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A. BALLERINI - Vol. 9, June 2003, Issue 2

Testo Bibliografia Summary Indice

Articolo speciale/Special article

Evento, situazione, reazione all’avvenimento, psicopatologia fenomenologica
Event, life situation, reaction to the event, phenomenological psychopatology

A. BALLERINI

Scuola di Psichiatria, Università di Firenze


Key words: Event • Life situation • Reaction to the event • Phenomenological psychopatology

Correspondence: Dr. Arnaldo Ballerini, via Venezia 14, 50121 Firenze, Italy - Tel. +39 55 577721/9500021

Introduzione

Il titolo, "evento o situazione di vita?", solo per eleganza retorica termina con un punto interrogativo che pare alludere ad una dicotomia. In realtà, l’evento percepito, l’accadere nel mondo esterno, continua a brillare nella situazione, continua ad esserne parte, e soltanto la radicalizzazione dell’evento come causa lineare e in sé sufficiente ad indurre modificazioni psichiche, ci porta alla fine in quel vicolo cieco ed assai breve, che la tradizione psicopatologica chiama "reazioni all’avvenimento". E ciò ci estranea dalla possibilità di illuminare condizioni psicopatologiche assai più impegnative, relegate così nell’ambito di una "incomprensibilità" senza scampo, incomprensibilità formale e genetica che taglia ogni rapporto con gli eventi del mondo ed il vissuto soggettivo di essi. È anche vero che gli eventi comportano – come in generale i fatti – una possibilità oggettiva di verificazione, di accertamento o di controllo, di sistemazione in liste elaborabili statisticamente; anche se i fatti, e la loro verità, sono subordinati alla lettura che ne viene data: da Claude Bernard che scriveva (Introdution à l’étude de la médicine expérimental): "Un fatto non è niente di per se stesso, vale soltanto per l’idea che gli si connette …", alla sottolineatura della parte che la teoria ha nella costruzione e scelta degli stessi fatti scientifici. Tuttavia, ripeto, gli eventi della vita si prestano ad essere catalogati e quantificati abbastanza semplicemente, verso uno sforzo di oggettivazione, che sembra essere la via regia e l’ambizione di buona parte della psichiatria del presente. Sappiamo che questo non è il modo di procedere della antropo-fenomenologia psichiatrica, ma prima ancora sarebbe stata sufficiente la lezione di E. Kretschmer (1) sugli "eventi-chiave" a togliere l’avvenimento dal suo meccanico anonimato. Credo che, dal punto di vista di una psicopatologia tesa verso quel promettente percorso conoscitivo che K. Jaspers (2) indicava come "comprendere genetico", convenga tener assieme, ma distinti ed in tensione dialettica fra loro, i due concetti di "evento" e di "situazione". Intanto il termine di "evento" è tipico della fisica ed è uno strumento euristico in essa fondamentale, indicando qualsiasi cosa o accadimento puntiforme, definibile attraverso le coordinate spaziali e temporali. Il termine "situazione", invece, nella psicologia fenomenologica, e non solo, ma anche nel linguaggio comune, indica il mutevole complesso dei rapporti nei quali l’uomo viene a trovarsi, ad essere situato: in relazione agli altri, alle condizioni ambientali e a se stesso. In questa accezione la situazione è qualcosa di costitutivo della presenza, nelle sue innumeri declinazioni. È una tranche di quel fluente rapporto Io-Mondo che è l’esistenza, ove la separazione fra i due termini – Io e Mondo – è in fondo un après-coup della ragione. Essere in situazione è identico a essere una esistenza umana, ad esistere (F.J.J. Buytendijk). Illuminare il "chi è", il "come è" ed il "mondo in cui è" (cioè si progetta) una persona vuol dire, precisava D. Cargnello (3), illuminare tre "termini" e non tre "elementi" di quella totalità che è la presenza, nel suo originario progettarsi mondano, nel suo originario "esser-fuori", ex-sistere: essere cioè sempre in una situazione.

