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C. BELLANTUONO, L. TENTONI - Vol. 9, June 2003, Issue 2

Testo Bibliografia Summary Indice

Articolo di aggiornamento/Update article

Malinconia e suicidio II: considerazioni psicopatologiche
Melancholy and suicide II: psychopathological considerations

P. CASTROGIOVANNI, C. PACCHIEROTTI

Clinica Psichiatrica, Università di Siena


Key words: Suicide • Melancholy • Depression • Psychopathology • Temporality

Correspondence: dr. Claudia Pacchierotti, Clinica Psichiatrica, Università di Siena, Policlinico "Le Scotte", viale Bracci 1, 53100 Siena, Italy - Tel. +39 577 586275/233435 - Fax +39 577 233451 - E-mail: claudia.pacchierotti@inwind.it

Il suicidio del paziente affetto da depressione malinconica, nonostante il bagaglio di conoscenze acquisite sul piano clinico, cognitivo e biologico, rappresenta per lo psichiatra, ogni volta che ci si imbatte, una fonte di sgomento attonito, nella rabbiosa frustrazione di una reiterata quanto vana ricerca di una spiegazione tesa a dare, al gesto che rappresenta il massimo dello scacco del nostro operare, una ragione e quindi, se non una giustificazione, una funzione ai fini del miglioramento del nostro intervento.

Nonostante tutte le spiegazioni scientifiche, il suicidio del melanconico rimane in realtà la massima espressione del contatto con l'incomprensibile, forse più ancora dell'incomprensibile schizofrenico. Nonostante siano passati più di 200 anni, lo psichiatra di oggi prova di fronte al suicidio del melanconico la stessa sensazione che Pinel (7), provenendo dalla chirurgia e dalla zoologia, provò nel suo primo avvicinarsi al mondo della follia. È la follia al limite della lucidità interiore a stupire Pinel (7), che conclude, quasi sorpreso: "il sentimento naturale che tiene l’uomo attaccato alla vita e l’orrore che egli ha della sua distruzione possono quindi essere del tutto sconvolti da una condizione di malattia e tramutarsi in una irresistibile tendenza al suicidio".

Per cercare di penetrare – non di spiegare – questo mistero, occorre far riferimento, più che al linguaggio della ricerca, asettico ma lontano dall’incomprensibile della follia, a quello della psicopatologia, più idoneo ad avvicinarsi all’uomo melanconico ed a coglierne il nucleo nel quale collocare l’atto suicidario.

Al di là e al di sopra di altri percorsi psicopatologici inerenti la fenomenica melanconica, crediamo che il processo psicopatologico più pregnante e pervadente la natura intima del suicidio melanconico sia quello che parte dalla temporalità, intendendo qui la temporalità non nel senso del tempo cronologico, e neppure nel senso dell’esperienza soggettiva del tempo (vissuto temporale), ma quello antropo-fenomenologico relativo al come la presenza temporale esiste, cioè al come si articolano le tre istanze temporali da Husserl (5) etichettate come retentio, praesentatio e protentio.

Il suicidio è il risultato di un gesto che rappresenta verosimilmente una via finale comune di tanti percorsi psicopatologici. Ma il comportamento suicidiario che è più specifico, più tipico (anche se non unico) della melanconia è quello che si inquadra nella grave alterazione della temporalità la quale, nello stesso tempo, ne dà ragione e ne ribadisce l’impossibilità a comprenderlo se non nell’ambito di un processo patologico capace di sconvolgere drammaticamente, più di quanto accade in altri disturbi mentali anche gravi, i pilastri dell’esistenza fino a travolgere anche l’istinto più solido, quello appunto della conservazione della vita.

