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Vengono pubblicati in questo fascicolo alcuni abstract non stampati in Italian Journal of Psychopathology 2003;9(Suppl. N. 1)

Testo Indice

Recettori per la tachichinina 1 (NK1) in membrane linfocitarie umane e in membrane cerebrali di ratto

S. Baroni, I. Masala, L. Betti, L. Giusti, G. Giannaccini, D. Marazziti

Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa

Un’ampia varietà di studi farmacologici, cellulari e molecolari suggeriscono che i recettori per la tachichinina 1 (NK1) giocano un ruolo significativo nella risposta allo stress; inoltre, evidenze sperimentali indicano che antagonisti a questo livello, come l'MK0869, hanno un'attività antidepressiva e ansiolitica. Con la nostra ricerca ci siamo proposti di studiare l'eventuale presenza di questi recettori in membrane linfocitarie umane, con lo scopo di ottenere un modello periferico che consenta di studiare eventuali correlazioni tra i parametri di binding di questi recettori e diverse patologie psichiatriche. Per verificare l'attendibilità del metodo di binding abbiamo effettuato tutte le prove in parallelo su membrane linfocitarie umane e su membrane cerebrali di ratto, dove i recettori NK1 sono sicuramente presenti e valutabili. Abbiamo scelto come radioligando la l125sostanza P; la preparazione delle membrane linfocitarie umane e delle membrane cerebrali di ratto è stata effettuata secondo procedure standardizzate. I risultati da noi ottenuti non hanno evidenziato la presenza di un binding specifico e saturabile nei linfociti umani, mentre il binding era presente nelle membrane cerebrali di ratto, in accordo con i dati riportati in letteratura.


Diminuzione del binding della 3H-Paroxetina in membrane linfocitarie di pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo

S. Baroni, I. Masala, E. Di Nasso, F. Mungai, G. Giannaccini, D. Marazziti

Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa

Numerosi dati sottolineano il coinvolgimento della serotonina (5HT) nella fisiopatologia del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Le prime osservazioni del coinvolgimento del sistema serotoninergico nel DOC erano dovute all'efficacia della clomipramina, un farmaco triciclico che agisce principalmente inibendo la ricaptazione della 5-HT da parte del terminale presinaptico. Ad ulteriore conferma è stata poi evidenziata la maggiore efficacia dei farmaci inibitori selettivi del reuptake della 5-HT (SSRI) rispetto ad altri farmaci non serotoninergici. Altre indicazioni del coinvolgimento del sistema serotoninergico nel DOC provengono da studi riguardanti l'acido 5-idrossiindolacetico, principale catabolita della 5-HT, valutato nel fluido cerebrospinale, e dalla valutazione del trasportatore piastrinico della 5-HT in pazienti con DOC rispetto a controlli sani. Studi recenti hanno dimostrato che il trasportatore della 5-HT è presente anche nelle membrane linfocitarie ed è identico a quello presente nel sistema nervoso centrale e nelle membrane piastriniche. Lo scopo della presente ricerca era quello di valutare il trasportatore linfocitario della 5-HT in pazienti con DOC rispetto ad un gruppo di soggetti sani di controllo. Tale valutazione è stata fatta mediante il binding della 3H-Paroxetina, ligando selettivo e specifico per il trasportatore della 5-HT. I risultati hanno evidenziato una minore densità recettoriale (Bmax, fmol/mg proteine) dei pazienti con DOC rispetto ai soggetti sani (88 ± 20 vs 220 ± 26), tale diminuzione era statisticamente significativa (p = 0.0001). Non sono state evidenziate variazioni della costante di dissociazione Kd. Questi dati confermano gli studi precedentemente effettuati sul trasportatore piastrinico e, dato che i linfociti, a differenza delle piastrine, sono cellule provviste di nucleo, aprono nuove prospettive di studio sulla regolazione di questa struttura nel DOC e in altre patologie psichiatriche.


"Ciak si cura": Cinema e Riabilitazione Psichiatrica

R. Berger, E. Pagliarulo, V. Belleri, G. Ba

Sezione Psichiatrica, Dipartimento di Medicina Interna, Università di Milano, Ospedale Maggiore IRCCS, Milano

L'utilizzo della tecnica del Cineforum, come attività riabilitativa, permette di stimolare i pazienti su tematiche affettive, mantenendo pur nella finzione cinematografica un aggancio alla realtà, migliora le funzioni dell'Io e le capacità elaborative di situazioni conflittuali, potenziando, nell'interazione di gruppo, le abilità relazionali.