Considerazioni

Gli eventi – dai più apparentemente banali ai più drammatici – nel loro rapporto con i disturbi psichici, l’idea dell’"avvenimento-causa", il concetto di trauma inerente ad eventi etc., sono tutti temi oggetto di interpretazioni via via diverse che hanno scandito la storia delle idee in psichiatria fin dagli esordi. Ai poli estremi si pongono da un lato l’immagine dell’evento concepito come un impersonale proiettile che colpisce dall’esterno il soggetto, dall’altro lato l’evento come momento rivelatorio dei modi di essere del soggetto, per cui – per così dire – gli eventi ci aspettavano dietro l’angolo della nostra struttura psichica, ed è essa che dissemina la nostra vita di fatti selezionati per diventare eventi significativi.

Un punto di vista della psicopatologia è stato ed è quello di valutare la specificità degli accadimenti della vita in base al livello di risonanza interna che suscitano in modi e misura diversi, in persone diverse. In una prospettiva storica, per la quale potremmo rifarci agli studi di G. Swain (4) si può osservare che si è passati lungo le trasformazioni della rappresentazione dell’incontro con l’avvenimento, da un evento che assoggetta dal di fuori, a un evento che rivela dal di dentro.

"Alcune persone – scriveva Ph. Pinel nel Traité médico-philosophique sur l’aliénation mentale – dotate di una sensibilità estrema possono ricevere una commozione così profonda da una emozione vivace e brusca che tutte le funzioni … ne sono come sospese o obliterate …", e riporta l’osservazione famosa dell’artigliere della seconda Repubblica. Ma basta arrivare a Charcot e alle sue Lezioni sul trauma psichico, per vedere mutata la concezione di Pinel, che era in fondo così vicina alla trama dei romanzi dell’Ottocento, mirabilmente in Balzac, per veder sottolineata la constatazione che "L’importante non è l’avvenimento nel quale il soggetto è preso, ma quello che egli ne fa …" (G. Swain).

E. Minkowski (5) osserva che nonostante tutto quello che la trama dei romanzi come sequenze di avvenimenti può insegnarci sulla vita, la vita è cosa troppo seria per essere ricondotta al romanzo.

L’accadimento, trauma e causa di disturbi psichici, finisce per risiedere non nell’evento in sé, ma nella "reazione" del soggetto. L’evento traumatico è allora quello che esorbita dalle capacità di assimilazione e di controllo della persona e perciò richiede a questa una interpretazione e risposta al di fuori della sua coscienza e volontà. Da un altro punto di vista un accadimento è un "evento" quando assume importanza sul piano dell’identità personale. Se c’è un evento, è perché – nota G. Charbonneau (6) – qualcosa di fondamentale è stato in gioco: la continuità costitutiva del mio essere. La nozione di "evento traumatico" è di questo ordine ed implica dunque la problematica della identità.

La grande idea nuova, in fondo, della psichiatria in questo secolo è la necessità di una comprensione individualizzata, storica, esistenziale dell’accadimento. Attraverso una concezione strutturale dei disturbi psichici, l’avvenimento assume appunto il profilo di elemento rivelatore, in maniera simile a ciò che avviene quando introducendo un cristallo in una soluzione ipersatura si fa precipitare l’intera soluzione.

E la clinica ci mostra esempi di questo percorso patogenetico: anni fa abbiamo studiato (7) una serie di pazienti che erano per la prima volta entrati in una depressione maggiore, melanconica, in senilità, dopo una malattia organica non grave né con sequele debilitanti, delineando come queste persone avessero mostrato lungo tutta la loro vita un particolare tipo di investimento del vissuto del corpo, della corporeità co-costituente la ipseità, per cui l’evento malattia organica poteva perentoriamente mettere in crisi gli ordinamenti di quelle presenze.

D’altronde la concezione di evento che diviene patogeno se eccede la capacità di assimilazione del soggetto, ha una lunga scia in psicopatologia, collegandosi alla tesi di fondo del rapporto fra persona ed avvenimento disturbante, interno o esterno che sia, alla tesi binswangeriana della "proporzione o sproporzione" antropologica, per cui la patologia nasce nella sproporzione, come per il costruttore del dramma di Ibsen, citato da L. Binswanger, che "costruiva più in alto di quanto egli potesse salire".

H. Muller-Suur in un saggio intitolato "La schizofrenia come avvenimento", ricorda come non raramente nell’esordio psicotico un evento, banale per lo più, induca un vissuto che diviene fondatore, che divide la biografia del soggetto in un prima e un dopo; riferendosi a queste osservazioni W. Blankenburg (8) interpreta la figura della Percezione Delirante, il classico sintomo di I rango, come una sproporzione fra la "impressionabilità" nei confronti dell’evento percepito e la capacità di "elaborazione" del soggetto: su questa strada quel che diviene decisiva è l’esperienza di Sé nell’esperire l’avvenimento.

