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B. FORTI, E. AGUGLIA - Vol. 9, September 2003, Issue 3

Testo Bibliografia Summary Indice

Articolo di aggiornamento/Update article

Personalità e malattia: una prospettiva unitaria
Personality and illness: a unitary perspective

B. FORTI, E. AGUGLIA*

Dipartimento di Salute Mentale di Belluno; * UCO di Clinica Psichiatrica, Università di Trieste


Key words: Personality • Evolution • Motivation • Trait theory • Individual development • Psychoanalysis • Psychiatric disorders

Correspondence: dr. Bruno Forti, Dipartimento di Salute Mentale, ULSS 1, Regione Veneto, via Carducci 8, 32100 Belluno, Italy - Tel. +39 437 216020 - Fax +39 437 943510, E-mail: bruno.forti@ulss.belluno.it

 Tu che leggi sai che tutto ciò che pensi e fai lo pensi e lo fai tu. Ma cos’è un "tu"? Quali entità più piccole colla-borano dentro la tua mente per fare le cose che fai? … Facciamo sempre parecchie cose nello stesso tempo, come far progetti, camminare e parlare, e lo troviamo così naturale che non ci pensiamo più che tanto. Ma, in realtà, questi processi mettono in moto più meccanismi di quanti ciascuno di noi possa comprendere in una sola volta.

Marvin Minsky, 1989

Una teoria sulla personalità dovrebbe affrontare almeno quattro importanti questioni:

1. rapporto fra ambito biologico e ambito psicologico (1)-(3);

2. rapporto fra aspetti cognitivi da un lato e aspetti motivazionali e affettivo-emozionali dall’altro (4)-(6);

3. rapporto fra sviluppo e organizzazione dell’adulto, anche in riferimento ai tratti di personalità (7);

4. Teorie di malattia in relazione alle teorie della personalità (8) (9).

Quanto ci si propone in questo contributo teorico è di tracciare le premesse per un modello di personalità basato su quelli che sono i suoi elementi originari e i loro rapporti con la personalità nel suo complesso. L’ipotesi avanzata è che tali elementi originari, che chiameremo Sistemi Motivazionali Primari, oltre ad essere i fattori chiave sia dello sviluppo che del funzionamento dell’adulto in termini motivazionali ed emozionali (10), sono gli unici a poter garantire un anello di congiunzione fra personalità e malattia.

Sappiamo che l’attività mentale esercita un’azione organizzatrice e unificante, soprattutto in ambito cosciente, rispetto all’insieme dei bisogni, creando uno spazio virtuale, come è lo spazio cosciente, per un confronto reciproco fra di essi. Tuttavia, ciò che non si considera a sufficienza è che anche le diverse tendenze si integrano spontaneamente per un processo di auto-organizzazione (11) (12), che tale processo è complesso e caratterizzato gerarchicamente, ma soprattutto ha ripercussioni sulla stessa attività mentale (3) (10).

I bisogni implicano degli obiettivi o finalità, che come tali possono essere convergenti, complementari, contrastanti, sovra o subordinati fra loro. Questi obiettivi tendono ad imprimere, a seconda del momento, della fase della vita e delle contingenze esterne, una direzionalità all’attività psichica, che a sua volta definisce obiettivi subordinati ad essa. È in questo gioco di direzionalità che si estrinseca la personalità dell’individuo. In questo senso il concetto di direzionalità, diversamente da quello di tendenza, pulsione, motivazione, e analogamente a quello di current concern (13), si connota nell’influsso che viene esercitato sul comportamento, l’attività cognitiva e le stesse esperienze a carattere emozionale. Di conseguenza, consente di definire un ambito come quello motivazionale – emozionale in relazione ad altri ambiti della sfera psichica.

La metafora della piramide

L’immagine della piramide (Fig. 1) può rappresentare un’utile metafora della struttura di personalità, del Sé, della collocazione dell’Io in questo contesto. La piramide rappresenta l’attività mentale dell’individuo in riferimento ai suoi bisogni.

Fig. 1. La piramide dell'organizzazione della personalità.

Proviamo a immaginare una grande rete a forma di piramide, fatta di nodi come aggregati funzionali di neuroni, di configurazioni di nodi e di un intricato e complesso sistema di connessioni organizzato gerarchicamente dal vertice fino alla base. La metafora, più che riferirsi ad aspetti anatomici del Sistema Neuronale, vuole richiamare, in maniera estremamente schematica, degli aspetti funzionali, soprattutto in relazione al collegamento fra ambito motivazionale e cognitivo. Le diverse parti componenti vanno infatti definite per quello che è il loro ruolo funzionale in relazione alle altre componenti della piramide. Di conseguenza, la loro attivazione dovrebbe influenzare in qualche modo l’attività mentale ed estrinsecarsi quindi a livello fenomenico.

Nella parte superiore, all’apice della piramide, possiamo collocare un’architettura rigida, in cui dei nodi "primari" costituiti da Sistemi Motivazionali Primari (SMP) sono organizzati gerarchicamente fra loro a formare una piccola piramide apicale. I SMP sono geneticamente determinati, immodificabili dall’apprendimento, e definiscono le finalità ultime dell’attività mentale, similmente agli agenti sovraordinati della società della mente ipotizzata da Minsky (14).

In animali meno evoluti l’organizzazione del comportamento si può agevolmente rappresentare come una struttura di questo tipo, in cui i nodi costituiscono programmi istintuali ognuno con la propria – rigida – organizzazione, e a loro volta sono organizzati secondo meccanismi precostituiti di esclusione reciproca. Nell’uomo i nodi primari continuano ad essere rappresentati ed attivi e sono regolati fra loro da meccanismi di coordinamento, costituendo sistemi tendenzialmente separati; la collocazione gerarchica e la non modificabilità in funzione delle influenze ambientali fanno sì che il ruolo dei SMP in funzione della personalità debba venir preso nella giusta considerazione. Tuttavia, il loro significato è profondamente modificato dall’essere parte, una piccola parte, di un sistema molto più ampio e complesso, oltre che flessibile e modificabile, che nel suo insieme supera il concetto di meccanismo.

Negli organismi superiori si sono selezionati anche sistemi motivazionali ed emozionali più evoluti, congeniali ai rapporti che si vengono a creare con le nuove aree deputate all’apprendimento e alle attività cognitive, con funzioni di coordinamento sui SMP meno evoluti. Attorno ai SMP si collocano le risultanze delle esperienze precoci (nodi precocemente acquisiti), anch’esse sostanzialmente immodificabili, che vanno progressivamente a costituire gli schemi acquisiti.