In questo lavoro riportiamo l'esperienza di Cineforum realizzata nell'arco di due anni presso il Day Hospital della Clinica Psichiatrica dell'Università di Milano per pazienti affetti da psicosi e gravi disturbi di personalità.

Questa attività si rivolge ad un gruppo aperto di 6/10 pazienti, eterogenei per sesso, età, diagnosi psicopatologica, ha cadenza settimanale e vi partecipano due operatori.

Il lavoro del gruppo si articola in quattro fondamentali momenti:

– Scelta della programmazione dei films, operata dai pazienti assieme agli operatori sulla base delle preferenze e delle problematiche emergenti all'interno del gruppo.

– Visione del film.

– Discussione al termine della proiezione, con lo scopo di identificare ed elaborare le tematiche che più hanno suscitato emozioni e proiezioni nei pazienti.

– Organizzazione bimestrale di un concorso che unisce, oltre al fine ricreativo, quello di stimolare attraverso semplici domande sui films proiettati, le capacità cognitive e rinforzare la stima di sé attraverso la gratificazione che deriva dall'assegnazione di un premio (statuetta oscar).


Doppia diagnosi in numeri: considerazioni da una osservazione di cinque anni su pazienti ricoverati nel Dipartimento di Scienze Psichiatriche di Genova

A. Berti, S. Bomarsi, L. Lavagna

Dipartimento di Scienze Psichiatriche dell'Università di Genova

L'obiettivo del nostro studio è stato quello di valutare la prevalenza di casi "Doppia Diagnosi" in un campione di pazienti per i quali il motivo del ricovero fosse legato all'utilizzo di sostanze, nonché di analizzare i singoli sottogruppi di tale campione in base al Disturbo Psichico in comorbidità con il Disturbo Correlato a Sostanze. Sono stati oggetto di studio tutti i pazienti ricoverati nel periodo compreso tra il 1/01/1998 e il 1/06/2002 presso la Clinica psichiatrica dell'Università di Genova e il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura dell’Ospedale "S. Martino" di Genova. In prima istanza sono stati selezionati i pazienti che presentavano un Disturbo Correlato a Sostanze di qualsiasi natura secondo i criteri previsti dal DSM IV. Dall'osservazione è emerso che dei 5.621 ricoveri presi in considerazione, ben 1.273 (22,65%) erano dovuti a un Disturbo Correlato a Sostanze, pari a 903 pazienti cosi suddivisi: 237 (26%) presentavano in comorbidità un Disturbo di Personalità; 230 (25%) non mostravano nessun'altra diagnosi associata; 123 (14%) presentavano una diagnosi di Schizofrenia od Altri Disturbi Psicotici; 262 (29%) un Disturbo dell'Umore; infine 51 soggetti (6%) presentavano una Comorbidità con "Altri Disturbi Psichici". Si evince come i pazienti con Disturbo Correlato a Sostanze senza alcuna seconda diagnosi psichiatrica siano in realtà solo il 25% (campione da noi definito "Unica Diagnosi"), contro il 75% che invece presenta un Disturbo psichico in comorbidità (campione "Doppia Diagnosi").

Lo studio è proseguito con la selezione dei 237 pazienti Doppia Diagnosi del tipo Disturbo Correlato a Sostanze/Disturbo di Personalità e con la valutazione della prevalenza di ogni tipo specifico di Disturbo di Personalità. Entrando nello specifico 45 pazienti (18,99%) presentavano un Disturbo di Personalità Borderline, 17 (7,17%) un Disturbo di Personalità Narcisistico, 17 (7,17%) un Disturbo di Personalità Schizotipico, 19 (8,02%) un Disturbo di Personalità Dipendente, 9 (3,80%) un Disturbo di Personalità Paranoide, 9 (3,80%) un Disturbo di Personalità Schizoide, 7 (2,95%) un Disturbo di Personalità Antisociale 7 (2,95%) un Disturbo di Personalità Evitante, 6 (2,53%) un Disturbo di Personalità Istrionico, infine 101 individui (42,62%) hanno presentato un Disturbo di Personalità Non Altrimenti Specificato.