Per il pensiero fenomenologico mi sembra che un accadere divenga evento-significativo quando spiazza la persona dalla sua abituale aproblematica realtà: quando cioè derealizza il soggetto. Nella "nevrosi post-traumatica" è come se l’evento restasse inassimilabile dalla persona e non potesse essere semplicemente trasposto in una "narrazione" che ricostituisca la persona come soggetto.

La tradizione psicopatologica porta il merito, il peso e la responsabilità di aver separato in maniera netta il concetto di "reazione all’avvenimento" dal concetto di "processo psichico", affidandone metodologicamente la differenza allo strumento del comprendere. Ma comprendere cosa? In questo ambito l’unica declinazione della comprensibilità sarebbe la sicurezza che senza l’evento non ci sarebbe quella reazione, perché la congruità comprensibile rispetto al tema della reazione è assai aleatoria. K. Schneider (9) nella sua analisi delle reazioni abnormi agli avvenimenti scrive preliminarmente che una reazione ad un evento è la risposta ad esso "sensatamente motivata e affettivamente adeguata" ed abnormi sono quelle reazioni che si discostano per intensità, inadeguatezza dell’evento motivante e durata, dalla media normale. Tuttavia per l’A. il concetto di evento è fortemente rivolto alla soggettività che lo esperisce, quando egli ad esempio scrive: "L’inconsolabile dispiacere per un francobollo perduto o per una pianta calpestata in un giardino sono più facilmente considerati come normali dal collezionista e dal giardiniere che non da altri". K. Schneider introduce, mi sembra rimettendo in discussione il valore totalizzante dell’evento in sé, i concetti di "fondo" (Untergrund) non vissuto, inesplorabile psicologicamente, assai prossimo al biologico, e di "sfondo" (Hintergrund) connesso invece all’esperienza di altri avvenimenti attuali o pregressi, che modulano in modo personologico quello che sembra l’oggettività dell’accadere. Inoltre egli delinea quelle che chiama reazioni ad avvenimenti interni innescate da accadimenti di vita, come quelli che E. Kretschmer indicava come avvenimenti-chiave, quando "Affilato come un rasoio, l’avvenimento va a toccare proprio il punto debole" (K. Schneider). Se tutto ciò pone in primo piano il ruolo della personalità rispetto al ruolo dell’evento, a ben vedere con la valutazione dei parametri di "fondo" e soprattutto di "sfondo", K. Schneider si avvicina alla concezione più antropoanalitica – che tuttavia non gli appartiene – di "situazione".

L. Binswanger (10) nel saggio "Accadimento ed Erlebnis" si pone il problema del rapporto fra eventi ed esperire della persona, in che modo cioè (non "perché", che il problema della causalità esorbita dal progetto della antropofenomenologia) un dato avvenimento possa o no divenire una esperienza interna significativa, un Erlebnis appunto. I due termini sono dialetticamente mobili, e l’A. critica la possibilità che esistano eventi tali da determinare necessariamente un determinato esperire. Puri accadimenti aventi un senso in sé non esistono: "… il concetto di mero accadimento è un non-concetto. Nella re-actio è sempre contenuta anche l’actio; anche quando il senso che si trae è quello di un pericolo mortale … è sempre l’individualità e non l’accadimento … a decidere del senso e della configurazione dell’Erlebnis", scrive L. Binswanger. Anche in presenza di eventi estremi (e l’A. riprende l’esempio di E. Straus di un principio di incendio in un teatro) quel che è decisivo è la situazione personale, in quanto essere della individualità in una certa disposizione, in una totalità di riferimenti. E anche quando questa totalità dei riferimenti mette in gioco l’essere più proprio dell’individualità, e ciò nel senso heideggeriano di essere-per-la-morte, non solo l’evento in sé, ma nemmeno questa estrema possibilità dell’essere decide un univoco esperire e reagire; quando ad esempio qualcuno, invece di cercar di fuggire, sfida il pericolo dell’incendio adoperandosi per gli altri.

