno studio sperimentale volto ad indagare le principali caratteristiche di personalità del potenziale Internet dipendente.

La ricerca, ancora in corso, si propone di rispondere a tre quesiti fondamentali:

1) Vi è una relazione tra numero di ore spese in rete e il progressivo instaurarsi della dipendenza da Internet?

2) I soggetti valutati come non-dipendenti differiscono per tratti di personalità dai soggetti valutati come dipendenti?

3) Quest’ultimi presentano al profilo di personalità maggiori rilievi clinici?

Per la realizzazione della ricerca si è fatto ricorso ad una metodologia di indagine "off-line", sottoponendo il campione ai questionari di personalità MMPI-2 (15) (Minesota Multiphasic Personality Inventory) e BFQ (16) (Big Five Questionnaire) ed al questionario di dipendenza da Internet (Internet Addiction Test). L’internet Addiction Test (17) riguarda l’identificazione di coloro che fanno di Internet un uso prolungato (anche 40/50 ore a settimana) sino a trascurare gli affetti familiari, il lavoro, lo studio, le relazioni sociali, e la propria persona (notti insonni, ansia, agitazione psicomotoria, depressione legata fatto di essere off-line, sogni e fantasie riguardanti Internet). Si compone di 20 items per ognuno dei quali sono previste 5 modalità di risposta secondo quanto prevede la seguente scala Likert: 1) rare volte; 2) occasionalmente; 3) piuttosto spesso; 4) spesso; 5) sempre.

L’Internet Addiction Test prevede una scala generale attraverso la quale il soggetto può valutare il suo livello di dipendenza; in base alla somma dei punteggi di tutte le risposte si avrà il punteggio finale:

da 20 a 49: massimo controllo dell’uso di Internet;

da 50 a 79: si evidenziano i primi problemi di dipendenza relativi all’impatto che l’uso della rete ha sulla vita del soggetto;

da 80 a 100: la rete causa importanti problemi di dipendenza.

Si considerano non addicted esclusivamente i soggetti che presentano un punteggio inferiore a 50.

Agli utenti contattati veniva inoltre chiesto di compilare una sezione specifica relativa alle modalità di uso della rete (tempi di collegamento, data di inizio dell’abbonamento, servizi utilizzati, ecc.).

Il campione sperimentale comprende 80 utenti della rete, diversificati per sesso, età, titolo di studio, stato civile, residenza e occupazione. In fase di raccolta si sono esclusi i soggetti che frequentavano studi psichiatrici o psicologici, che utilizzavano Internet da meno di 6 mesi o esclusivamente per motivi di lavoro.

Si è proceduto a costituire due gruppi sulla base del livello di dipendenza conseguito dai soggetti.

– Non addicted, soggetti che hanno un assoluto controllo del mezzo interattivo e che rappresentano la maggioranza del campione (punteggio di dipendenza inferiore a 49 al test IAT).

Addicted, soggetti che manifestano problemi relativi all’uso di Internet (punteggio di dipendenza uguale o superiore a 50 al test IAT).

Analisi e discussione dei risultati ottenuti

Riguardo alla composizione del campione si osserva una marcata prevalenza di soggetti di sesso maschile (71,25%) rispetto a quelli di sesso femminile (28,75%), elemento che riflette la prevalenza degli uomini nella frequentazione della rete.

Indicativi sono anche i risultati riguardanti l’età degli utenti: il 70% è compreso nella fascia di età che va da 19 a 27 anni, con una media di 23 anni. Questo dato riflette l’andamento della popolazione generale, infatti sono soprattutto i giovani a navigare maggiormente su Internet. Il restante 30% circa è costituito da soggetti di età compresa tra i 28 e i 55 anni.

Tra gli amanti del cyberspazio esaminati, si rileva inoltre la prevalenza dei soggetti celibi/nubili (88,75%) con grado di scolarità medio-alto (diplomati 70%; laureati 30%).