Man mano che si procede verso la parte inferiore e molto più ampia, troveremo in primo luogo dei nodi acquisiti, derivanti dalle esperienze successive, sempre più espressione di interazione e integrazione fra più istanze motivazionali originarie e con il contributo delle componenti cognitive. Essi codificano gli schemi, in parte riconducibili ai concetti cognitivi di schema o script (15) (16), atti a fornire, nell’interazione con l’esterno, risposte appropriate alle esigenze dei SMP. Il crearsi di risposte efficaci e articolate contribuisce ad una attivazione più modulata e graduale dei nodi originari. I nodi acquisiti costituiscono spesso delle esigenze che vengono riconosciute coscientemente come proprie. Tuttavia, esse sono subordinate a quelle dei nodi collocati a monte e implicano una consonanza di obiettivi con essi. Alcuni nodi acquisiti, che possono determinarsi sia culturalmente, come il denaro o un certo ruolo sociale, sia nel corso di una storia individuale, rappresentano la confluenza fra numerose istanze innate. Veri e propri crocevia motivazionali, essi possono acquisire un peso notevole nel direzionare le attività dell’individuo.

In secondo luogo, possono essere collocati i nodi cognitivi innati, corrispondenti ai moduli delle teorie cognitive (17). Ma nel complesso possiamo immaginare le diverse aree di funzionamento cognitivo – più che come nodi o insiemi di nodi – come aree occupate da settori in cui la piramide si suddivide, il cui apice rappresenta, in termini motivazionali, il "bisogno" cognitivo espresso dalla relativa funzione (pianificare, esprimersi col linguaggio, esercitare funzioni volontarie di controllo, associare, percepire, conoscere, astrarre e così via).

L’attività mentale si riferisce ad aggregati molto più ampi di quelli relativi ai nodi ed alle stesse aree cognitive. Tuttavia, anche se buona parte dell’attività mentale si realizza col coinvolgimento di numerose aree di funzionamento cognitivo, in essa può essere rintracciabile l’influsso dei nodi primari ed acquisiti. L’architettura è flessibile e fluida quanto a sistemi coinvolti in ogni singola attività mentale; è plastica, modificabile dall’apprendimento e dall’esperienza; prevale la connettività, tutto tende a comunicare con tutto. Parte del sistema è cosciente. L’esperienza cosciente attuale è sparsa, mobile e continuamente cangiante quanto ad aree coinvolte. Con la coscienza vi è una tendenza alla ricombinazione continua degli elementi, soprattutto in attività quali il gioco, il pensiero creativo, l’immaginazione, il sogno, con la prevalenza di un’attivazione di tipo orizzontale. Nell’ambito cosciente si svolge il teatro della relazione virtuale fra sé e mondo esterno, una relazione che è attuale, ricordata, immaginata, desiderata, influenzata da conoscenze e credenze, nonché dai bisogni e obiettivi primari.

Caratteristiche funzionali dei sistemi motivazionali primari

La teoria evoluzionistica ci consente di assumere la presenza di valori innati biologicamente rilevanti per la sopravvivenza della specie (10) (18) (19), che si riferiscono ad obiettivi da raggiungere e che quindi non possono non esercitare un’influenza sull’attività psichica e non possono altresì essere modificati dall’apprendimento. Questi valori sono codificati nei Sistemi Motivazionali Primari.

Negli animali più evoluti un SMP è inserito in un complesso sistema a rete, altamente parallelo e integrato, ma presenta un’organizzazione intrinseca relativamente semplice. Esso definisce un input (nei termini di recettività a), un output (nei termini di obiettivo da raggiungere) e, grazie alla sua posizione gerarchicamente sovraordinata, incanala l’attività mentale nella direzione che va da quell’input a quell’output (20). Va precisato che input ed output riguardano anche la costruzione del mondo virtuale che a noi serve prima da laboratorio di simulazione e poi da guida per l’azione nel mondo reale, condizionando qualsiasi output cosciente motivazionalmente ed emozionalmente connotato, come elemento che va a modificare il teatro d’azione virtuale.

Mentre la connotazione funzionale cognitiva è relativa, in termini neuropsicologici (21), al possedere una capacità specifica, fornendo una prestazione cognitiva, quella dell’ambito motivazionale-emozionale si caratterizza primariamente nell’imprimere una certa direzionalità all’attività psichica. D’altra parte, i due ambiti sono intrinsecamente collegati, poiché le capacità devono essere finalizzate a un obiettivo, e per raggiungere un obiettivo è necessario possedere delle capacità, siano esse di carattere specifico che di ordine generale.

Le caratteristiche funzionali di un Sistema Motivazionale Primario possono essere così sintetizzate:

1. Un SMP tende a imprimere all’azione mentale una direzione specifica, finalizzandola verso un obiettivo motivazionalmente connotato, non solo nel comportamento e nell’output motorio. L’influenza dei SMP si estende infatti sulla formazione delle idee e sulla selezione delle esperienze che successivamente, come credenze, ricordi e aspettative, condizioneranno la nostra recettività agli input. Si estende anche sulla valutazione del sé nella sua accessibilità a determinati obiettivi, sulla definizione di obiettivi e finalità del nostro agire, sulle decisioni da prendere, sulla costruzione di modelli del mondo, sulla scelta di nicchie ambientali reali o virtuali, sulle modalità di affrontare, e ancor prima di identificare, i problemi rilevanti, e così via. Favorisce l’apprendimento e la formazione di schemi. Tende a condizionare il punto di vista, con conseguenti influenze sull’azione, senza per questo poter essere visto o pensato direttamente.

2. In riferimento al modello della piramide, immaginiamo che i sistemi afferenti ed efferenti penetrino dalla base e vi fuoriescano con un flusso di tipo verticale (Fig. 1). I primi possono accedere a vari livelli della piramide, dai sistemi percettivi centrali ai nodi innati (stimolo efficace), attivando in quest’ultimo caso risposte motivazionalmente connotate. Se una verticalizzazione assoluta tenderebbe a coincidere con una modalità di tipo stimolo-risposta o con la rigida sequenzialità dell’attivazione istintuale, incompatibili con l’attività mentale stessa, allo stesso tempo è chiaro che un SMP ha una connotazione fortemente gerarchica e favorisce un’attivazione di tipo verticale, nel senso che tende ad incanalare l’attività mentale in una direzione specifica definendone recettività, finalità e obiettivi. Un nodo attivato a livello superiore dovrebbe quindi avere uno sbocco a valle. Questo aspetto riporta alla nozione di impulso, pulsione, tendenza o spinta e, se pensiamo all’attivazione di più nodi, agli aspetti dinamici della personalità.

3. Inoltre, tende a cooptare un’ampia gamma di sistemi cognitivi, escludendo tuttavia quelli non compatibili con le proprie finalità e condizionando la direzionalità del pensiero. Riduce il campo di coscienza, che necessita anche di un’attivazione di tipo orizzontale, e diminuisce la possibilità di vedere e pensare alternative.

4. Si automantiene e tende a mantenere l’attività mentale in questo assetto fino al raggiungimento dell’obiettivo.

5. Tende a mantenere l’omeostasi, che consiste nell’espletamento di programmi predeterminati, genetici ma anche precocemente acquisiti in funzione di obiettivi innati.