Quindi, si è valutata la prevalenza delle singole sostanze d'abuso per costruire dei "profili di consumo" secondo il disturbo psichico in comorbidità con il Disturbo Correlato a Sostanze. Da questa analisi abbiamo costatato come il gruppo di pazienti "Unica Diagnosi" presentino dei patterns di consumo caratterizzati dall'uso prevalente di sostanze specifiche come gli oppiacei (15,22%) e l’alcool (71,30%); al contrario i sottogruppi "Doppia Diagnosi" mostrano dei patterns di consumo connotati da una minor prevalenza di tali sostanze a favore di un consumo più eterogeneo, nonché da un'elevata frequenza di poliabusi (12,24-9,54%) e di utilizzo di sostanze non psicotrope come FANS e altri farmaci generici.

A questo punto abbiamo proseguito il lavoro concentrandoci sul campione di pazienti Doppia Diagnosi del tipo Disturbo Correlato a Sostanze/Disturbo di Personalità: ne abbiamo ricercato tutti i ricoveri all'interno dell'Azienda Ospedaliera "S. Martino" e li abbiamo quindi suddivisi secondo la durata, quindi abbiamo confrontato tale profilo di ricovero con quelli, analogamente estrapolati, dei pazienti rispettivamente diagnosticati come Disturbo Correlato a Sostanze senza alcuna Comorbidità (Unica Diagnosi) e quelli che invece hanno presentato una diagnosi di Disturbo Psichico non comprendente il Disturbo Correlato a Sostanze (Altre Diagnosi). Il ricovero medio di 19 giorni del campione Doppia Diagnosi con Disturbo di Personalità si differenzia notevolmente dai gruppi Unica Diagnosi con 9 giorni di ricovero medio e dal campione Altre Diagnosi con un ricovero medio della durata di 36 giorni. Entrando maggiormente nello specifico, con l'elaborazione della curva di distribuzione dei ricoveri secondo la durata degli stessi, si constata come il picco dei ricoveri del gruppo Unica Diagnosi sia compreso in un range della durata massima di 6-8 giorni. Da questo punto la curva scende drasticamente fino a quasi sparire attorno ai 20 giorni. Al contrario, la curva del campione Altre Diagnosi offre un'ampiezza decisamente maggiore, che si prolunga fino circa 50 giorni di durata per ricovero, a scapito di un'intensità di picco evidentemente inferiore. Infine il gruppo Doppia Diagnosi ha un comportamento rispetto alla durata dei ricoveri che offre alcune peculiarità in comparazione ai due gruppi precedenti. Innanzi tutto mostra il suo picco nell'intervallo medesimo degli altri campioni, con un'intensità che si colloca a livello intermedio, ma la sua ampiezza presenta un intervallo singolare: osserviamo una grossa fetta di degenze della durata di 0-15 giorni, per poi diminuire fino a non avere quasi più ricoveri della durata maggiore di 35 giorni. Questi dati, in accordo con i risultati dei ricoveri medi, ci propone l'ipotesi di una sorta di "singolare autonomia" dei pazienti Doppia Diagnosi nel rapporto con le strutture psichiatriche, a suggerire come questi rappresentino una categoria indipendente da quella Unica Diagnosi; si tratterebbe comunque, a nostro parere di una categoria più influenzata dal fattore morboso psichico che da quello tossicomanico. Inoltre, l'elevata e preferenziale presenza di ricoveri di breve durata ci consente di formulare due ulteriori ipotesi: la prima concerne la difficoltà di questi soggetti a rimanere in un contesto terapeutico-clinico una volta che abbiano risolto le contingenze legate espressamente al ricovero. La seconda è invece legata alla possibile difficoltà di medici e operatori sanitari nella gestione di pazienti "doppiamente difficili".

Infine il lavoro è proseguito con il rintracciare tutti i ricoveri dei pazienti Doppia Diagnosi con Disturbo di Personalità, all'interno delle strutture Psichiatriche dell'Ospedale "S. Martino" di Genova. Questo è stato fatto per un duplice motivo: innanzi tutto per studiare più a fondo il sottogruppo specifico Doppia Diagnosi con Disturbo di Personalità; in secondo luogo perché questi pazienti hanno presentato numerosi ricoveri della durata anche di 0 giorni che, a nostro avviso, non hanno consentito agli operatori di effettuare una diagnosi specifica (tale osservazione è anche alla base della elevata quantità di diagnosi di Disturbo di Personalità NAS).