Come si sa, il concetto di "situazione" è stato introdotto da K. Jaspers fin dalla "Psicopatologia generale" e poi soprattutto nel saggio "Psicologia delle visioni del mondo", intendendo con ciò il rapporto dell’uomo con il mondo. Essere in situazione certamente limita, condiziona, ma insieme fonda le possibilità umane come tali. Egli mette in rilievo come ".… il caso, l’occasione, il destino siano presentati all’uomo attraverso la situazione". L’uomo è sempre in situazioni, ma queste possono essere come sommerse, annullate, da quelle che K. Jaspers indicava come "situazioni-limite": quelle situazioni immutabili, definitive ed insormontabili dell’esistere, quali il non poter vivere senza dolore, il dover prendere la colpa su di sé, l’essere destinato alla morte. Situazioni-limite nelle quali "… ci si sveglia all’esistenza e si naufraga come realtà immediata" (K. Jaspers).

Da allora e con gli sviluppi successivi del pensiero fenomenologico, il concetto di "situazione" è divenuto un potente strumento euristico della psicopatologia, ha contribuito a praticare lo spazio dell’incomprensibile psicotico, invece che di radicalizzare lo scacco che pur ci propone.

"La ricerca che si riferisce alla patogenesi di psicosi endogene oggi non ha più il diritto di ignorare la realtà ed il significato patogeno del termine "situazione"", scrive H. Tellenbach (11) cui si deve un avanzamento decisivo del concetto di situazione proprio nelle psicosi endogene, ed aggiunge che la precisazione di situazioni tipiche si può raggiungere primariamente solo attraverso la riduzione fenomenologica.

Il situativo si lascia esplorare fenomenologicamente fino a coglierne l’"essenza", che è specifica e decisiva per le singole persone. H. Tellenbach osserva che vi sono situazioni fondamentali del typus melancholicus che concordano nel fatto che il typus in esse impegnato è specificamente contrassegnato da un modo determinato di avere-ordine e di essere-in-ordine, e quando questo ordine è percepito come minacciato c’è sempre una minaccia dell’esistenza in toto. Vale a dire, non si tratta semplicemente di fare un elenco di "fattori" dell’ordine dell’avvenimento esterno, una lista di "life-events", ma di ricercare – attraverso la riduzione fenomenologica tendente al nucleo, all’eidos dei fenomeni – l’essenza di quella costellazione di rapporti Io-Mondo che è quella situazione.

Di quella totalità di rimandi al Sé e al mondo che è appunto una data situazione dell’esistere, l’accadimento esterno resta una parte, un frammento dell’intero, certo non privo di importanza, ma l’importanza deriva da quanto esso incide sul situativo globale di quel soggetto, in quel momento. Non occorre arrivare a pensare che l’evento è provocato dal soggetto stesso attraverso un qualche diavoletto dell’inconscio, anche se talora è proprio così.

La situazione di esistenza, nella quale persona e mondo con i suoi accidenti sono solo punti di vista su di una globalità che è il modo di essere di quella persona, scavalca l’ambito del "comprensibilmente reattivo" e può giungere ad illuminarci il coinvolgimento e la modulazione di quella regione oscura che la psicopatologia chiama – faute de mieux – "endon", allorché – ad esempio nelle melanconie – il situativo si costella per il typus come minaccia vitale verso il rimanere indietro, verso la "rimanenza" cui è inesorabilmente incluso, in limiti che egli alla fine non può più superare, come l’evento invece gli richiederebbe. In altri termini ad un certo momento nel percorso patogenetico verso la psicosi endogeno-melanconica, la persona proprio per i suoi attributi tipologici, non riesce a confrontarsi ed elevarsi nei confronti di una situazione minacciosa per lui. Ma questa possibilità – che gli è negata – di fronte alla situazione minacciosa vorrebbe dire trasformarla in una nuova situazione, in cui si è di nuovo modificato il rapporto Io-Mondo, e quindi il rapporto con se stessi.

In ogni accadere ed esperire ambientale è insita la personalità stessa, "come una metà" della configurazione, diceva E. Kretschmer a proposito delle situazioni del delirio di rapporto sensitivo. D’altronde "la personalità appartiene così strettamente alla sua situazione che essa non può mai uscirne totalmente e sempre non può reagire che nella situazione e alla situazione" – annota W. von Baeyer. Certo si possono descrivere situazioni sopra-individuali specifiche, ma la situazione è sempre qualcosa che è profilato dal carattere significativo di ciò che il soggetto incontra nel mondo circostante.