La maggior parte dei soggetti usa principalmente la rete per comunicare con altre persone o per raccogliere informazioni, preferendo a servizi come MUD e FTP servizi ben più conosciuti e accessibili come E-mail e Chat. Quest’ultima, come si può vedere dalla Tabella II, sembra coinvolgere maggiormente i soggetti classificati come addicted, confermando quanto già emerso da studi precedenti (10,18) circa l’incidenza di tale servizio nell’istaurarsi della forma di dipendenza. Anche le Mud, annoverate tra i servizi di rete più "tossici", benché in assoluto poco utilizzate, vengono preferenzialmente scelte dai soggetti addicted.

Per quanto riguarda il primo quesito, ovvero se il tempo trascorso in rete possa costituire una misura più o meno attendibile del livello di dipendenza raggiunto dal soggetto, si è proceduto all’elaborazione della matrice di intercorrelazione tra le variabili. È possibile rilevare (Tab. III) una elevata correlazione positiva tra numero di ore e livello di dipendenza, cosicché all’aumentare del tempo trascorso in rete aumenta anche il rischio di divenire dipendente. Ma quanto dipendente? In realtà nessuno dei soggetti esaminati ha raggiunto l’ultimo livello di dipendenza previsto dall’IAT (80-100), quello più "tossico" e deleterio per la vita di relazione, economica e professionale. Solo 14 soggetti hanno conseguito un punteggio collocabile nel secondo livello di dipendenza (50-79), per il manifestarsi di alcuni disagi connessi all’uso estensivo della rete. Si può pensare che il semplice parametro "tempo di collegamento" non sia sufficiente a comprendere appieno il fenomeno IAD nella sua complessità e problematicità. Alcuni utenti del nostro campione pur raggiungendo le 40 ore settimanali (più di 5 ore al giorno) non presentano significativi sintomi di disagio, segno che nell’insorgere di una vera e propria dipendenza concorrano altre variabili, come ovviamente le caratteristiche di personalità dell’utente.

Nondimeno anche il tempo complessivo di uso della rete sembra avere la sua importanza: coloro che da più tempo usano la rete, tendono a manifestare maggiori problemi di dipendenza. Come per qualsiasi altra forma di abuso, ad esempio il fumo, il disagio astinenziale connesso alla mancata assunzione della sostanza può sensibilmente aumentare con il trascorrere dell’esposizioni.

Nella medesima Tabella è possibile osservare alcuni coefficienti di correlazione significativi che interessano la variabile in oggetto e le scale di personalità.

Riguardo alle scale di validità F (frequenza) e K (correzione) si constata come all’aumentare del livello di dipendenza aumenti il numero complessivo di problemi esperiti dall’utente e le sue difficoltà ad attivare difese adeguate alle circostanze e all’esigenze ambientali.

Le scale Pd (deviazione psicopatica), D (depressione), S (stabilità emotiva) e Ce (controllo delle emozioni) valutano sostanzialmente il grado di controllo che il soggetto esercita sulla propria sfera emotivo-pulsionale, così che al suo diminuire si manifestino episodi d’impulsività, irritabilità, impazienza e depressione. Dalle correlazioni si evince come il livello di dipendenza aumenti con l’incidenza di tali tratti di personalità: quanto più il soggetto è impulsivo, irritabile, impaziente e depresso quanto più sarà alta la propensione a stabilire con la rete un legame di dipendenza.

Ma perché la rete sembra coinvolgere maggiormente queste persone?

Grazie alla possibilità di mantenere l’anonimato, la rete può promuovere un sostanziale abbassamento delle difese inibitorie così da facilitare notevolmente l’espressione pulsionale (3) .Chi è più soggetto di altri a perdere il controllo della propria "istintualità", può scegliere Internet come una sorta di valvola di sfogo attraverso cui canalizzare le proprie pulsioni in modo socialmente congruo.