6. Possiamo definire un SMP (nodo) come unità funzionale autonoma per l’univocità sia dei sistemi di attivazione (auto-attivazione o da input efficace) che di quelli di output (effetto sul Sistema e sull’esterno).

7. Sistemi funzionalmente vicini possono tuttavia concorrere e sovrapporsi parzialmente in un certo ambito funzionale (non esistono direzionalità indipendenti le une dalle altre, anche nel caso di ambiti motivazionali opposti), e un sistema può dipendere gerarchicamente da un altro sistema nelle proprie modalità di attivazione. Nelle organizzazioni superiori è la norma che più SMP, uniti da direzionalità compatibili, si attivino in parallelo.

Direzionalità, input e output, pur essendo gerarchicamente sovrapposti, pur tendendo a coprire tutto l’ambito dell’azione mentale, possono risultare apparentemente poco rilevanti, venendo agite a livello poco o nulla cosciente dall’individuo, venendo spesso coperte o mascherate da altre componenti se osservate dall’esterno. Inoltre, dobbiamo considerare che la nostra attività mentale è governata non da un singolo nodo ma da costellazioni gerarchiche di nodi primari, che a loro volta determinano la formazione di nodi secondari, più direttamente operativi.

Al livello inferiore ed altamente parallelo della piramide vengono definiti e agiti obiettivi operativi, alcuni dei quali possono divenire coscienti. Ogni obiettivo è in funzione di un obiettivo gerarchicamente superiore, che ne costituisce la finalità sovraordinata. A sua volta, questo può essere in funzione di ulteriori finalità, e così via fino ad arrivare alle finalità ultime (o, da un altro punto di vista, primarie), geneticamente determinate. Raramente conosciamo le finalità ultime del nostro agire, e anche quando le conosciamo esse rimangono, almeno apparentemente, vaghe, indistinte, difficilmente collegabili alle scelte della vita quotidiana.

Evoluzione dei sistemi motivazionali

I nodi si caratterizzano come programmi rigidi, in quanto legati a istanze innate, e motivazionalmente connotati, nel senso che l’attivazione del nodo e la sua collocazione gerarchica tende a far sì che quel programma venga portato a termine dal sistema. Negli animali superiori il programma tende a limitarsi sempre più alla direzione da intraprendere e a cui pensare, ai suoi presupposti e alle mete da raggiungere. I modi per farlo possono essere diversificati, in buona parte acquisiti con l’esperienza, e non implicano esclusivamente attività motorie. Tuttavia non si modifica la rigidità legata alla direzione predeterminata, con la tendenza a coinvolgere e a catturare tutto il sistema nell’attuazione del programma. Naturalmente, va considerato lo stato di attivazione dei nodi, che può variare sia in presenza di un determinato contesto ambientale, sia intrinsecamente. Il livello di attivazione dei nodi primari può modificare in maniera significativa l’assetto preminente in un dato momento, periodo o fase dello sviluppo.

Analizzando i successivi "passaggi" evolutivi, vediamo che negli organismi primitivi vi è una corrispondenza biunivoca fra obiettivo e schema comportamentale, corrispondenza basata su un programma rigidamente fissato nel genoma. La tendenza si esplica nell’attivazione di quel sistema che, in base alla rilevanza e alla priorità biologica, tende ad assumere il controllo dell’attività, escludendo altri sistemi attivi, e si estrinseca nel comportamento istintuale.

Negli organismi un po’ più evoluti ogni ambito motivazionale è dato da un insieme gerarchico di direzionalità primarie e secondarie più o meno rigidamente organizzate. La presenza dell’obiettivo sovraordinato fa sì che, nel corso dello sviluppo, gli schemi atti a raggiungerlo (rispetto ai quali esistono comunque dei pattern fissi codificati geneticamente) vengano acquisiti tramite apprendimento e con un grado di variabilità superiore a quello degli schemi innati. Nelle fasi di sviluppo, il primo obiettivo diviene quello di apprendere schemi adattativi.

Successivamente, in concomitanza con la comparsa delle emozioni e dell’apprendimento cosciente (22), la separazione fra aree motivazionali diverse si fa meno rigida. Le emozioni si connotano come metadirezioni che tendono ad influenzare direzionalità specifiche sottostanti, con un’azione su aree funzionali più ampie. L’attività è condizionata da una costellazione di valori, da direzionalità plurime che possono essere complementari, sinergiche, contrapposte o prevalenti le une sulle altre. L’influenza di più sistemi a direzionalità simile si sovrappone, convergendo sulla direzionalità risultante. Negli individui in via di sviluppo, con il gioco, si creano situazioni in cui la libertà di ricombinazione fra sistemi è massima, e nell’uomo ciò accade anche in età adulta nelle attività psichiche a carattere creativo.

Con lo sviluppo cognitivo si formano nodi e aree acquisite motivazionalmente significative che comportano direzionalità intermedie e comuni a più direzionalità formatesi in precedenza. Lo sviluppo di direzionalità intermedie consente un maggior grado di variabilità e una organizzazione interna non rigida, in conseguenza della loro interconnettività, della loro modificabilità e della maggiore "distanza" dal peso, in termini di rete neurale, dei SMP (i principali "attrattori" della rete). Va considerato inoltre il "peso" della stessa attività cognitiva, in quanto l’esercizio delle stesse funzioni cognitive è legato ad aspetti motivazionali. Noi abbiamo bisogni relativi al poter pensare, programmare, conoscere, controllare volontariamente le azioni e gli stessi impulsi. Tuttavia tale controllo è rivolto soprattutto allo schema finalizzato all’ottenimento di un obiettivo, ai suoi tempi e modi di attuazione. Non può, e non deve, mettere in gioco l’obiettivo stesso, a cui al contrario concorre ottimizzandone l’attuazione.

Lo sviluppo di direzionalità intermedie e comuni, rese possibili dallo sviluppo cognitivo, è una delle premesse per lo sviluppo del Sé. Contemporaneamente, si selezionano direzionalità innate (metamotivazionali), esse stesse in qualche modo intermedie, con funzioni di collegamento e integrazione fra le singole aree motivazionali, e quindi più strettamente correlate al Sé di altri SMP.

Infine, la presenza di valori culturali nell’uomo può far pensare ad un "superamento" delle spinte istintuali e pulsionali. Non si tiene conto però che anche l’acquisizione di un valore culturale, persino quando questo abbia caratteristiche controistintuali, è mediata da bisogni innati, ben evidenti nell’uomo e riferibili a bisogni quali l’imitazione, l’identificazione, il bisogno di appartenenza al gruppo, il conformismo, il bisogno di adesione alle credenze ed ai valori del gruppo di appartenenza. Sono dei contenitori "vuoti" di contenuto e non direttamente osservabili (anche se il conformismo emerge come tratto presente nella popolazione), in quanto ciò che si osserva è il valore acquisito culturalmente. Tuttavia la loro esistenza ed il loro ruolo funzionale nell’assetto motivazionale dell’uomo sono cruciali ai fini sia della formazione e del mantenimento dei valori culturali, sia della regolazione dei rapporti con altri SMP.