La vita è scorrere del tempo, declinazione dinamica nel divenire. Siamo intrisi di temporalità. Lo stesso "slancio vitale" di cui parla Minkowski (6), la cui compromissione è elemento nucleare della melanconia, è temporalità. "Lo slancio vitale (élan vital) e personale orienta tutta la nostra vita verso l’avvenire e si manifesta all’esterno non attraverso il movimento volontario, ma con l’opera personale in tutte le sue sfumature; spesso tende anche verso l’ideale. Slancio personale, avvenire, azione e forse ideale sono in fondo strettamente collegati fra loro nella nostra vita di uomini; ed è il nostro intelletto che discrimina le une dalle altre tali nozioni per farle poi entrare in concetti differenti. La struttura della personalità si lascia paragonare ad un edificio a parecchi piani sorretto nel suo insieme dallo slancio personale; basta che quest’ultimo cominci a vacillare perché tutto l’edificio vacilli e vada progressivamente in rovina; si trasforma dapprima in casa senza tetto, poi in casa semidistrutta e infine in un cumulo di macerie" (6).

"La crisi depressivo-endogena interrompe il "continuum" dell’esistenza: arresta ogni anticipazione coesistentiva coerente (Werden), si traduce in una regressione (Entwerdung) verso un lontanissimo passato, irraggiungibile all’indagine anamnestica, verso la perdita della dimensione temporale dell’esistenza consona col vanificarsi della mondanità: donde lo staccarsi da tutto ciò che non sia il tema della colpa, fino al delirio di negazione" (2).

La temporalità della malinconia, nel blocco del divenire e nella dilatazione immobilizzante del tempo presente, è sostanzialmente senza tempo, fuori del tempo, atemporale, come la morte. "La temporalità dei depressi è al di fuori di ogni durata ed in quanto tale – nella sua essenza – assente" (1). È la cessazione della vita; la vita, per essere tale, si identifica con l’articolarsi dinamico di tre istanze – passato, presente e futuro – che si ritrovano anche nel depresso, ma vanificate nella loro struttura temporale in una sorta di dilatazione infinita del presente, che presente non è più. Il presente, infatti, è tale per quanto si confronta e si delimita dal passato e dal futuro. Per questo la temporalità melanconica è astorica. Tanto che l’esperienza melanconica, in quanto fuori dal tempo, cessato l’episodio, diviene spesso non ricordata, nell’impossibilità di essere riportata "al cuore", anche se non dimenticata per quanto oggetto di consapevolezza della mente.

In questa non temporalità tutto si annulla.

Il piacere (l’edonia) deriva da quanto un’esperienza richiama (non necessariamente con il ricordo) un passato realmente passato ed allude ad un futuro realmente da venire. Non c’è piacere (anedonia) nella stagnazione del tempo, nella atemporalità melanconica (4).

Di essa è espressione la colpa, che pervade il vissuto malanconico e si correla con le valenze suicidarie (3). La non colpa, la coscienza a posto, è quando il passato è sorpassato, è chiuso in ciò che è stato, è "dimenticato", collocato nel soggetto, ma come se fosse in un’altra vita, non incombe nel presente invadendo la presentatio; così come il futuro, per quanto non accaduto, rende tutto possibile e quindi potenzialmente compensatorio del passato inadempiente o peccaminoso, ad annullare la colpa.

La colpa si correla al suicidio come, più genericamente, tutto ciò che è espressione dell’incombere del passato nel presente, come è indicato da espressioni verbali con il prefisso ri-.

Non è il ricordare in sé esperienza negativa che alimenta i vissuti corrispondenti a queste espressioni verbali.

Il ricordo, al di là dell’oblio che lo cancella, nel suo esistere acquista significato a seconda della sua collocazione non tanto nel tempo cronologico, quanto nella temporalità come struttura fenomenologica individuale.

È la presentificazione o meno dell’esperienza, pur sempre passata e come tale colta dalla razionalità del soggetto, che determina i diversi vissuti. La problematicità del passato si verifica quando c’è una discrepanza fra la collocazione cronologica dell’esperienza trascorsa, razionalmente corretta, e la collocazione presentificata nella temporalità esistenziale (4).

Nei ri- c’è sempre la fusione del passato col presente, una anacronistica attualità del passato che, cronologicamente passato, esistenzialmente non riesce ad essere sorpassato.

Da cui il rimorso della colpa, il rimpianto ed il rintrono della Nostalgia, il risentimento della ostilità repressa. Nel rimorso il passato è nel presente, nella nostalgia il presente è nel passato, ma in ogni caso c’è anacronismo.