Il cyberspazio inoltre può rappresentare un serbatoio enorme di emozioni, a cui attingere nei momenti di particolare noia e monotonia: un forte richiamo per chi è più soggetto di altri a sperimentare tali stati.

Nella Tabella è possibile osservare un ultima correlazione, quella tra il livello di dipendenza e la scala Sc (schizofrenia). Tale scala riguarda un’ampia varietà di sintomi, come sensazioni d’irrealtà, ritiro sociale, convinzioni devianti, esperienze insolite, percezioni particolari e altro ancora. Anche in questo caso si osserva l’incremento sintomatologico in corrispondenza dell’incremento del disagio astinenziale indotto dalla rete. I fenomeni dissociativi possono trovare nella rete, e in particolare nei servizi come chat e Mud, una condizione facilitante, per la possibilità offerta all’utente di assumere identità fittizie diverse da quella reale.

Chiaramente questi risultati possono essere letti in modo diametralmente opposto, ovvero nel senso di una causalità diretta tra la rete e l’individuo: in questa ottica sarebbero le stesse caratteristiche tecnologiche della comunicazione telematica a generare nell’individuo la dipendenza dal media e a determinare l’insorgenza di stati psicologici abnormi.

Per quanto riguarda il secondo quesito abbiamo confrontato il gruppo dei non-addicted con quello degli addicted relativamente ai punteggi medi ottenuti dai soggetti nei due questionari di personalità, MMPI-2 e BFQ. Il confronto interessa solo quei soggetti (28 unità) che si collocano agli estremi della distribuzione normale dei punteggi di dipendenza. Lavorando sui soggetti che si situano nelle "code" dei punteggi di dipendenza (bassi e alti) si delineano con maggiore chiarezza i profili di personalità degli addicted e dei non-addicted, evidenziati dai confronti significativi (o quasi significativi) tra le medie delle diverse scale (Tab. III). Emergono delle differenze significative in ordine alle variabili K (correzione), Pd (deviazione psicopatica), S (stabilità emotiva) tempo in ore e tempo in mesi, nonché due tendenze alla significatività per le scale Do, dominanza, (p = 0,07) e Ce, controllo delle emozioni (p = 0,06). Gli addicted riportano quindi punteggi alti nella deviazione psicopatica, e punteggi più bassi nella stabilità emotiva, nella dominanza e nel controllo delle emozioni; i punteggi più alti nella scala F e più bassi nella scala K mettono in evidenza, quanto già detto dalle correlazioni sul gruppo in toto, cioè il maggior numero di problemi vissuti dai soggetti più dipendenti.

Si rileva infine, come era in parte prevedibile, una differenza significativa tra i due gruppi relativamente al numero di ore spese in rete e al tempo complessivo di utilizzo.

Ma quali rilievi clinici è possibile constatare negli utenti e soprattutto negli Addicted che hanno partecipato alla nostra ricerca? Per rispondere a quest’ultimo quesito occorre riferire i punteggi medi conseguiti dai soggetti al questionario MMPI (l’unico dei tre ad essere propriamente clinico) al limite critico normativo previsto dallo stesso strumento (T = 65). Il diagramma ben illustra l’andamento dei due campioni in ordine alle 10 scale cliniche. Come si può osservare nessuno dei due campioni riporta punteggi medi prossimi al limite normativo (la linea orizzontale superiore), indicando che nel complesso i campioni non presentano condizioni sintomatologiche rilevanti. Comunque il profilo di personalità degli Addicted risulta piuttosto particolare, si eleva, ed in misura maggiore di quanto non lo faccia quello dei comuni utenti, in corrispondenza soprattutto della scala "Pd": a tale grado di elevazione corrispondono le già citate caratteristiche di personalità.

Conclusioni e note critiche

Nonostante le osservazioni riportate in questo lavoro, ancora molto resta da chiarire sul fenomeno IRP.