Lo strumento conoscitivo della situazione non è senza problemi per la psichiatria fenomenologica; l’attenzione della psicopatologia per il fluire della biografia interiore conduce infatti a considerare la stessa interiore biografia come il fluire di quei rapporti Io-Mondo che sono le situazioni, e la difficoltà teoretica è il riflesso della difficoltà della filosofia fenomenologica nei confronti della storia in generale, perché l’Io fenomenologico – osserva A. Tatossian (12) – non può essere assieme origine del tempo e trovarvi la sua origine.

Ma la psicopatologia, che non è certo una pura applicazione-ricaduta della fenomenologia, anche se in essa trova ispirazione e modelli metodologici, è interessata alla constatazione che ad un certo punto nel continuo flusso e rimodellamento dei rimandi fra l’ipseità e il mondo, una situazione può distaccarsi dal flusso del divenire, cristallizzarsi in un assieme di dati significativi che il soggetto non può né accettare né elaborare. In quel punto, "la situazione è la biografia giunta alla immobilità", scrive W. von Baeyer (13). Nessun cambiamento significativo può essere allora più possibile, attraverso l’atto di una decisione abbastanza libera che prenda in considerazione il proprio passato e si progetti in un proprio futuro. Si parla a proposito di questo momento situativo di "crisi vitale", e C. Kulenkampff nota che ciò può aiutarci a comprendere l’emergere di condizioni psicotiche.

L’analisi delle situazioni è stata condotta da molti AA. in riferimento a diverse condizioni morbose, a partire, come ho ricordato, dallo studio epocale di E. Kretschmer sulla situazione del delirio sensitivo, all’analisi di situazioni prodromiche in schizofrenici. È, mi sembra, ben evidente la differenza dello studio del situativo sia da concetti puramente psicogenetici che puramente somatogenetici delle psicosi: la situazione che appartiene al percorso patogenetico non è, come per ogni situazione, né un puro vissuto soggettivo né una pura condizione materiale. Appartiene all’ordine dell’"homme situé", direbbe E. Minkowski, ove ciò che conta è la specifica configurazione dei rimandi fra il Sé e il mondo, configurazione i cui fattori sono tanto la tipologia della personalità, quanto la sedimentazione delle situazioni trascorse, che le condizioni del momento.

Conclusioni

La considerazione esclusiva sulle sequenze di eventi ed, ovviamente, del loro vissuto come causa necessaria e sufficiente ad indurre stati patologici della mente, pone in primo piano il tema della psicogenesi di questi stati, e coinvolge la contrapposizione jaspersiana tra nessi causali e nessi comprensibili. Ciò è particolarmente vero per i c.d. eventi traumatici come quelli in grado di indurre gravi esperienze interne, gravi Erlebnisse emotivi nella generalità delle persone e quindi caratterizzati proprio dall’essere relativamente sopra-individuali. Da tempo sono stati al centro della attenzione degli psichiatri, ma io mi limiterò a ricordare i contributi di Bonheffer e di Binswanger. Il primo propose una distinzione fra stati morbosi psicogeni connessi ad una elaborazione di desideri da parte del soggetto, stati ai quali soltanto riservava l’aggettivo di "isterici", e stati morbosi reattivi ad avvenimenti emotivamente shockanti e che provocano una modificazione funzionale dell’organismo psico-organico. Binswanger, nel celebre saggio "Funzione di vita e storia della vita interiore" riconobbe che in ciò si declinava la più generale differenza in psichiatria fra "modalità della funzione somato-psichica" e "successione dei contenuti" delle esperienze interne. Fra, appunto, funzione di vita e storia di vita, egli diceva.

E anche se è vero che è l’approfondimento della storia interiore che porta allo scoperto il nucleo più individuale di una persona, "la sua autentica essenza", la relazione fra i due aspetti (il funzionamento organo-psichico e la individuale storia degli accadimenti esterni e interni) non può esser risolta in una radicalizzazione di uno dei due. Nel campo delle relazioni possibili fra funzione della vita e storia della vita interiore, "non si tratta mai – scrive Binswanger – di un aut-aut ma sempre di un così-come-anche". Ma questo continuo rimando Io-Mondo per cui la presenza non può essere compresa che come essere-nel-mondo (il concetto di Dasein) trasforma il concetto di interiore storia di vita nel concetto di un continuo fluire di situazioni, che implicano, come ho ricordato all’inizio, tanto la polarità egoica che quella mondana.