Questo passato, questo ricordo è, per il suo essere nel presente, ricco di valenze affettive, a differenza del ricordo del passato sorpassato che è puramente mentale.

Rimorso, risentimento, chiare espressioni della temporalità depressiva, si correlano al suicidio come se il loro insieme costituisse un pattern unitario della destrutturazione temporale.

In uno studio clinico (3) su aggressività e suicidio, abbiamo dimostrato come il Rimorso (colpa) e il Risentimento concomitino nel prevedere le valenze suicidarie. L’analisi statistica, nella sua asetticità, unisce quindi due aspetti, apparentemente contraddittori (l’accusa verso gli altri del risentimento e quella verso se stessi della colpa), uniti però dall’essere ambedue espressione dell’inflazione del passato nel presente, del passato al negativo sia per quanto subito dagli altri (risentimento), sia per le colpe verso gli altri (rimorso).

"Normalmente la vita si purifica nel suo volgersi alle forze del futuro e ai compiti che il futuro ci detta. Se l’uomo si trova arrestato nel processo della propria realizzazione, egli viene a trovarsi come un debitore di fronte all’esistenza; ed ecco che si desta in lui un vago senso di colpa, quale di frequente osserviamo nei malati di malinconia. Siffatti vaghi sentimenti di colpa si concretizzano poi in autorimproveri o in pensieri deliranti per assumere alla fine una forma determinata, contro la quale è impossibile lottare essendo la consapevolezza che nasce ogniqualvolta la vita del singolo ristagna. La vita sana, nel suo procedere verso il futuro, sia espressamente, sia nel generale strutturarsi delle sue potenzialità, spazza continuamente via il passato, se lo lascia alle spalle, lo respinge e così se ne purifica" (4).

Nel melanconico il passato invece è lì, nell’attuale, sicuramente suo come è indubitabilmente proprio tutto ciò che è nel presente, nell’impossibilità di una fuga nell’oblio, nella "pietra sopra", nel "capitolo chiuso" del passato sorpassato, ma anche nell’impossibilità di una redenzione in un futuro che non esiste.

"Per noi il senso unico dei valori positivi prodotti e del bene compiuto sta nel fatto di poter far meglio in avvenire; fermarsi e riposare sugli allori è un’immagine puramente libresca, che non si verifica nella realtà; basta fermarsi davvero perché i valori positivi, prodotti nel passato, svaniscono come per incanto; il loro valore sta non solo nel passato ma anche nel futuro; sono in fondo soltanto tappe che superiamo per poter far meglio. Il meglio è nemico del bene, dice un proverbio. Forse è più giusto dire: il senso stesso del bene è di poter andare verso il meglio. Ogni nostra evoluzione personale consiste nel desiderio di superare le opere già compiute; invecchiamo, le forze fisiche ci abbandonano, ma rimaniamo giovani ancora, e vogliamo andare più lontano. Quando invece la via dello spirito si spegne, l’avvenire si chiude davanti a noi; in pari tempo la nozione dei valori prodotti nel passato, che è una funzione, si dilegua; la memoria resta intatta, ma è la nozione statica del male ad insediarsi da padrona" (6). Colpa e suicidio, binomio apparente, in realtà unitaria traduzione in sentimenti e comportamenti dell’alterazione della temporalità.

Così come anedonia, colpa, rallentamento del pensiero e dell’azione sono espressione diretta, traduzioni comportamentali e affettive dell’annullamento della temporalità e non già manifestazioni distinte e reciprocamente derivabili l’una dall’altra, anche il suicidio è un sinonimo del blocco temporale, non da altro derivabile, tangibile espressione di una vita che non esiste.

C’è un suicidio che deriva da un futuro che è senza speranza; ma c’è un suicidio che deriva da un futuro che non è. Questo è il suicidio del melanconico.

Questo è, quindi diverso dal suicidio finalizzato ad annullare, insieme alla vita, la sofferenza o la insostenibilità dell’esistenza senza speranza, la quale è proiettata "comunque" in un futuro, vuoto sì ma esistente.