Da tale elaborazione si constata che questi 237 pazienti compaiono in ben 919 ricoveri, nel periodo della nostra osservazione, andando a coprire da soli il 16,35% dei ricoveri, per un totale di 10.216 giornate di degenza nel periodo compreso dal 1 gennaio 1998 al 30 giugno 2002. Questo è sicuramente un dato interessante da un punto di vista prettamente economico, ma soprattutto perché ci mostra come tale categoria di pazienti, nonostante la difficoltà a rimanere in un setting terapeutico, necessiti costantemente e frequentemente nel tempo di un'assistenza specialistica.

Concludendo, in accordo con i risultati derivati da una metanalisi degli studi condotti a livello internazionale, i dati ottenuti dalla nostra osservazione non ci consentono di stabilire che l'addiction sia correlata ad uno specifico assetto di personalità, ma possiamo affermare che alcune diagnosi di Disturbo di Personalità sono concentrate nella popolazione di soggetti affetti da Disturbo Correlato a Sostanze.

Inoltre, benché l'attuale sistema classificativo non ci consenta l'individuazione di uno specifico disturbo psichico in doppia diagnosi con l'addiction la clinica non ci permette di ignorare la rilevanza epidemiologica del fenomeno, nonché i costi delle risorse sociali economiche ed umane richiesti dalla sua gestione.

La scelta della sostanza, il contatto stesso con questa, l'abuso e lo sviluppo di una dipendenza, nonché l'esito di un trattamento rivolto esclusivamente alla dipendenza fisica, sono fortemente, se non prevalentemente, condizionati dall'esistenza di un substrato psicopatologico di cui l'addiction non rappresenta altro che una complicanza, ovvero il tentativo di ripristinare un equilibrio alla propria psicofobia o psicofilia.


Abuso sessuale e sintomi dissociativi

A. Berti, C. Maberino, P. Soligon

Dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica dell'Università di Genova, Sezione di Psichiatria, AIED, Associazione Italiana per l'Educazione Demografica, Genova

A partire dagli anni ’80 si è assistito ad un aumento dell'interesse verso le diverse forme di alterazione della coscienza ed in particolare per quei fenomeni che, a partire dalla terza edizione del DSM, sono stati classificati nella categoria Disturbi Dissociativi. Le sempre più numerose ricerche sull'argomento, che hanno visto grande diffusione in particolare negli Stati Uniti, sono volte ad individuare una correlazione tra sintomi dissociativi e la presenza di un trauma, solitamente di natura sessuale nella storia infantile, e ad individuare se esistano caratteristiche peculiari del trauma che favoriscano più di altre l'insorgenza di sintomi dissociativi.

Il nostro lavoro è iniziato da un'indagine epidemiologica svolta presso l'AIED di Genova nell'ambito di una campagna di prevenzione dell'abuso sessuale. A tutte i pazienti afferenti presso il centro (circa 7.000 l'anno) è stato consegnato un questionario allo scopo di rilevare informazioni su eventuali esperienze di abusi sessuali. Nel periodo compreso tra il 01/09/99 e il 31/11/02 sono state compilate 718 schede, tra cui 388 riportano la denuncia di un abuso sessuale.

Nel questionario proposto domanda di particolare rilevanza ai fini dell'attuale studio è quella che si riferisce alla presenza di esperienze dissociative durante l'abuso ("Ti rendevi conto di quello che stava succedendo?"). A tale quesito hanno risposto in modo affermativo 163 soggetti mentre 137 hanno affermato di non essersi resi conto di quanto stava accadendo. Il dato assume particolare importanza in quanto può essere indice dell'utilizzo del meccanismo della dissociazione come difesa al trauma.

Dall'analisi dei dati è stato inoltre possibile trovare conferma di quanto riportato in letteratura sull'associazione dei sintomi dissociativi con peculiari caratteristiche del trauma. Il che peraltro non trova corrispondenza nella pratica diagnostico-clinica, ove a fronte del frequente riscontro di traumi sessuali, difficilmente si ritrovano diagnosi di vero e proprio Disturbo Dissociativo secondo il DSM-IV-TR. Pur essendo, infatti, spesso evidenziati sintomi dissociativi nella popolazione generale, molti ricercatori sono concordi nel sostenere che la diagnosi di Disturbo Dissociativo sia spesso sottostimata.