In sostanza, ciò che in ogni caso non può mancare, anche nelle organizzazioni più complesse ed evolute, sono gli obiettivi sovraordinati, rappresentati dai SMP. Essi sono espressione di necessità biologicamente rilevanti e codificate geneticamente, rispetto a cui gli obiettivi appresi, e le stesse capacità cognitive, costituiscono mezzi per ottenerli. Non vanno considerati un residuo atavico più o meno superato dalla maturazione dell’individuo e dal processo di civilizzazione. Al contrario, non vengono mai sostituiti o "superati" da qualche cosa altro che subentra ad essi, nemmeno nel corso dello sviluppo, in quanto l’attivazione delle direzionalità secondarie e degli obiettivi acquisiti è comunque subordinata a quella dei SMP.

Rapporto tratto-sviluppo

I SMP dovrebbero costituire una base esplicativa comune per ambiti psicologici diversi come quello relativo allo sviluppo dell’individuo, che può attraversare fasi più o meno ben delimitate, e quello relativo ai tratti stabili di personalità. Considerando che cambiamenti sono possibili anche nell’età adulta, il concetto di SMP dovrebbe conciliare gli aspetti invarianti e varianti della personalità (23). Questi aspetti si riferiscono da un lato alle medesime specificità funzionali dei SMP, in quanto i SMP funzionano sempre allo stesso modo, dall’altro al fatto che queste specificità si rendono manifeste in maniera diversa per il modificarsi del contesto funzionale in cui sono attivi (24).

I SMP fanno dunque parte della personalità, e ne costituiscono la parte invariante. La nozione del senso comune secondo cui la personalità può cambiare ma nello stesso tempo non cambia mai va riportata a questo assunto. Le direzionalità acquisite possono modificarsi, ma sempre nell’ambito dei vincoli dell’assetto innato. Un individuo, a seconda dell’ambiente, degli eventi esterni e delle condizioni socio-culturali in cui si trova potrà seguire percorsi differenziati e modificarli nel corso della propria esistenza, sempre però in sintonia con le direzionalità originarie e immutabili.

Rapporto fra SMP e sviluppo

Nello sviluppo il sistema è sbilanciato verso il cambiamento e la riorganizzazione continua. I SMP, che sono incompleti e non in grado di garantire la sopravvivenza, devono consentire che sotto la loro guida si formino gradualmente schemi acquisiti adeguati. Di conseguenza, il bambino si trova a sperimentare schemi essenziali per la sopravvivenza in condizioni in cui la sopravvivenza stessa non è strettamente implicata. Per consentire questo, l’attivazione dei nodi primari è diversa che nell’adulto, presumibilmente meno intensa, gerarchie e meccanismi di esclusione reciproca sono meno rigidi. Nel gioco questi vincoli possono cadere quasi del tutto, consentendo la sperimentazione di schemi che coinvolgano un numero elevato di SMP.

I SMP nel bambino possono presentare un assetto diverso da quello dell’adulto. È probabile ad esempio che il sistema dell’attaccamento sia primario rispetto ad altri sistemi e che la costruzione del legame madre-bambino sia un principio organizzatore per il loro sviluppo (25), siano essi di tipo affiliativo che legati ad altri bisogni (alimentazione, sicurezza dai pericoli, esplorazione, dominanza/sottomissione ecc.). Naturalmente, un sistema come quello dell’attaccamento, tipicamente infantile, è al contrario di altri attivo nel senso pieno del termine e essenziale per la sopravvivenza del bambino.

È lecito supporre che in determinate fasi dello sviluppo alcuni SMP si attivino per la prima volta, o si attivino in misura maggiore o più completa rispetto a periodi precedenti, privilegiando la formazione di schemi acquisiti di quell’ambito motivazionale rispetto ad altri. La conclusione di una fase o, in altri termini, il venir meno della preponderanza funzionale di quel SMP, che continuerà peraltro ad essere attivo, potrebbe essere legata al soddisfacimento dei bisogni ad esso collegati, che nello sviluppo si riferiscono soprattutto alla formazione di schemi funzionali adeguati ed articolati. Questo evento potrebbe a sua volta facilitare l’attivazione sequenziale di altri SMP.

Sistemi co-direzionali, cioè sistemi che si attivano in sequenza, o in contemporanea in condizioni simili e con obiettivi simili, tendono a formare nodi acquisiti che ne fondono parzialmente le modalità operative. Ciò non significa che tali sistemi perdano la propria autonomia funzionale.

Al contrario, sistemi divergenti, con direzionalità opposte e non compatibili, dovrebbero trovare ambiti di attivazione separati. Un sistema gerarchicamente superiore può essere motivazionalmente garante di questo coordinamento, in altre parole di far sì, ed avere interesse, che entrambi gli obiettivi vengano raggiunti, anche se in ambiti motivazionali separati.

Sistemi divergenti possono creare le premesse per un conflitto. Perché vi sia conflitto a livello psicologico, è necessario che in qualche modo le istanze dei due sistemi possano arrivare alla coscienza. Ma, probabilmente, dal punto di vista dinamico si verifica anche una situazione per cui viene meno la sostanziale equidistanza dei sistemi sovraordinati e si crea una coalizione di sistemi motivazionali convergente su uno dei due sistemi, che viene a rappresentare il punto di vista prevalente. Tale coalizione non riesce a conciliare i propri interessi con quello del sistema posto, per così dire, in minoranza, ma non riesce a impedire che esso tenda ad attivarsi.

Rapporto fra SMP e tratti manifesti di personalità

Nel concetto di tratto ciò che conta è la costanza, o consistenza, in termini comportamentali, attitudinali, disposizionali, in senso lato nel modo di porsi verso sé, gli altri e il mondo circostante. Nel caso dei SMP si assume in modo forte la costanza dell'influenza dell'endofenotipo attivato sull'attività mentale in termini di direzionalità primaria. È qualcosa che da un lato si riferisce al funzionamento attuale dell'individuo, e non rappresenta quindi solo una generica predisposizione. Dall'altro, quanto è osservabile dipende anche da una serie di altri fattori, relativi agli schemi acquisiti, all'ambiente socio-culturale, alle capacità cognitive e all'insieme dei SMP.

Un SMP non trova espressione diretta in un tratto psicologico, ma può contribuire all’emergere di certi tratti. Se i comportamenti alla base di un tratto sono appresi, almeno in parte tale apprendimento può avvenire sotto una guida geneticamente determinata (26). Le costanti di alto livello da cui possono discendere comportamenti abituali e specifici (27), pur essendo gerarchicamente sovraordinate, danno tuttavia indicazioni molto generali, poco attendibili nel predire un comportamento specifico, a causa della concomitanza di numerosi altri fattori. D'altro canto, un tratto manifesto può implicare la compartecipazione di più SMP.