Nella depressione melanconica il blocco del futuro deriva dall’interno, è strutturale, a differenza di altre depressioni in cui il blocco del futuro deriva dalle situazioni esterne. È un blocco del tempo vissuto, non del futuro ma dell’infuturazione (qualunque essa sia). Il suicidio melanconico non ha una finalità, che in altri casi è quella di eliminare la sofferenza o quella ricattatoria o quella punitiva, che indica comunque la proiezione in un futuro. È intrinseco all’essere in quel momento, non è una mèta da raggiungere.

Diverso dall’angoscia, dall’ansia, dalla disperazione ove il futuro, proprio perché denso di connotazioni negative, di spettri o di vuoto, esiste ancora.

Il vuoto della malinconia non è il vuoto del futuro, il vuoto del presente, il vuoto del passato; è il vuoto dal passato, dal presente, dal futuro, che non esistono più come istanze temporali distinte; è il vuoto dal tempo; in altre parole non è il vuoto esistenziale della vita, della noia, è il vuoto dalla vita, è la presenza ridotta a corpo senza vita che, già morto nello spirito, nella percezione soggettiva di essere al mondo, deve coerentemente essere annullato, eliminato.

Non è quindi un problema di aggressività che, dalla sua etimologia, comporta di per sé un moto, quando è diretta verso gli altri in modo diretto o indiretto o represso così come quando è rivolta verso sé in un’autopunizione che è pur sempre l’espressione di un dinamismo.

Talvolta, nel melanconico il vuoto è occupato dalla ideazione delirante la quale, pur nella falsificazione della realtà, riempie la temporalità, ricrea una temporalità ancorata alla costruzione delirante. I nostri interventi terapeutici possono, in questi casi, annullare la neoproduzione ideativa, restituendo così il soggetto alla realtà: cioè al vuoto temporale della malinconia. I neurolettici agiscono sul contenuto del pensiero, ma non rimobilizzano la temporalità bloccata cosicché, proprio quando si verifica una condizione giudicata dal clinico di miglioramento per la scomparsa della componente psicotica, proprio allora, con apparente anacronismo, "inaspettatamente" si verifica il suicidio.

Il suicidio fa parte della malinconia, tanto quanto la vitalità fa parte dell’esistenza normale: in un modo irriflessivo, al di là di ogni obiettività o ragione, negativa o positiva che sia.

È qui che il suicidio si colloca come equivalente comportamentale del vissuto temporale, non come conseguenza del vissuto temporale, e quindi come conseguenza psicologicamente derivabile della melanconia, che ancora sarebbe espressione di una progettualità sottesa da una motivazione e da un fine da raggiungere (porre fine alla sofferenza), che in quanto tale presuppone una temporalità ancora dinamica, con un prima e un dopo, una qualche capacità di protentio in un futuro quand’anche reso invivibile dalla proiezione del vissuto melanconico.

"Quella che potrebbe sembrare l’ultima alternativa esistenziale – cioè il suicidio – non costituisce in questo caso l’epilogo di una libera scelta ma una conseguenza ineluttabile. Infatti il suicidio – che potrebbe assumere il valore di una decisione attiva al fine di sottrarsi al presente – risulta invece quasi sempre immotivato e dovuto ad impulsi ovvero ad un imperativo proveniente dall’esterno, non inquadrabile nella storia individuale se non quale sintomo della forma morbosa. Pertanto, l’azione suicidaria viene attuata improvvisamente, inaspettatamente, imprevedibilmente e realizza il coincidere della morte intenzionale che inabita il depresso (egli è nella morte e non per la morte) con la morte naturale, che è immanente ad ogni esistenza" (1).

Il suicidio è un sinonimo, una espressività dell’essere fuori dal tempo, del non esistere. Forse per questo l’idea suicidaria inizia spesso contestualmente all’inizio della melanconia, fin dal primo giorno, fin da quando cioè la trasformazione della temporalità, nella sua processualità incomprensibile, travolge l’individuo rendendolo, da subito, globalmente inesistente.