Muovendo da tali osservazioni, ci siamo dunque rivolti agli psichiatri per indagare il fenomeno in modo più approfondito. Abbiamo pertanto presentato due vignette cliniche seguite da un breve questionario ad un gruppo di psichiatri clinici e ad un gruppo di controllo, costituito da medici legali e psichiatri forensi. In entrambi i casi clinici proposti venivano descritti un abuso sessuale in anamnesi e sintomi dissociativi in associazione ad altri sintomi riconducibili a diversi disturbi psichici (Disturbo Borderline di Personalità, Disturbo Post-Traumatico da Stress, Depressione, Disturbo Dissociativo). Al termine di ciascuna vignetta clinica è stato chiesto ai medici di fare una valutazione diagnostica scegliendo tra le opzioni suddette ed indicando se, nel formulare la diagnosi, si fosse tenuto conto dell'abuso, quale terapia veniva considerata più idonea e, nel caso fosse preferita la terapia farmacologica, quale classe di farmaci veniva prescelta.

Il questionario è stato sottoposto a 46 psichiatri clinici, 25 maschi e 21 femmine di età media di 39 anni, ed è stato sottoposto anche ad un gruppo di 22 psichiatri forensi e medici legali 16 maschi e 6 femmine con età media di 43 anni.

Dall'analisi dei risultati abbiamo evidenziato come tutti tengano conto dell'elemento traumatico per formulare la diagnosi, ma come in generale la diagnosi di Disturbo Dissociativo sia sottostimata, anche se per motivi differenti fra i due gruppi intervistati. Nel gruppo principale la ritroviamo esclusivamente nella seconda vignetta clinica e nel 55% dei questionari. Tra gli psichiatri clinici sembra, infatti, essere la storia clinica nel suo insieme ad orientare la diagnosi e l'evento traumatico, pur essendo preso in considerazione come dato anamnestico, assume particolare rilievo solo in casi di grandi eventi catastrofici (guerra, terremoti ecc.). Ecco dunque giustificata l'elevata frequenza della diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità, in cui si può dire che i Disturbi Dissociativi vadano spesso a confluire, anch'esso frequentemente correlato alla presenza di abuso sessuale in anamnesi, tra gli psichiatri clinici.

Nel gruppo di controllo, invece, gli psichiatri forensi hanno nettamente preferito l'indicazione diagnostica del Disturbo Post Traumatico da Stress in entrambi i casi clinici, come se in questo caso l'evento abuso venisse ad assumere un rilievo particolare nel determinare la sintomatologia dissociativa, dal momento che per ovvi motivi, si tende a sottolineare un nesso di causalità fra il trauma e la sintomatologia.

Questa osservazione ci induce a pensare che la diagnosi di Disturbo Post Traumatico da Stress sia dunque un disturbo fortemente contestualizzato di origine medico-legale che, per essere rilevato nell'ambito della clinica psichiatrica, necessita invece di un grande evento catastrofico come un terremoto con un suo preciso epicentro geografico e temporale.

Per quanto riguarda le risposte inerenti la terapia, ci siamo soffermati su quelle fornite dal gruppo di psichiatri clinici. In entrambi i casi presentati viene data la preferenza al trattamento combinato psicoterapia associata a farmacoterapia. Abbiamo focalizzato l'attenzione sul secondo caso clinico, dal momento che la diagnosi prevalente era quella di Disturbo Dissociativo. Sul totale degli intervistati, 27 hanno scelto la terapia combinata, 18 la psicoterapia da sola e solo 1 ha espresso la preferenza per la sola psicofarmacoterapia. Tra coloro che avevano fatto diagnosi di Disturbo Dissociativo i risultati sembrano essere in accordo con quanto indicato nelle linee guida: su 25 soggetti, 11 hanno scelto la sola psicoterapia, 13 l'associazione psicoterapia più trattamento farmacologico, 1 soltanto la terapia farmacologica. Più interessanti sembrano essere i dati relativi alla scelta di un'eventuale terapia farmacologica, che mostrano invece come sia facile incorrere in uno dei più frequenti errori terapeutici. Su 25 soggetti, infatti solo 11 optano per gli antidepressivi, che costituiscono oggi l'indicazione farmacologica più appropriata (triciclici o SSRI), mentre ben 5 preferiscono l'uso del neurolettico e 5 lo stabilizzatore dell'umore. Sottolineiamo come ad oggi esista una precisa controindicazione all'uso dei neurolettici, mentre sono in corso valutazioni sperimentali sull'uso degli stabilizzatori.