Innanzitutto è possibile parlare di una nuova forma dipendenza senza che vi sia il concorso di una sostanza fisica che ne possa giustificare l’esistenza, come peraltro prevede il DSM-IV (15), il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali?

Per la Young (18) la sindrome da Internet-dipendenza va classificata tra le dipendenze cosiddette comportamentali, come il gioco d’azzardo o la bulimia. Non una tossicodipendenza, dunque, ma non per questo meno pericolosa.

Diverso è il punto di vista di Caretti (19) che invece tende a collocarla all’interno della categoria diagnostica "Trance Dissociativa da Videoterminale": la dipendenza patologica dal computer sarebbe solo la prima fase di un disturbo più grave caratterizzato da alterazione dello stato di coscienza, depersonalizzazione e perdita del senso abituale dell’identità personale.

E quale rapporto esiste tra uso, seppur smodato, della rete e produzione sintomatica?

Gli studi fino ad ora condotti, compreso quello sperimentale riportato precedentemente, non sono in grado di mettere in relazione di causa effetto la presenza di sintomi con l’uso della rete. Si può però rilevare come certe caratteristiche di personalità contribuiscano a determinare una condizione di vulnerabilità e di elevata ricezione di elementi digitali nocivi. Presumibilmente Internet ha un potenziale psicopatologico, ma solo in corrispondenza di una predisposizione individuale.

Profilo di personalità dei soggetti Non Addicted e Addicted relativamente alle scale MMPI.
Mean MMPI profiles of addicted (black line) and non-addicted (grey line) subjects.

can_fig1.jpg (12691 byte)

E cosa dire del possibile trattamento di questo nuovo disturbo?

Accanto ai sempre più numerosi gruppi di auto-aiuto per Internet dipendenti, concepiti sulla falsa riga dei gruppi di auto aiuto per alcolisti o per giocatori d’azzardo, cominciano a diffondersi a macchia d’olio le cosidette cyberterapie, psicoterapie on-line prive di un rapporto "face to face" tra terapeuta e paziente. Se da una parte si possono cogliere in tale innovazione alcuni vantaggi (la possibilità del paziente di preservare la propria identità, l’abbassamento delle difese conseguenti l’anonimato, il superamento delle barriere geografiche, ecc), ci si domanda se sia possibile instaurare un rapporto psicoterapeutico proficuo attraverso un setting virtuale, nel quale, per esempio vengono a mancare le informazioni provenienti dal "linguaggio non verbale". Inoltre, riferendoci in modo specifico alla IAD, può sembrare paradossale la proposta di alcuni di trattare on line fenomeni di dipendenza on line (14,20).

Molti gli interrogativi che rimangono aperti, dunque, e che non possiamo ancora per molto ignorare, se è vero che i fenomeni psicopatologici Internet correlati si diffonderanno sempre più, anche in considerazione dell’inarrestabile espansione della rete.

Appendice: osservazioni cliniche

Dal 1996 ad ora, ci è stato possibile esaminare 6 pazienti rete-dipendenti (4 maschi e 2 femmine), giovani-adulti di livello culturale medio-alto solo in due dei quali era evidente già dalle prime sedute un disturbo mentale di base sul quale si instaurava la sintomatologia.

Di questi due pazienti, uno presentava un disturbo depressivo, l’altro bipolare.

Il primo (A), un uomo di 31 aa, che aveva iniziato l’uso di Internet per motivi professionali, nella fase di massimo abuso arrivava fino a 50 ore di collegamento settimanali, lamentando apatia e anedonia off-line con conseguente bisogno di incrementare il tempo trascorso in rete.

Il secondo (B), di anni 33, presentava un disturbo bipolare, si era avvicinato ad Internet per motivi ludici ed era arrivato a 70 ore di collegamento settimanali presentando nella fase di massimo abuso uno stato di eccitamento maniacale. entrambi riferivano una compromissione della vita di relazione.

Gli ultimi quattro pazienti (2M e 2F), apparentemente non presentavano una sintomatologia psichiatrica manifesta di base.