Nel melanconico suicida c’è perdita di insight, nel senso di non coscienza di malattia, perché la malattia è pur sempre qualche cosa di negativo, ma che riempie, dà ragione, dà speranza, è aperta ad un futuro. Più che perdita di consapevolezza, è l’acquisizione profondamente vissuta (anche se non lucidamente, ma irrazionalmente, come in un’atmosfera psicotica) di una nuova consapevolezza, quella della attuale, anche se in realtà transitoria e reversibile, nullificazione della vita. Quindi non perdita dell’insight, ma insight drammatico, consono e coerente con l’acquisita trasformazione.

Blocco della temporalità, colpa, perdita di insight costituiscono un insieme che consona meglio di ogni altro con il suicidio del melanconico.

Esso comunque, a differenza di altre modalità di suicidio, rimane incomprensibile, così come lo era per Pinel (7) quando si riferiva a "quel tipo di melanconia in cui compare un disgusto insopportabile della vita, o meglio il desiderio irresistibile di darsi la morte, senza che se ne possa trovare una ragione".

Per comprendere una dimensione inumana, come quella atemporale, non possiamo pretendere di adoperare canoni riferibili alla normalità, quand’anche adoperati al negativo, per esprimere una perdita. L’accesso a questo mondo, da parte nostra, dalla nostra normalità, è pressoché precluso. Le nostre frasi, le nostre considerazioni inesorabilmente scaturite dalla razionalità del mondo normale, sono affidate a quanto ancora esiste nel melanconico del ricordo di come egli era prima della melanconia, unica risorsa che permetterebbe una decodifica dei nostri messaggi.

"Inevitabilmente, il mondo del depresso, e quindi anche il suo atteggiamento riguardo alla morte, ci sfugge del tutto, proprio in quanto tali infermi si rivelano incapaci di progettarsi. Forse si potrebbe affermare che il depresso con propositi suicidari inizialmente reagisce a questi, criticandoli, oppure che (anche in loro assenza) può conservare la conflittualità interiore presente in ogni uomo al cospetto della morte fino a che si mantiene la capacità di comunicare con gli altri; cioè, fin quando la sua situazione esistenziale non è del tutto mortificata. Invece, ove il suo orizzonte spazio-temporale si abbia a circoscrivere totalmente nell’ambito delle modalità psicotiche di esistenza, egli già vive nella morte e pertanto diviene estraneo ed incomprensibile" (1).

Nel melanconico è cambiato il mondo interiore, è cambiato conseguentemente il mondo esterno, sono cambiati il linguaggio, le regole del gioco, i significati e gli oggetti significativi. Non esistono più i piaceri di cui godere, oggi quelli presenti, domani quelli ipotetici; ma, in questo mondo annullato, non esistono più neppure i doveri, quelli che derivano dal rapporto con gli altri, che sono in funzione dell’interesse degli altri, alimentati dai sentimenti transitivi. Quindi, tanto quanto il fare appello a ipotetici piaceri è ovviamente vano, se non nocivo per quanto è dissonante con il vissuto attuale, così nel melanconico con intenti suicidari anche il riferimento a doveri e a legami, a ideali o a credenze sarà probabilmente altrettanto vano, per quanto essi si sono inesorabilmente dileguati con il dileguarsi della temporalità.

Certo, può darsi che ancora esista, e coesista con il mondo melanconico, il ricordo e la consapevolezza del mondo precedente, anche se visto come lontano e irrecuperabile. Con questo i nostri richiami possono essere più coerenti e avere un ascolto. Ma, drammaticamente, assai spesso l’esperienza melanconica invade tutta la vita passata, quasi annullando non solo il ricordo, ma addirittura la possibilità stessa di una vita diversa dall’attuale.

E allora, in questa totale mancanza di sincronia tra il vissuto soggettivo del malinconico e la dimensione temporale vitale, esistenziale, secolarizzata che le persone intorno a lui conservano (e che anch’egli possedeva, dandola anzi per scontata) il suicidio appare come ad un corollario, come un gesto che è più scontato che incomprensibile.