Nelle caratterizzazioni più tipiche evidenziate nella popolazione generale (28)-(30), si può supporre, più che una corrispondenza SMP [schemi acquisiti]/tratto, un effetto sommatorio fra più SMP convergenti (anche per il tramite di sistemi sovraordinati), che si fonderebbero parzialmente a livello dei relativi schemi acquisiti. Nei tratti o disturbi di personalità osservati più frequentemente nelle popolazioni cliniche sono ipotizzabili in alcuni casi sinergie eccessive e disadattative fra direzionalità convergenti (31), in altri casi fusioni di nodi primari divergenti in schemi comuni (20), soprattutto se è carente il ruolo ambientale, in altri ancora dissociazioni fra sistemi co-direzionali, come nel caso della mancanza di schemi di collegamento fra sistemi deputati alla formazione e al mantenimento di legami cooperativi. Una corrispondenza SMP [schemi acquisiti]/tratto potrebbe essere più probabile nelle varianti derivanti da nodi primari di più elevato livello gerarchico, come nel caso del temperamento depressivo o ipertimico.

Questo approccio si inserisce nella linea degli approcci dimensionali (8) (26) (32). Un elemento comune è dato dall’aspetto funzionale, ove l’identificazione di una dimensione corrisponde all’identificazione di un’area funzionale. Inoltre, le dimensioni identificano aspetti di base della personalità, dalla cui ricombinazione è possibile ricavare ulteriori tratti osservabili. Infine, alcune teorie dimensionali hanno chiari riferimenti alle origini innate delle costanti osservabili (33).

Tuttavia, analizzare una personalità in base a una o poche dimensioni può risultare fuorviante, in quanto comporta il rischio di non considerare elementi determinanti per il comportamento di un individuo (34), ma soprattutto di ignorare i rapporti strutturali e dinamici fra dimensioni diverse (12) (30) (35). Il modello proposto comporta la necessità di una visione organica delle basi innate della personalità come insieme di direzionalità primarie organizzate gerarchicamente, con una gerarchia che in questo caso agisce non solo internamente ad ogni singolo fattore (36) (37), in quell’ambito che va dalle dimensioni generali alle differenze comportamentali specifiche, ma anche fra – per così dire – fattori (accostabili in questo caso ai SMP) diversi.

Inoltre, un SMP non è mai riferibile ad un ambito fenomenico a sé stante. Se una dimensione definisce un ambito psicologico connotabile motivazionalmente ed affettivamente, un SMP è insufficiente a definirlo e allo stesso tempo la sua influenza si estrinseca al di là dell’ambito stesso. In sostanza, i SMP costituiscono entità funzionali, definibili in relazione alla natura delle loro interazioni con altri SMP e con la personalità nel suo complesso, alla base di dimensioni osservabili, presumibilmente in condizioni prototipiche, come pure di altri fenomeni. La differenza consiste nell’individuare, più che specifici ambiti comportamentali, cognitivi o affettivi, la specificità dell’influenza esercitata su tali ambiti. Questa influenza può assumere varie forme a seconda sia del sistema interessato, sia del contesto funzionale in cui è collocato.

Ciò può risolvere alcuni problemi relativi alle teorie dei tratti, come il fatto che il nostro comportamento evidenzia conflittualità, ambivalenze, e quindi non esprime sempre una consistenza comportamentale. Inoltre, si possono rendere manifeste costanti individuali apparentemente idiografiche (38) (39), espressione della convergenza di esigenze diverse. In altri casi ancora il comportamento è legato a contingenze particolari e influenze situazionali, come nello schema se … allora … (40), che esprime una co-occorrenza comportamento-situazione, per cui il comportamento è connesso non solo alla persona, ma anche all'ambiente, e di conseguenza può variare da situazione a situazione.

Rispetto alle teorie situazionali, va tuttavia detto che, pur essendo l’ambiente essenziale per lo sviluppo di schemi adattativi, l'influsso genetico mantiene una priorità gerarchica in quanto ne definisce le finalità. In altri termini, si ipotizza una visione gerarchica del rapporto gene-ambiente, in cui la recettività individuale vincola gli influssi del mondo esterno, come del resto è evidenziato dal concetto di situazione soggettiva (41). La co-occorrenza comportamento-situazione può essere anche espressione del fatto che, calato in contingenze specifiche (parte più bassa e ampia della piramide), il comportamento viene influenzato da altre direzionalità primarie e secondarie, per cui il risultato può non essere correlato alla stessa "direttiva" di ordine generale e costituire quindi una sorta di eccezione a quella regola.

Una critica alla teoria dei tratti viene dall'approccio socio-cognitivo, che mette in rilievo il ruolo del pensiero e delle capacità cognitive dell'individuo (42). Secondo questo approccio, l'individuo è un organismo attivo, capace di dirigersi, organizzarsi, agire flessibilmente; è capace di selezionare, interpretare, anticipare e generare eventi e situazioni (43); di apprendere attraverso l'osservazione, di riflettere su se stesso e di regolare l'azione personale. Il modello presentato prevede una mediazione e un importante ruolo attivo del pensiero in questo senso ma, anche in questo caso, il pensiero esprime una direzionalità secondaria, subordinata. Il concetto di nodi innati e acquisiti organizzati secondo interazioni prettamente funzionali può essere in qualche modo avvicinato al modello delle unità cognitivo-affettive come sistema organico di rappresentazioni distintive (11) (35). Quest'ultimo, tuttavia, non discrimina a sufficienza fra ambito motivazionale e cognitivo, fra i diversi livelli gerarchici dell'organizzazione di personalità e fra ciò che è invariante e ciò che non lo è in misura più o meno spiccata.

Aspetti pulsionali e dinamici della personalità

Gli aspetti pulsionali e dinamici della personalità vengono nella maggior parte dei casi disattesi dalle teorie cognitive attualmente dominanti (44) (45). Questo non ne implica il superamento, in quanto una teoria migliorativa dovrebbe fornire risposte anche alle domande poste dalle teorie precedenti. Se il modello pulsionale e strutturale della personalità proposto da Freud (46) (47) non può oggi essere accettato nella sua veste originaria, ha posto tuttavia dei problemi rilevanti che rimangono tuttora in gran parte irrisolti. Esaminiamo brevemente quali possano essere gli aspetti convergenti e divergenti fra il ruolo dei SMP in riferimento alla personalità e alcuni concetti delle teorie pulsionale e strutturale:

1. La personalità è la piramide come espressione dell’interazione fra le parti costituenti, cioè dell’attività mentale risultante in funzione sia delle diverse componenti che della necessità di un’organizzazione unitaria. Fuori di metafora, la personalità è espressione dell’insieme delle tendenze che la compongono (SMP e direzionalità derivate) e della loro prerogativa di auto-organizzarsi ed organizzare l’attività mentale. Le attività cognitive superiori a loro volta contribuiscono ad organizzare l’insieme dei SMP fornendo capacità generalizzate, attenzione focalizzata e un campo d’azione virtuale ma unitario quale è quello cosciente.