Valutazione dei recettori piastrinici a2-adrenergici nella depressione maggiore prima e dopo terapia con reboxetina

E. Di Nasso, I. Masala, S. Baroni, L. Betti, G. Giannaccini, D. Marazziti

Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa

Numerosi dati evidenziano alterazioni di diversi parametri noradrenergici nella depressione. Molto utile si è rivelata la valutazione dei recettori a2-adrenergici piastrinici, pressoché identici a quelli presenti sui neuroni noradrenergici, anche se i dati della letteratura non sono univoci. Per tale motivo, ci siamo proposti di valutare i recettori a2-adrenergici in piastrine di pazienti depressi ambulatoriali prima e dopo terapia con reboxetina, attraverso il binding specifico della [3H]rauwolscina, antagonista altamente selettivo per tale sottotipo recettoriale. Sono stati inseriti nello studio 15 pazienti ambulatoriali affetti da depressione maggiore, secondo i criteri del DSM IV. Le membrane piastriniche ed il binding della [3H]rauwolscina sono stati effettuati secondo protocolli standardizzati. I dati del binding sono stati trasformati con il programma computerizzato EBDA per ottenere la massima densità di legame (Bmax, fmol/mg di proteine) e la costante di dissociazione (Kd, nM). I risultati non hanno evidenziato nessuna differenza nei parametri di binding, Bmax, e nell’affinità recettoriale, Kd, nei pazienti prima e dopo terapia con reboxetina. In conclusione, nella depressione maggiore, non sembrano esistere alterazioni nel numero e nell'affinità dei recettori piastrinici a2-adrenergici causati dalla terapia farmacologica con reboxetina.


Percorsi riabilitativi in day hospital: valutazione dell'adeguatezza dell'intervento terapeutico

R. Magnotti, C. Viganò, T. Divino, G. Ba

Sezione di Psichiatria, Dipartimento di Medicina Interna, Università di Milano, IRCCS, Ospedale Maggiore di Milano

Lo sforzo di definire parametri di efficacia per valutare i molteplici protocolli di intervento nell'ambito della Riabilitazione Psicosociale ha visto concordi diversi autori nel concludere che non esiste una differenza sostanziale nelle tecniche riabilitative applicate, ma che il diverso esito che può prodursi viene influenzato dall'azione sinergica di fattori intrinseci ai pazienti ed anche agli operatori.

L'adeguatezza dei protocolli riabilitativi va sempre considerata nella sua evoluzione a medio-lungo termine poiché essi vanno oltre il controllo della sintomatologia produttiva o la riduzione dei ricoveri, volendo arrivare ad un reinserimento il più possibile adeguato del paziente nel proprio contesto emotivo ed ambientale, tenendo conto della sua soggettività, della durata di malattia e del significato che la stessa riveste nella sua storia personale e famigliare.

Presso il Day Hospital della Clinica Psichiatrica dell'Università di Milano l'adeguatezza di programmi ed interventi riabilitativi viene monitorata e valutata in base ai risultati ricavati da un protocollo di valutazione testale che prevede la somministrazione di una serie di test quali MMSE, BPRS, SANS, SAPS, VADO, ad un campione di pazienti, ogni sei mesi a partire dall'inizio del trattamento.

Tale approccio permette all'équipe di interagire più efficacemente, potendosi basare su elementi obiettivi e condivisibili, ai quali vengono aggiunte le osservazioni cliniche degli operatori.


Distribuzione del binding del [3H]-GR65630 in aree cerebrali umane postmortem

I. Masala, L. Betti, S. Baroni, A. Rossi, G. Giannaccini, D. Marazziti

Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa

Con questa ricerca abbiamo studiato la presenza e la distribuzione dei recettori serotoninergici di tipo 3 (5-HT3) in aree cerebrali umane postmortem per mezzo del binding specifico del [3H]-GR65630. Le regioni cerebrali sono state ottenute dall'autopsia di 6 soggetti che non erano deceduti per cause riguardanti il sistema nervoso centrale e non avevano mai sofferto di disturbi psichiatrici o neurologici. La preparazione delle membrane neuronali e il dosaggio del binding sono stati condotti secondo procedure standardizzate. Una più alta densità (Bmax, media ± D.S., fmol/mg proteine) dei siti di binding marcati dal [3H]-GR65630 è stata rilevata nell'area postrema (13,1 ± 9,7); livelli più bassi sono stati rilevati nel tratto del nucleo solitario (6,7 ± 3,4), nel nervo vago (5,5 ± 2,1), nello striato (4,8 ± 2,4), con un progressivo decremento nell'amigdala, nel nucleo olivare, nell'ippocampo, nel bulbo olfattorio e nella corteccia prefrontale. Nel cervelletto e nelle altre aree cerebrali il binding non è stato rilevato. Queste osservazioni completano le precedenti ricerche sulla distribuzione dei recettori 5-HT3 e confermano le variazioni interspecie di tale distribuzione, variazioni che potrebbero spiegare la difficoltà nell'applicare i dati provenienti da studi effettuati su animali alle diverse patologie neuropsichiatriche umane.