C, un ragazzo di 27 aa, si era interessato ad Internet per motivi professionali, arrivando nella fase di massimo abuso a trascorrere circa 50 ore settimanali in rete e manifestando ansia ed irrequietezza off-line, scarso interesse per le relazioni interpersonali e diminuito rendimento professionale; l’esame psicodiagnostico al quale è stato sottoposto ha evidenziato un disturbo schizoide di personalità.

D, una donna di 30 aa, trascorreva molto tempo in Internet (fino a 50 ore settimanali) per intrattenere relazioni amicali e sentimentali usando a questo scopo le IRC, riferiva la sua difficoltà di stabilirne di durature al di fuori della rete; all’esame psicodiagnostico si è evidenziato un disturbo istrionico di personalità.

E, una trentenne laureata, inizia l’uso di Internet circa 5 anni fa per motivi legati alla sua professione.

Circa 3 anni fa, E viene a sapere di soffrire di una importante patologia non altrimenti specificata, della quale la madre già è affetta in uno stadio avanzato.

Inizia quindi un uso compulsivo della rete, caratterizzato da sguardi fugaci da un sito all’altro (fase lurker) e dall’iperutilizzo della e-mail finalizzato, secondo quanto riportato da E, all’acquisizione di quante più informazioni possibili sulla patologia incombente sulla sua famiglia, nel tentativo di trovare una possibile correlazione, supportata da una ipotesi genetica, tra la malattia retinica ed un episodio delirante presentato dalla sorella maggiore della paziente anni prima.

Dopo 3 anni di uso compulsivo della rete, E entra nella fase acuta di abuso con una permanenza on-line quasi ininterrotta di 3-4 giorni accompagnata da un episodio di disorientamento temporo-spaziale, confusione, disturbi formali e del contenuto del pensiero.

Durante un colloquio con un familiare della paziente, si apprende che durante l’episodio acuto E sosteneva di aver trovato la spiegazione e la soluzione alla sua ricerca.

La gravità del quadro clinico ha richiesto il ricovero della paziente portando alla remissione della sintomatologia dopo trattamento con neurolettici.

Permane tuttora un uso compulsivo della E-mail giustificato dalla paziente per il piacere e il desiderio di comunicare con persone "interessanti" e "stimolanti" e che ha portato E ad un secondo episodio acuto con agitazione dopo un’intera notte di collegamneto on-line.

L’esame psicodiagnostico di questa paziente ha evidenziato un Disturbo di personalità n.a.s. con tratti di tipo ossessivo-compulsivo.

Attualmente E ha ripreso la sua normale attività lavorativa.

Ci sembra interessante sottolineare che dopo una approfondita ricerca anamnestica si è ipotizzato che la madre della paziente possa presentare un Disturbo depressivo n.a.s.: questo potrebbe avvalorare l’ipotesi che la sintomatologia d’abuso di Internet si instauri più facilmente in pazienti "vulnerabili" allo sviluppo di disturbi psicopatologici, specie dell’area affettiva (Cantelmi T. e D’Andrea A, 1998) o di tipo ossessivo-compulsivo (Aguglia E. e Coll., 1996).

F è un uomo di 49 anni, coniugato con una donna coetanea, è responsabile di una società informatica.

Inizia l’uso di Internet nel Gennaio dello scorso anno per motivi professionali, andando verso un progressivo incremento del tempo trascorso in collegamento.

Dopo circa 4 mesi dall’inizio dell’uso della rete, F conosce una donna americana con la quale inizia ad avere una corrispondenza via E-mail progressivamente sempre più intensa e frequente, che si trasforma ben presto in una relazione sentimentale e sessuale di tipo virtuale, che lo impegna dalla mattina alla sera non permettendogli più di interessarsi del suo lavoro.