2. Personalità e Sé non sono due entità separate, ma sfumano l’una nell’altro senza soluzioni di continuità. Il Sé rappresenta in un certo senso il "core" della personalità. È la personalità da un certo punto di vista, cioè la piramide nella misura in cui questa è espressione di una gerarchia interna al vertice motivazionale, che implica l’esistenza di parti del sistema (ad es. affettività, coesione del sé, aderenza ai valori culturali), con un ruolo di integrazione fra le varie parti ed una posizione gerarchicamente preminente. In questo senso tali parti condizionano più di altre il punto di vista.

Il Sé fa sì che le diverse parti lavorino in maniera coordinata mantenendo un assetto della piramide equilibrato, in maniera da poter integrare un insieme di esigenze diverse. Tuttavia, l’"illusione" del sé come entità granitica e indivisibile va superata da una concezione del Sé e della personalità come insieme, federazione di parti (48) innate ed acquisite. La personalità di un individuo va considerata come l’integrazione armonica, o disarmonica, anche in rapporto alle esigenze ambientali, delle parti costituenti, ma è un sistema a controllo decentralizzato, e non vi è alcun "timoniere", o homunculus, a svolgere le funzioni di integrazione. Anche i sistemi a funzione integrativa non costituiscono il Sé ma una parte del Sé connotata da queste specifiche caratteristiche funzionali.

3. L’Io è il punto di vista (49), anche se in questa metafora sembra rappresentato in tutt’altro modo. È come l’esperienza cosciente, sparso e continuamente cangiante; è la quota del Sé emergente a livello cosciente. Convoglia e organizza il traffico ma allo stesso tempo è organizzato da esso. Anche in questo caso non vi è alcuna entità separata e/o centrale che organizza in maniera autonoma le diverse tendenze.

Grazie all’Io tutto converge, nonostante la sua natura "diffusa" e cangiante. Si viene a sapere di tutto, anche se non direttamente e non tutto in una volta, in conseguenza degli effetti sugli altri sistemi dell’azione dei SMP nel corso dello sviluppo individuale. Consente il campo d’azione virtuale delle tendenze dell’individuo, che si proietta nel futuro sulla base dell’esperienza passata. Senza l’Io vi sarebbero solo meccanismi d’esclusione reciproca, non esisterebbe una visione unitaria. È una sintesi cosciente, una sintesi narrativa, una sintesi derivante dal convergere di una serie di percezioni, conoscenze, tendenze percepite, emozioni e idee nel campo cosciente, dalla presenza di schemi operativi comuni a più ambiti motivazionali e dall’azione di collegamento resa possibile dai sistemi cognitivi. Non è tuttavia, per così dire, una sintesi motivazionale, un sistema di controllo e di integrazione che tende a unificare le diverse istanze direzionali. La sintesi motivazionale è prerogativa dei sistemi a cui abbiamo accennato sopra. Essi sono situati al fuori della coscienza, hanno una collocazione gerarchicamente elevata ed esercitano la loro influenza sull’Io determinandone il punto di vista in un modo che è a sua volta il frutto di un processo integrativo su altri sistemi motivazionali.

4. L’insieme dei SMP è il primum movens motivazionale della personalità, non solo nella prima parte della vita, e rappresenta una determinante fondamentale nella costruzione dell'edificio psichico. In questo modello può essere assimilato all’ES. È la parte apicale della piramide, nella sua componente genetica, che non viene mai trasformata dalle esperienze e rimane allo stesso modo attiva nel corso di tutta l’esistenza. Ciò che si modifica, e si forma sotto il suo influsso, è rappresentato dai nodi collocati nelle parti sottostanti, che rendono operativi i nodi primari.

Tuttavia non è riconducibile a una o due istanze a carattere generale; vi sono numerose istanze originarie, gerarchicamente organizzate e alla base di altrettanti obiettivi e direzionalità, che contribuiscono a formare le parti di cui è composta la nostra personalità.

Non è caos ma rapporti ordinati che non dovrebbero venir alterati nel corso dello sviluppo (ambiti di esclusione, cooptazione e cooperazione, gerarchie ecc.). Ogni nodo innato è codificato in maniera specifica, anche se vanno considerate:

– la non appartenenza diretta ai sistemi implicati nella coscienza, con l’impossibilità di vedere ciò che sta a monte del punto di vista e lo determina; possono essere tuttavia "visibili" le conseguenze dell’azione dei SMP;

– la quantità di sovra(sotto)scritture che vanno a specificare analiticamente i sotto-obiettivi del sistema e le modalità con quali raggiungerli;

– la codifica innata può essere di carattere molto generale, o addirittura vaga, in riferimento a un comportamento specifico e ai corrispondenti contenuti coscienti: può avere in sé l’idea di pericolo come minaccia per l’integrità dell’individuo, ma non necessariamente specificare in cosa consista (50);

– il fatto che molti obiettivi subordinati dipendono da più SMP.

I SMP non sono collocati negli abissi della psiche come spinte cieche e irrazionali, né forniscono "energia" per lo sviluppo psichico. Il loro ruolo peculiare nell’ambito della piramide è assicurato al contrario dalla rigidità dei programmi e dalla collocazione gerarchica elevata, che si traducono in una tendenza alla verticalizzazione dell’attività psichica. Si produce un vettore verso il basso che esercita una forza tesa a finalizzare l’azione come pulsione ma anche, quando vengono coinvolti i nodi gerarchicamente sovraordinati che influenzano più a monte il punto di vista, come influsso su aspetti del pensiero quali le credenze. Tuttavia, un SMP non è cieca pulsionalità. Ha una specifica valenza informazionale nell’ambito di una rete, che si estrinseca nella direzionalità imposta all’attività mentale. Se la verticalizzazione dell’attività mentale è l’aspetto comune a tutti i nodi, con l’attivazione di un SMP specifico si viene a formare un vettore direzionale. Considerato che l’apice della piramide costituisce un insieme molteplice e organizzato gerarchicamente al proprio interno, distinguiamo diverse direzionalità (simili o sommatorie, opposte, legate da rapporti gerarchici) che, sommate l’una con l’altra, fanno sì che venga impressa una certa direzione all’attività mentale.

5. Il SuperIo è collocato anch’esso nella parte apicale della piramide ed è anch’esso geneticamente determinato, quantomeno nella parte costituita da specifiche recettività all’ambiente esterno, motivazionalmente connotate, relative a sistemi quali i sistemi imitativo-identificativi, le basi innate per il SuperIo e per l’ideale dell’Io, i bisogni di conformità alle regole e ai valori culturali.