Non ci dovremmo quindi stupire che eventi ubiquitariamente indicabili come traumatici, siano co-costitutivi di situazioni, che possono essere in grado di legare la storia di vita a modificazioni della funzione di vita, modificazioni che infine affiorano all’osservazione come impersonali sintomi, traducibili perciò anche in categorie e criteri oggettivi.

Una inveterata e pigra abitudine ci ha portato a concepire come campi separati tutto quanto deriva dalla ricerca empirica, come è tipicamente quella oggettiva sugli eventi, da quanto deriva dalla ricerca fenomenologico-eidetica, quale è il costrutto di situazione. Ma davvero questi due ambiti non hanno in psichiatria nulla da spartire ed il passaggio dall’uno all’altro comporterebbe una sorta di "salto mortale epistemologico"?

Teniamo presente che uno dei fulcri della fenomenologia husserliana della conoscenza è il problema della formazione attraverso la "variazione eidetica" di concetti che toccano l’essenza, l’eidos appunto, di un oggetto. La variazione eidetica è una maniera di ragionare che è costantemente implicita in ogni lavoro scientifico (Spitzer e Uehlein, 1992), nel quale non semplicemente aggiungiamo dati a dati, che potrebbero tuttavia essere privi di senso, come quelli accumulati da un potente computer maneggiato però da una scimmia, ma formuliamo – esplicitamente o implicitamente – concetti generali, che riguardano il tutto prima ancora di conoscere le parti e senza i quali nemmeno sapremmo quali dati aggiungere e quali lasciare.

Lungi dall’impedirci di conoscere, le presupposizioni generali, di globalità, di essenza eidetica, ci rendono capaci di vedere le cose che sono. L’assenza di precognizioni, anche se fosse raggiungibile, ci accecherebbe rispetto a ciò che vi è da vedere. Noi cioè interpretiamo gli eventi solo sullo sfondo di presupposti e preconcezioni inevitabili e necessarie all’attività stessa del conoscere. Così facendo ci muoviamo all’interno del "circolo ermeneutico" (H. Gadamer (14)) ove una precognizione globale, frutto della ricerca eidetica degli attributi di nucleo ed invarianti che indicano l’essenza di un oggetto, si confronta con la ricerca dei dati parziali, i quali a loro volta possono modificare la visione di essenza precedente. "Il circolo (ermeneutico), annota Gadamer, non deve essere degradato a circolo vizioso e neppure ritenuto un inconveniente ineliminabile. In esso si nasconde una possibilità positiva del conoscere più originario …".

Non si deve cioè credere – e questa è una delle grandi lezioni della fenomenologia – che pre-comprensione abbia l’attributo negativo di pre-giudizio: ha invece il senso di giudizio globale inevitabilmente e intuitivamente anticipato: la sua messa in luce ed il suo uso critico, e pertanto modificabile, sono la via comune della conoscenza.

Si torna così al valore essenziale del "circolo ermeneutico" nel processo di conoscenza. Qualunque sia il nostro punto di partenza o la nostra specifica competenza e modalità di ricerca, noi siamo in quel circolo e dobbiamo necessariamente raggiungere, (e la fenomenologia mostra come), una visione di essenza, una ipotesi intuitiva delle caratteristiche generali ed invarianti dell’oggetto di studio, una visione che orienta il nostro conoscere ed i nostri progetti di ricerca, ed abbiamo poi bisogno di una conoscenza e verifica empirica dei dati, significanti rispetto all’eidos del fenomeno ed in grado di dire la loro, retroagendo su di esso e modificandolo, in una circolarità senza fine.

Il problema non è quindi la impossibile eliminazione del circolo fra fenomenologia ed empirismo, nel nostro caso fra ricerca sulla essenza del situativo e analisi degli eventi, ma lo starci dentro adeguatamente, nella consapevolezza di un unico paradigma del conoscere, di un unico virtuoso circuito che unisce ricerca fenomenologica e ricerca empirica.