La donna conosciuta via Internet, inizialmente interessata solo ad un rapporto "epistolare" con F, in seguito inizia a fargli richieste di denaro per sé e per i suoi figli che portano F in breve tempo ad avere debiti di una consistenza tale da rendere necessaria la vendita di immobili appartenenti alla madre dello stesso.

In relazione al rapporto ed alla richiesta di denaro, durante un incontro, si evidenzia una notevole preoccupazione della moglie di F, anche rispetto ad un presunto "plagio" del marito da parte della donna statunitense.

Dopo circa un anno di relazione via Internet, F conosce personalmente la donna, che mantiene economicamente anche assieme ai figli, per tutto il periodo della sua permanenza in Italia durato circa 1 mese.

Già prima che iniziasse l’uso di Internet, F da tempo non aveva rapporti sessuali con la moglie, con la quale permane una relazione solo di tipo affettivo. Attualmente F trascorre l’intera giornata in un appartamento diverso da quello con il quale vive con la moglie, dove passa circa 6 ore al giorno collegato alla rete, tornando a casa solo a sera inoltrata. Da qualche mese ha ripreso, anche se solo in parte, la sua attività lavorativa.

I due casi clinici che di seguito vengono riportati non sono stati osservati direttamente da noi, ma ci sono stati segnalati.

G ha 34 anni, è assistente sociale ed ha iniziato l’uso di Internet circa 3 anni fa per motivi ludici.

Secondo quanto riferito, l’uso della rete da parte di G, inizialmente saltuario e con modalità ludica, con il tempo è diventato la causa della separazione legale dal marito.

F ed il marito (di anni 35, svolge un lavoro precario) si sposarono nel 1990 ed ebbero la primo figlio nello stesso anno.

Dopo alcuni anni di matrimonio, durante i quali l’entusiasmo iniziale si era andato sostituendo con una "routine familiare", il marito inizia a notare dei cambiamenti nel comportamento di G, caratterizzati da uno scarso interessamento per la gestione della casa e per l’accudimento del figlio ed un eccessivo interesse per la visione di films in TV, attraverso i quali G si identificava nei protagonisti di entusiasmanti storie d’amore.

Nel 1996, quando nacque la prima figlia, G si avvicina al computer e ad Internet, attraverso cui conosce molte persone, molto più giovani di lei, con le quali inizia un’intensa corrispondenza via E-mail.

Progressivamente il tempo di permanenza di G in Internet aumenta ed iniziano anche episodi di richiesta insistente di accesso alla rete "per poter parlare con i suoi amici", fino addirittura a crisi di pianto ed agitazione quando ciò non è possibile.

G in seguito inizia ad intrattenere relazioni amicali via Internet, utilizzando a questo scopo le IRC, attraverso le quali comunica il suo scontento per la vita familiare a persone mai conosciute, dalle quali riceve risposte che offrono amicizia e consolazione.

Sempre attraverso le IRC, G conosce un personaggio che si fa chiamare con un nick-name con il quale inizia una relazione sentimentale, inizialmente solo on-line, (trascorrendo ogni sera molte ore in collegamento) in seguito anche telefonica, (si sentono telefonicamente ogni sera e durante la telefonata G inizia ad indossare biancheria intima speditale da lui tramite posta. A questo fa seguito in breve tempo un progressivo ulteriore disinteressamento di G per le normali attività della vita familiare e coniugale che ha portato nell’Aprile ultimo scorso alla definitiva separazione legale dal marito.

Tab.I.
 

Sesso

Età

Stato civile

Titolo di studio

Diagnosi clinica

A

M

31

Celibe

Laurea

Depressione

B

M

33

Celibe

Diploma

Disturbo bipolare

C

M

27

Celibe

Laurea

Disturbo schizoide di personalità

D

F

30

Nubile

Diploma

Disturbo istrionico di personalità

E

F

30

Nubile

Laurea

Disturbo di personalità n.a.s.