Questo significa che un valore acquisito osservabile in un individuo non si sarebbe sviluppato e non sarebbe sostenuto motivazionalmente se non vi fossero questi valori innati apparentemente aspecifici e che addirittura possono dare origine a valori controistintuali. I valori innati più evoluti si sono selezionati proprio per consentire lo sviluppo di valori culturali e per regolarne il rapporto con i valori preesistenti. Secondo McGuire et al. (51), è un errore considerare biologia e cultura in netta opposizione l’una con l’altra, laddove la cultura stessa è un prodotto dell’evoluzione e può essere meglio compresa se analizzata nell’ambito della dottrina evoluzionistica.

6. In termini generali, in questo modello l'aspetto dinamico è importante in riferimento alla personalità. Se utilizziamo il concetto di vettore direzionale, tutto quanto attiene all’ambito motivazionale ed emozionale è condizionato dall'interazione dinamica fra vettori direzionali, sia primari che secondari, e ciò accade allo stesso modo in condizioni normali, disfunzionali e patologiche. Non vi sono forze che provengono da una certa istanza e altre istanze che si "difendono", conflitti che insorgono primariamente fra istanze diverse o, in senso più lato, una contrapposizione fra la persona e le proprie pulsioni. Non esiste altro che un insieme di forze – ognuna delle quali espressione della tendenza ad imprimere una certa direzione all'attività mentale –, e la personalità emerge dall'insieme di queste tendenze. Un vettore direzionale non può essere contrastato se non da un altro vettore direzionale, e anche ciò che consideriamo come "difesa" non è altro che la conseguenza della messa in atto di un vettore dinamico o di una coalizione di vettori.

Per una teoria di malattia compatibile con le teorie di personalità

I SMP possono rappresentare un anello di congiunzione fra personalità e malattia. Ciò consentirebbe di individuare in maniera più specifica l’ambito (dis)funzionale del disturbo psichiatrico, connotandolo primariamente non in senso cognitivo ma in senso motivazionale-emozionale. In un senso più ampio tuttavia di quello usualmente impiegato: il concetto di direzionalità si riferisce a qualcosa che influenza, oltre alle motivazioni e alle emozioni nel significato tradizionale del termine, l’intero ambito mentale, dal comportamento, alle percezioni, al pensiero, a tutta l’attività cognitiva.

La compatibilità fra teorie di malattia e teorie di personalità deriva dal considerare l’evento morboso, in chiave fisiopatologia, come conseguenza dell’alterazione di un nodo primario o SMP (eccesso, difetto, perdita dei normali meccanismi di feed-back, deterioramento del sistema, e così via) che comporti una modificazione significativa della sua direzionalità. Un evento di questo tipo è di per sé patologico in età adulta, se consideriamo che un SMP, eccettuati i cambiamenti fisiologici intercorsi nello sviluppo, dovrebbe mantenere costanti le proprie prerogative funzionali nel corso di tutta l’esistenza, pena il venir meno del suo ruolo adattativo fondamentale (10) (44). L’evento patologico conferma tuttavia la primarietà direzionale dei SMP, in quanto le direzionalità secondarie, acquisite, vengono modificate da una disfunzione che altera quelle primarie. Anche eventuali disfunzioni cognitive (52) (53) non possono che essere considerate secondarie a questa primitiva alterazione.

La modificazione patologica di un SMP implica che personalità e malattia non possano essere considerate meramente come manifestazioni poste agli estremi di un continuum di variabilità (8): sviluppo di personalità (sia nei suoi aspetti adattativi che in quelli disadattativi) e processo di malattia vanno considerati eventi distinti. Allo stesso tempo, viene fornita una spiegazione unitaria di quanto avviene nelle diverse situazioni morbose, dalle più gravi, spesso più chiaramente delineate, a quelle apparentemente espressione della co-occorrenza di più eventi morbosi, partendo dal ruolo funzionale e gerarchico del sistema alterato. Isolare l’aspetto disfunzionale specifico significa in questo caso metterlo in relazione ad altre funzioni ad esso correlate ed al contesto funzionale complessivo. L’alterazione influenza l’attività mentale dell’individuo e i rapporti con altri nodi primari e secondari, modificando l’equilibrio esistente nella piramide. L’evento produce instabilità nel Sistema e comporta modificazioni nei pattern di risposta degli altri sistemi, che possono dipendere dalle relazioni funzionali esistenti, più o meno di prossimità, dal loro grado di variabilità e di "vulnerabilità" relativa.

Il quadro clinico dipende dalla relazione fra attività del nodo alterato e attività, reattiva all’alterazione primaria, del Sistema nella sua globalità, e quindi sia dalle caratteristiche della modificazione nel tempo che dalle modalità di compenso che quel Sistema, con quel tipo di assetto e con quel tipo di storia, mette in atto. Tenendo in considerazione l’assetto complessivo del Sistema, la modificazione patologica della direzionalità dovrebbe non solo essere alla base dei sintomi, ma anche costituire l’elemento unificante di tutte le manifestazioni del disturbo.

Nei disturbi psichiatrici maggiori si presume che l’alterazione riguardi un SMP gerarchicamente elevato. In questo modo coinvolge più facilmente il "punto di vista" dell’individuo, condizionando in negativo la consapevolezza del cambiamento patologico, in quanto è meno probabile ci sia un sé nella sua sostanziale integrità ad "osservarlo", e l’aderenza alla realtà. Nei casi tipici si avrà una discontinuità psicologica, cioè un processo di malattia nel senso jaspersiano del termine.

Tuttavia, nel processo di malattia si modifica in senso disfunzionale non il sé o la persona ma una parte del sé, una parte che in condizioni normali non si sarebbe dovuta modificare (SMP). L’affermazione jaspersiana (54) per cui l’esperienza patologica viene a sovrastare l’esperienza normale è condizionata dalla concezione di un sé unitario e indivisibile. Inoltre, l’approccio jaspersiano non tiene conto della collocazione funzionale, nell’assetto complessivo dell’individuo, dei sistemi coinvolti. D’altra parte, non possiamo nemmeno affermare che è il sé a far fronte all’evento di malattia, nel momento in cui una parte di esso si viene a modificare psicopatologicamente. In un certo senso, le manifestazioni cliniche deriveranno dall’interazione fra la modificazione patologica di una circoscritta – ma rilevante – parte del sé e la reazione della restante parte del sé.

Il processo di malattia che implica: 1) l’interessamento di un sistema gerarchicamente elevato, 2) una modificazione patologica rilevante e 3) sufficientemente rapida da far sì che il Sistema non abbia modo di farvi fronte in maniera significativa, come presumibilmente accade nell’episodio maniacale e depressivo, è una condizione privilegiata da un punto di vista metodologico, in quanto consente in maggior misura di "isolare" l’influsso patologico di un sistema e quindi di estrapolarne la funzione.