La fobia sociale in età adolescenziale

L. Miele, R. Berger, M. Ferri, G. Ba

Sezione di Psichiatria, Dipartimento di Medicina interna, Università di Milano, IRCCS, Ospedale Maggiore di Milano

Il campione del nostro lavoro è formato da sette adolescenti, di cui quattro femmine e tre maschi di età compresa tra i quattordici e i sedici anni, valutati all'interno del Day Hospital riabilitativo dell'Ospedale Policlinico di Milano per problemi di fobia sociale che li aveva portati ad abbandonare la scuola da circa tre mesi. Essi mostravano sintomi di ansia e fobia a frequentare le lezioni scolastiche dopo aver sperimentato difficoltà nella relazione coi coetanei e con gli insegnanti in seguito ad un fallimento scolastico.

I sentimenti di paura e vergogna erano così forti da alterare la capacità di giudizio e ad abbandonare la scuola. La bassa stima di sé è alla base di questa difficoltà creando un circolo vizioso. La risposta al trattamento è favorevole se il team terapeutico è capace di lavorare scambiando informazioni sui pazienti. Il trattamento farmacologico con SSRI è utilizzato all'inizio per ridurre i sintomi d'ansia contemporaneamente ai colloqui individuali e familiari e ad una terapia di gruppo. L'esito è stato favorevole per quattro adolescenti a riprendere la frequenza scolastica, mentre per gli altri la decisione di interrompere la scuola si è rilevata positiva ed evolutiva per inserirsi nel mondo del lavoro.

L'obiettivo del trattamento integrato era di: 1) accettazione della realtà; 2) miglioramento stima di se stessi; 3) consapevolezza dei propri limiti; 4) capacità di trovare altre soluzioni; 5) miglioramento della relazione coi coetanei e superiori.


Disturbo di Panico: follow-up a due anni di un modello di trattamento integrato

C. Viganò, A. Bielli, A. Carozzi, T. Divino, E. Pagliarulo, G. Ba

Sezione Psichiatria, Dipartimento di Medicina Interna, Università di Milano, IRCCS, Ospedale Maggiore Policlinico Milano

Numerosi studi mostrano l'efficacia dell'associazione di terapia farmacologica e dell'intervento cognitivo-comportamentale nel trattamento del Disturbo di Panico.

L'utilizzo della psicoterapia ad orientamento psicodinamico secondo alcuni autori risulterebbe efficace per intervenire sulla vulnerabilità psicologica sottesa al panico, spesso epifenomeno di problematiche psicologiche profonde, permettendo un miglioramento graduale e continuo che soprattutto si mantiene nel tempo.

Sulla base di questi presupposti teorici la Sezione Psichiatria del Dipartimento di Medicina Interna dell'Università di Milano applica da alcuni anni un modello di trattamento del Disturbo di Panico che integra l'uso di farmaci (SSRI) con un intervento psicoterapico di gruppo di tipo cognitivo-comportamentale (modello G. Andrews) ed una psicoterapia ad orientamento psicodinamico.

In questo studio riportiamo i risultati di questo modello integrato di terapia a due anni di follow-up. I pazienti in trattamento sono stati valutati nel tempo attraverso regolari colloqui clinici e la somministrazione di una batteria testale (HAMA, HAMD, PAAAS, SCRAS, MSPS, SF36 Health Survey) i cui risultati sono stati rielaborati in termini di riduzione/risoluzione degli attacchi di panico, riduzione della sintomatologia ansiosa anticipatoria e della eventuale sintomatologia depressiva associata, della riduzione delle condotte di evitamento, del miglioramento del funzionamento sociale e della percezione soggettiva della salute. I dati sono stati confrontati con i risultati ottenuti in un gruppo di controllo in terapia combinata classica (farmacologica e cognitivo comportamentale).