F

M

49

Coniugato

Diploma

Problema relazionale tra partner

G

F

34

Coniugata

Diploma

Problema relazionale tra partner*

H

F

30

Coniugata

Laurea

Problema relazionale tra partner*

 (*): caso segnalato

 

Tab. II.

 

Motivazione iniziale

Durata Dipendenza

Ore di abuso settimanali Forma di dipendenza

A

Professionale

> 1 anno

50

Information over/Cyber relat.

B

Ludica

3/4 mesi

70

Muds addiction

C

Professionale

10 mesi

50

Information over/Cyber relat.

D

Relazionale

> 1 anno

50

Cyber relation addiction

E

Professionale

> 2 anni

70

Information over/Cyber relat.

F

Professionale

> 1 anno

50

Cyber relation addiction

G

Ludica

> 2 anni

50

Cyber relation addiction*

H

Ludica

5/6 mesi

50

Cyber relation addiction

(*): caso segnalato

H è una donna di 30 anni. È iscritta all’università anche se da due anni non sostiene esami. Coniugata con un uomo di 35 anni dipendente pubblico. Ha un figlio di 4 anni. Nell’anamnesi familiare emerge la presenza di un padre descritto come "distaccato" dalla famiglia in quanto spesso lontano da casa per lavoro; descrizione della madre lascia trasparire la presenza di un disturbo istrionico di personalità, di tratti anancastici, e di una storia duratura di abuso di alcoolici e superalcoolici. Ha una sorella più grande con la quale dice di avere sempre avuto un rapporto conflittuale.

H giunge alla prima osservazione alla fine del 1998 sostenere di sentirsi astenica, apatica, ansiosa, depressa e riferisce insonnia da circa un mese. Dall’anamnesi personologica spiccano tratti anancastici (eccessiva attenzione nelle faccende domestiche, ricerca quasi ossessiva del pulito e dell’ordine ecc.). Tali elementi vengono riferiti come "fastidiosi", tanto che più volte, a causa di questi H ha dovuto rimandare impegni anche di una certa importanza. Il rapporto coniugale viene descritto come "ideale" sino ai due mesi precedenti. All’epoca del primo incontro con lo psichiatra di riferimento H diceva di sentirsi "trascurata", di non riuscire più ad avere rapporti sessuali con il coniuge, di "non riuscire più a provare sentimenti per lui … come se fosse tutto cristallizzato".

All’incontro successivo viene convocato anche il marito il quale mette l’attuale sintomatologia di H in relazione temporale con un aumento dell’utilizzo del computer (specie nelle ore notturne) iniziato da parte di quest’ultima. H non nega, anche se tende a minimizzare "… in fondo lui va a dormire presto … io non so che fare … così mi collego ad Internet e vado sulle chat …". Si riesce poi a sapere da H che l’utilizzo delle chat è pressoché quotidiano e viene quantificato, negli ultimi tempi, in una media di 5-6 ore per notte con punte di otto ore. H dice di non riuscire più a farne a meno e che le rare volte in cui non può collegarsi è pervasa dal dubbio di sapere cosa accade in sua assenza "sul canale". Durante il giorno non riesce più a fronteggiare i compiti quotidiani, anche perché a causa anche della scarsa presenza del marito non può concedersi il recupero del sonno perduto.

Da circa 6 mesi ha conosciuto in "chat" un uomo che, a suo dire, la coprirebbe di tutte le attenzioni che non le vengono fornite dal marito. Dice di sentirsi "innamorata virtualmente" anche se non vuole assolutamente conoscere il suo interlocutore di persona. Dopo circa tre mesi di rapporti in chat e, successivamente, anche telefonici, H riesce a riferire al marito la sua "relazione virtuale" con la conseguenza di scatenare nel coniuge una intensa reazione di gelosia tanto da arrivare a chiedere la separazione.

Attualmente H sta effettuando una psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale ed è in trattamento farmacologico con ansiolitici e antidepressivi con buoni risultati.