Nei disturbi dell’area ansioso-nevrotica si modificano patologicamente sistemi gerarchicamente inferiori, e di conseguenza il punto di vista viene coinvolto nelle sue componenti meno centrali. Pur verificandosi un evento patologico che coinvolge un singolo sistema, allo stesso modo che nella psicosi, l’evento non è concettualizzabile in termini jaspersiani. Più il cambiamento è subdolo, lieve e gerarchicamente meno rilevante, più ciò che osserviamo sarà condizionato dalla reazione del Sistema, dall’ambiente esterno e dalla storia individuale, alle volte nell’ottica di una apparente comprensibilità. Vi sarà consapevolezza del cambiamento con un atteggiamento prevalentemente egodistonico e con la possibilità di fenomeni di tipo conflittuale.

In realtà, nello spettro ansioso-nevrotico la norma non risiede in un quadro puro, ma nella comorbilità fra diversi pattern sintomatologici, spesso in presenza di peculiari tratti di personalità. Possiamo presumere che nei casi più delimitati l’alterazione di un singolo sistema non sia sempre sufficiente a fornire un quadro chiaro e clinicamente significativo. La reazione del Sistema in qualche modo riesce a compensare e ad "assorbire" l’evento patologico, inglobandolo nella storia personale. I quadri – "sporchi" – che si osservano sono presumibilmente legati all’alterazione contemporanea di più sistemi, con la possibilità che si verifichino effetti a catena che coinvolgono sistemi "vicini" ad equilibrio precario ed assetti varianti con i quali si vengano a creare sinergie patologiche. Inoltre, il concetto di nevrosi è legato ad aspetti di personalità (55) (56) che rendono più difficile all’individuo il far fronte all’evento ansioso, facendo superare la soglia di significatività e contribuendo a quel tipico, anche se disomogeneo, quadro clinico che non può essere descritto nella sua completezza con la sola sintomatologia ansiosa.

I dati sulla comorbilità psichiatrica, scarsamente compatibili sia con l’esistenza di malattie indipendenti, per la frequenza di associazione troppo elevata, sia con l’esistenza di eventi morbosi comuni a due o più manifestazioni psicopatologiche, per l’assenza di pattern tipici di associazione, hanno contribuito non poco ad evidenziare i limiti di un approccio meramente descrittivo, che ignori completamente l’assetto funzionale del Sistema coinvolto nel disturbo (57) (58). Il problema è che l’evidenza clinica viene interpretata unicamente in riferimento a possibili associazioni fra eventi patologici (ad es. per la vicinanza del locus genetico responsabile di due forme morbose). Non viene interpretata anche in chiave fisiopatologia, cioè in relazione al significato funzionale e disfunzionale dei sistemi coinvolti e dei loro rapporti, nonché in relazione al significato di tali eventi per l’economia complessiva del Sistema. Ciò che traspare dai dati sulla comorbilità è uno stretto collegamento funzionale fra sistemi (55). Si può supporre che l’alterazione di un sistema possa coinvolgere altri sistemi in relazione ai reciproci rapporti funzionali (ad es. convergenza direzionale) e all’assetto specifico di quei sistemi (variabilità, vulnerabilità, instabilità), per cui quanto accade non può essere spiegato in base ad un evento patologico unico o all’occorrenza di due o più eventi indipendenti.

Conclusioni

In conclusione, è necessario quantomeno un accenno ad alcuni dei problemi di metodo che questa proposta implica. Se un obiettivo sicuramente importante è quello di poter "isolare" un SMP in relazione alla sua influenza sul campo fenomenico in termini di direzionalità e dei rapporti con altri SMP, al tempo stesso è indispensabile poter riferirsi, almeno approssimativamente, all’assetto organizzativo dell’apice della piramide ed al ruolo funzionale dei sistemi più importanti. Quindi, i SMP non possono che essere definiti l’uno in funzione dell’altro tramite un percorso di approssimazione progressiva.

È chiaro che un primo riferimento importante viene dai dati analizzabili in chiave filogenetica, soprattutto per quanto riguarda i sistemi prioritari per la sopravvivenza e comuni a molte specie (59)-(61), anche perché un approccio funzionale non può non fornire una spiegazione di tipo evoluzionistico (50). Allo stesso tempo, individuare delle variabili scarsamente influenzate dall’ambiente culturale (29) (62), relative all’attivazione fisiologica del sistema e a tratti o dimensioni di personalità, può costituire un elemento indiziario di sicuro interesse. Tuttavia, se un tratto di personalità è indicativo di un assetto direzionale prevalente e costante, e questa variabilità in termini di assetto direzionale è a sua volta indice di una variabilità nel funzionamento individuale (63), tale approccio è soggetto ad elevati margini di errore, soprattutto se non sappiamo, alla base, cosa andare a cercare. Anche nelle dimensioni apparentemente meglio delimitate, i vettori risultanti espressi nell’assetto direzionale dell’individuo possono derivare dalla somma di diverse combinazioni di vettori componenti, come i gradi di sovrapposizione e di separazione fra i modelli dimensionali esistenti sembrano indicare (64) (65). Se mettiamo nel conto anche la sovrapposizione gerarchica fra sistemi, è probabile che un approccio esclusivamente empirico non sia in grado di dirimere tale questione.

Le cose cambiano nel caso di un evento di malattia, che è più probabile interessi primariamente un SMP e quindi un'area funzionale isolabile e specifica. Del resto, partire dalla disfunzione per comprendere la funzione è prassi usuale per tutta la medicina, e ogni qualvolta abbiamo di fronte un "meccanismo" di cui vogliamo comprendere il funzionamento.

Un insieme di sintomi il più possibile coerente e omogeneo, cioè un pattern sindromico – che l'attuale psicopatologia sembra ricercare – è candidato a coinvolgere una direzionalità "pura" ed a renderla manifesta. Tuttavia, nella realtà clinica un evento patologico con queste caratteristiche si presenta in una minoranza dei casi. In particolar modo, come accennato, quando la modificazione disfunzionale è acuta, grave e coinvolge un SMP gerarchicamente elevato o comunque prioritario. Molto spesso la comprensione di un evento patologico non può prescindere dal contesto funzionale complessivo, e la realtà clinica non fa altro che riflettere un assetto fisiopatologico in cui coesistono autonomia e stretta interdipendenza funzionale.

Anche la natura della schizofrenia, come della maggior parte delle malattie mentali, ci dovrebbe far supporre che i sistemi primariamente implicati abbiano di per sé un ruolo funzionale relativamente semplice. Se quanto accade in questa patologia appare al contrario estremamente complesso ed eterogeneo, anche se con delle connotazioni unitarie, ciò potrebbe dipendere dalla collocazione funzionale di tali sistemi e dalla natura delle relazioni funzionali con altri sistemi coinvolti. Si può ipotizzare quindi un ruolo funzionale strategico, di alto livello e integrativo dei sistemi implicati, e quindi non comprensibile se non tenendo conto di certi aspetti generali dell’organizzazione di personalità.